
di carlo Di Stanislao
” Se vuoi vedere la destra trionfare manda al potere la sinistra”
Ennio Flaiano
” Il potere logora chi non ce l’ha”
Giulio Andreotti
La sinistra è in crisi in tutta Europa. Crisi che appare antica e strutturale, identitaria e culturale.
Il contesto storico-economico in cui questa crisi è venuta a generarsi è noto e il 1989 ne rappresenta solo una data apicale: il processo di trasformazioni era iniziato nei decenni precedenti (se si guarda anche solo alla crisi internazionale annunciata dai surriscaldamenti inflazionistici e dagli scompensi valutari degli anni Settanta, e dunque alla fine di un certo capitalismo, ai processi di deindustrializzazione del “mondo occidentale” e di scomposizione del ciclo produttivo sui territori).
Nel contempo, il 1989 rappresenta anche un anno che accoglie e anticipa altri cambiamenti, che nel periodo immediatamente successivo invece si dispiegano, a cominciare dal ciclo di privatizzazioni. Da quella data in avanti, abbiamo assistito infatti anche ad altre trasformazioni radicali che hanno investito tutti i piani della società e che, se è pur vero che hanno destabilizzato il campo politico in modo trasversale, hanno finito per colpire specialmente la sinistra riformista europea, contribuendo a determinarne la perdita di sostegno da parte del proprio referente sociale tradizionale, ovvero i ceti popolari. Una categoria, questa, che se per certi versi è evidente che oggi non voti più, dall’altro è chiaro che, nel momento in cui ciò avviene, finisce per esprimere preferenze tendenzialmente più vicine ai partiti populisti di destra.
Come spiegare questo esito? Quali sono le ipotesi interpretative? Quali le cause?
La prima ragione che mette fuori gioco i partiti della sinistra europea è riconducibile, alla fine del “Secolo breve”, al definitivo superamento del modello di produzione fordista, centrato sulla fabbrica, intesa anche come spazio di socializzazione politica per una “moltitudine” di persone, che – nella condivisione di un destino comune legato alle condizioni di vita materiali – perveniva a una coscienza collettiva, in grado di dare luogo a un nuovo soggetto politico (la classe per sé di Marx), protagonista tra Otto-Novecento della condizione di emancipazione del proletariato internazionale, di cui socialisti e comunisti si facevano interpreti e interlocutori.
Strettamente connessa alla prima, la seconda ragione che può spiegare la crisi strutturale della sinistra in età contemporanea è attribuibile alla forte accelerazione del cosiddetto processo di individualizzazione sociale, capace di separare il destino dei singoli individui da quello dei propri gruppi di appartenenza, siano questi i lignaggi, le caste, i ceti, o le classi sociali, fondando così il primato dell’individuo sulla società e rendendo allo stesso tempo quest’ultimo più libero delle proprie scelte, ma anche più solo (se non isolato) all’interno della trama delle relazioni sociali che nel corso del Novecento aveva funzionato sia come strumento di protezione sociale sia come mezzo di emancipazione e lotta politica.
La terza ragione è riconducibile a ciò che Pippa Norris e Ronald Inglehart definiscono “Cultural backlash” (contraccolpo culturale). La loro tesi è che i processi di globalismo e di globalizzazione internazionale abbiano determinato una diffusa insicurezza sociale (di ordine individuale e collettivo), causata dalle innovazioni avviate soprattutto in campo economico e finanziario. Tali rinnovate condizioni di partenza contribuiscono, in quest’ottica, a definire i presupposti del successo di una minoranza di persone preparate a immettere le loro competenze e il loro know-how all’interno del processo internazionale di produzione capitalistico, e il simultaneo forte contraccolpo di un’ampia fetta di persone, incapaci di stare con successo all’interno dei processi di trasformazione imposti dal proprio tempo. È in questo contesto che viene a determinarsi una reazione immediata volta per lo più a premiare proposte difensiviste e/o protezioniste, in luogo di quelle più complesse a carattere trasformativo.
