
LE MANI SULLA CITTA’
Egisto Cappellini nel 1921 partecipò alla nascita del Partito Comunista d’Italia a Livorno. Arrestato durante il secondo conflitto mondiale venne liberato dopo luglio 1943 e prese le redini del Partito comunista nelle Marche. Dopo il 25 aprile 1945 fu eletto nel Comitato centrale del partito dove si occupò di tutta l’amministrazione e, in questa veste, venne eletto al Senato nella prima e seconda legislatura.
A Roma fu acquistato un terreno di circa 1.000 mq in via delle Botteghe Oscure per circa 30.000.000 di lire con la società immobiliare Aracoeli compartecipata dall’ingegnere comunista Fausto Marzi Marchesi e dai fratelli Alfio ed Alvaro Marchini anch’essi di sicura e sperimentata fede comunista. Entrambi i fratelli avevano sostenuto economicamente il Pci sin dagli anni ’30, inoltre Alvaro aveva anche guidato una formazione partigiana a Monterotondo.
Dopo l’8 settembre, su proposta di Giorgio Amendola, si era anche occupato di far stampare clandestinamente l’Unità. Come molti costruttori degli anni del dopoguerra, quando nella capitale si edificava a rotta di collo, anche i fratelli Marchini “contribuirono” al sacco di Roma ma, come vedremo, nulla mosse. L’8 settembre 1943 ebbe altri risvolti in tutta Italia alcuni di essi ebbero l’epicentro a Napoli dove la media borghesia partenopea aveva iniziato a guardare al futuro prossimo venturo incanalando i suoi giovani rampolli verso il Pci.
A Napoli si pronunciò nei confronti dell’agognata rivoluzione comunista un semplice “I would prefer not to” al nord, invece, la classe operaia optava categoricamente per essa come evento sublime dopo la tirannia fascista. Da questo connubio di mix liberale, da un lato, e rivoluzionario dall’altro nacque e si rafforzò sempre più il Pci che, sotto la weltanschauung di Stalin messa in atto da Togliatti, avviò in modo speculare alla Dc di De Gasperi un partito sostanzialmente interclassista. Come ha sottolineato lo storico Pasquale Chessa: “A Napoli più che altrove, la «via italiana al comunismo» è stata una via culturale: piaceva a Togliatti quel modo nuovo di diventare comunisti, il «culturcomunismo» che per Giorgio Napolitano fu anche un modo elegante per tenersi, già da allora, lontano da Stalin, con la scusa di poter storicizzare non solo Marx ma anche Lenin”.
Nei fatti il centro atomico del Pci fu il culturcomunismo intorno a cui ruotava tutto il resto compreso la classe operaia e le basi di questa nuova categoria marxista furono poste da tanti fra cui Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Antonio Ghirelli, Maurizio Barendson, Domenico Rea, Maurizio Valenzi, Giorgio Napolitano e Massimo Caprara a cui aderì, per tentare di riciclarsi, anche Curzio Malaparte, con una azione parzialmente riuscita. Tutti loro formarono la base di partenza della compagnia dei futuri protagonisti del giornalismo, del teatro, del cinema e della letteratura che vennero, in quel periodo, reclutati dagli americani per un corso rapido di giornalismo e, forse, di qualcosaltro.
La sponda politico-culturale che si ispirava al principio del culturcomunismo marciava di pari passo con l’azione politica del Pci con fasi costanti nel tempo a partire dal settembre del 1943 fino al 1992. Un primo assaggio lo si ebbe già dal 1943 fino al 25 aprile 1945. Improvvisamente dalla rappresentazione storica scomparvero i fascisti molti, se non quasi tutti, divennero “anti” e gli italiani tutti divennero “brava gente” nascondendo le razzie compiute nei Balcani e in Africa. Lo schema del cinema hollywoodiano in cui gli “indiani” erano i cattivi e i “bianchi” i buoni fu riprodotto in scala ed in chiave paesana i “cattivi” erano sempre quelli che governavano ed i padroni mentre i “buoni” erano, di volta in volta, l’operaio, il sindacalista, il prete, il contadino e così via. Figure iconiche che, dallo schermo, calavano nella società italica quasi totalmente incolta all’epoca con quanto riportavano i dati ufficiali in cui vi era solo il 36,5% della popolazione che parlava l’italiano mentre ben il 63,5% parlava solo il proprio dialetto.
E qui si arriva al film definito capolavoro di Francesco Rosi: “Le mani sulla città” che prese come base gli inizi delle speculazioni urbanistiche e la cosa ebbe il suo baricentro su Napoli. Partendo dalla storia di un palazzo che crolla per passare alle ragioni del crollo, i fatti e quant’altro l’hanno preceduto si pensa che il palazzo qualcuno lo fa cadere per far posto ad altre costruzioni o per qualche altra ragione. Ci sono dei morti, comincia un’inchiesta e si mette in moto un processo mediatico giudiziario. Un film basato sulla speculazione immobiliare e poi, anche allora, c’era l’avversario da demolire il sindaco Achille Lauro che, ovviamente, proteggeva gli speculatori ed era indubbiamente coinvolto nella speculazione. L’idea fu di partire da una semplificazione estrema per far giungere il “messaggio” del culturcomunismo e per dimostrare che in questa speculazione in definitiva era compromesso tutto il Paese e anche il governo.
Nessuno degli stessi tessitori del culturcomunismo si prese la briga di denunciare quanto analogamente avveniva a Roma dove, come abbiamo visto, amici costruttori del Pci con la società di costruzione dei fratelli Marchini fu una delle più importanti nella Roma degli anni quaranta, cinquanta e sessanta del XX secolo. Fra le tante speculazioni vi furono quelle su un terreno comprato dal Vaticano nel rione Prati, dove costruirono l’albergo Leonardo da Vinci; edificarono poi un intero quartiere di palazzine alla Magliana, sotto il livello del fiume Tevere, oltre ai palazzi intensivi nella zona dell’ospedale San Camillo e il quartiere intorno a Ponte Marconi. Come tutti sanno non vi fu un analogo film di Rosi su queste devastazioni territoriali nella città eterna. Su queste basi furono poste le fondamenta per imporre la “Narrazione” che interpreta e spesso e volentieri aggiusta per farle prendere il posto e per oscurare la “Storia” che si basa sui documenti.





