
Medinat Ysrael o Eretz Ysrael, ossia primato dello Stato sulla terra o della terra sullo Stato o, ancora, Stato laico o Stato teocratico?
La questione è aperta e si intreccia, inscindibilmente, con le elezioni americane e con il confronto tra askenaziti e sefarditi, rinominati mizrahim.
I primi sono gli europei dell’est (tedeschi, polacchi, ucraini), laici e socialisti che hanno fondato Israele pensandolo come Stato laico.
I secondi, molto religiosi, spesso di madrelingua araba, sono provenienti dal Marocco e dalla Tunisia e hanno avuto esperienze nel passato in Spagna.
Oggi i mizrahim costituiscono il 62 per cento della cittadinanza locale. Accanto a loro gli haredim, i religiosi, con il 13 per cento.
Nelle ultime elezioni hanno vinto i mizrahim in accordo con gli haredim, mentre il governo è guidato da Bibi Netanyahu che è azkenazita.
Bibi Netanyahu non è religioso, è di origini askenazite e il suo vero cognome è Mileikowsky.
Se dovesse davvero eliminare Hamas ed Hezbollah e ridurre ai minimi termini la minaccia iraniana, Bibi Natanyahu diventerebbe un nuovo padre della patria, capace di mantenere la laicità dello Stato, dando in cambio ai teocratici attuazione ad un disegno in base al quale il territorio nazionale comprenderebbe l’intera Cisgiordania o almeno le aree B e C assegnate dagli accordi di Oslo.
In sostanza, gli accordi di Oslo (1993) e Oslo 2 (1995) chiedevano un ritiro delle forze israeliane da alcune aree della striscia di Gaza e della Cisgiordania ed affermavano il diritto palestinese all’autogoverno in tali aree, attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Il governo palestinese ad interim sarebbe durato per un periodo di cinque anni, durante i quali sarebbe stato negoziato un accordo permanente (a partire al più tardi dal maggio 1996).
Questioni annose come Gerusalemme, rifugiati palestinesi, insediamenti israeliani nell’area, sicurezza e confini, vennero deliberatamente escluse dagli accordi e lasciate in sospeso. L’autogoverno ad interim sarebbe stato garantito per fasi.
Fino allo stabilimento di un accordo sullo status finale, Cisgiordania e striscia di Gaza sarebbero state divise in tre zone.
Zona A – pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Zona B – controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza.
Zona C – pieno controllo israeliano, eccetto che sui civili palestinesi. Questa zona comprendeva gli insediamenti israeliani e le zone di sicurezza senza una significativa popolazione palestinese.
Assieme ai principi, le due parti firmarono lettere di mutuo riconoscimento tra Israele e OLP. Il governo israeliano riconobbe l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, mentre l’OLP riconosceva il diritto a esistere dello Stato di Israele e rinunciava al terrorismo, alla violenza e all’intento di distruzione di Israele.

Una simile soluzione chiuderebbe il contenzioso tra Medinat Ysrael o Eretz Ysrael, dando soddisfazione all’esigenza di mantenere lo Stato laico e dando altrettanta soddisfazione a chi invoca la terra.
La soluzione, chiaramente, non sarebbe gradita agli Usa e ai Paesi occidentali, ma potrebbe essere gradita agli Stati arabi sunniti in quanto toglierebbe di mezzo definitivamente l’influenza sciita.
La questione si intreccia inevitabilmente con le elezioni americane.
Negli Usa gli arabo americani hanno abbandonato Kamala Harris e l’amministrazione Biden, in quanto ritenuti incapaci di trovare una soluzione nel conflitto israelo-palestinese.
Gli ebrei americani da sempre votano per circa i tre quarti democratico, ma sono in atto spostamenti. Quattro anni fa Trump ebbe l’appoggio del 21 per cento degli ebrei e Biden del 77 per cento.
Ora gli ebrei che appoggiano Trump sono il 25 per cento e quelli che appoggiano la Harris sono il 68%. Spostamenti importanti, se si considera che poche migliaia di voti possono decidere chi vince.
Inoltre il 68 per cento degli haredim, ossia degli ebrei ortodossi americani, darebbe il voto a Trump.
Una vittoria di Kamala Harris manterrebbe in essere le logiche delle amministrazioni Obama-Hillary Clinton e Biden-Harris, ossia un atteggiamento di appeasement, cioè di intesa, di accordo politico e di acquiescenza nei confronti dell’Iran che, in questi anni, attraverso la presenza di Hamas e di Hezbollah e ora degli Houthi, ha impedito qualsiasi prosecuzione degli accordi tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese, di fatto resa impotente dalla presenza dei proxy sciiti.
Le esternazioni di Joe Biden di questi giorni, tese ancora una volta a evitare che siano colpite le centrali nucleari iraniane, è l’indice di una logica assurda che intende mantenere aperto il ricatto sciita.
Quella di Biden è la stessa logica del tandem Obama- Hillary Clinton nei confronti delle primavere arabe, che hanno destabilizzato il nord Africa e dei rapporti dei democratici americani con i Fratelli Musulmani, i quali, per inciso, sono dei semiti che hanno avuto intensi rapporti con i nazisti.
Con il ricatto sciita, appoggiato dagli Usa, ogni stabilizzazione dell’area sarebbe impossibile.
Se dovesse vincere Donald Trump, potrebbero ripartire gli Accordi di Abramo e nell’ambito di questi potrebbe anche attuarsi una presenza maggiormente autorevole dell’Autorità Nazionale Palestinese, depurata dal terrorismo sciita, e appoggiata dagli Stati sunniti.
Inoltre una ripresa degli Accordi di Abramo, con il riconoscimento reciproco di Israele e dell’Arabia Saudita, aprirebbe la possibilità di attuare la via del cotone (India – Haifa passando per Emirati, Arabia Saudita, Giordanie e Israele), strategica per l’Europa e impedirebbe ogni velleità di trasformare lo Stato di Israele in uno Stato teocratico.
Bibi Netanyahu, con quanto sta facendo, ha messo le carte in tavola, e ha denudato Joe Biden e le sue politiche, che non sono altro che la prosecuzione di quelle tragiche del tandem Obama-Hillary Clinton.