La quarta e ultima ragione della crisi della sinistra in Europa è legata alla rivoluzione informatica e tecnologica, che ha finito con il ridurre le potenzialità di azione del soggetto-partito, protagonista della fase precedente, rivoluzionando l’assetto nazionale e sovranazionale del sistema dei media e imponendo un processo di personalizzazione della politica (legato anche al fenomeno dell’individualizzazione sociale di cui sopra), che la sinistra e i partiti della sinistra radicale non hanno saputo interpretare né hanno saputo utilizzare a loro vantaggio.
La combinazione di tutti questi elementi ha finito col produrre una crisi senza precedenti, capace di descrivere una sconfitta epocale dei partiti della sinistra (tutta), che – indipendentemente dalle condizioni contingenti di volta in volta determinate in corrispondenza di distinti scenari nazionali – hanno smesso d’interpretare un progetto di cambiamento politico, in grado di mettere in campo un programma culturale e d’azione alternativo a quello dominante, sussunto nel frame egemonico del neoliberismo. Nella gran parte dei casi, infatti, i partiti europei della sinistra post-novecentesca si sono resi protagonisti di un progetto soltanto di ordine adattivo, volto al governo dell’esistente, alle volte coniugato anche con un impianto di riforme regressive di tagli alla spesa pubblica e di erosione degli effetti redistributivi prodotti dal Welfare a partire dal “trentennio glorioso” (1945-1975).
E in questo clima di disfatta c’è ancora chi sorride gioiso come Lorenzo Castellano che scrive: ” Università, scuole, grandi quotidiani, grandi società di produzione cinematografica, le maggiori case editrici restano fortemente orientate in senso progressista e marxista. Non saranno tre eventi al Salone del Libro di Torino o qualche sceneggiato Rai su personaggi storici sconosciuti o quasi ai più a cambiare questo stato di cose”.
Ecco che riaffiora l’errore storico degli intellettuali di sinistra: la debolezza di tesi progressiste che mostrano una scarsa propensione alla tolleranza e al confronto con l’avversario, veicolando l’idea di una cultura conchiusa in sé stessa, ai limiti dell’autoreferenzialità, fondata su reti relazionali e cardini etici ben precisi che però molto raramente riescono a produrre alta cultura.
Ma per i cittadini di destra l’élite è costituita da chi lavora e produce, dall’imprenditore che investe e dà lavoro, dal professionista e dal manager che risolvono i problemi, dai prefetti che mantengono l’ordine pubblico e non certo da professioni intellettuali, quasi sempre sovvenzionate in modo diretto o indiretto dal denaro pubblico, che presso questa larga fetta di italiani non godono di grande legittimazione e considerazione nemmeno se esprimono idee sovrapponibili alle loro.
Se la cultura alta non è politicizzabile se non in maniera ridicola – chi può affibbiare etichette all’opera di Montale, di Arbasino, di Calasso o di Sorrentino? – e la cultura media è dominata dall’organizzazione della cultura, perché la sinistra intellettuale pensa e continua a diffondere il contrario dicendo ad esempio che Ungaretti era fascista e quindi non meritava il Nobel e Pasolini mai allineato come Silone e quindi da dimenticare?
È nelle battute ironiche di Checco Zalone, nel successo di pubblico una trasmissione radiofoniche come La Zanzara di Giuseppe Cruciani, nei programmi Mediaset e nella Zuppa di Porro, nei cinepanettoni dei Vanzina, nei vituperati titoli di Libero, nella difesa di tradizioni, usanze e prodotti locali, nel rifiuto epidermico della pedante pedagogia progressista che la destra esercita la propria forza culturale.
Invece che farsi prendere dai complessi di inferiorità verso i professori, gli scrittori e gli autori di sinistra forse c’è da rivendicare con più forza questa connessione con la cultura popolare, da difendere la dignità di questo conservatorismo, chiamiamolo con questo termine oggi in voga, empirico e capillare su cui poggiano le radici culturali e politiche della destra.
Guai a immaginare che serva un “Fazio di destra” (Buttafuoco è già molto meglio è molto meno caro) o un “Moretti di destra” (almeno lui da Venezia dice qualcosa di utile per il cinema), perché la cultura vera non evoca un piccolo mondo antico, non vuole catechismi, rifiuta qualsiasi indottrinamento, esige creazione, impeto, novità.





