
di Nino Orlandi
Ieri abbiamo avuto il secondo anniversario della scomparsa di Michail Sergeevič Gorbačëv (nato a Privol’noe il 2 marzo 1931 e morto a Mosca il 30 agosto 2022) che come a tutti noto il penultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’inventore della perestrojka e della glasnost’, nonchè l’ultimo leader dell’Unione Sovietica.
Il suo pregio maggiore, la sua scelta più alta non fu quella di archiviare il cosiddetto socialismo reale, cioè il regime politico ed economico comunista: per quello, era stata sufficiente l’incapacità di garantire un tenore di vita decente ad una popolazione che, grazie alle prime tv satellitari, poteva fare il confronto con i supermercati, vetrina del benessere occidentale.
Secondo me, il contributo più importante che diede alla sua epoca fu la ricerca della pace, l’abbandono della contrapposizione militare e della sfida basata sulla minaccia atomica tra URSS e NATO.
A fronte della dissoluzione dell’URSS e del consenso alla riunificazione tedesca, ottenne un impegno della NATO, ahimè solo verbale, a non espandersi a Est, cioè a non inglobare i Paesi del disciolto Patto di Varsavia.
A Ovest nessuno è stato di parola. A Est, nessuno è stato all’altezza del suo insegnamento.
Ingenuo? Utopista? Forse. Ma è sempre uno come lui, un mutante, a cambiare ogni tanto, con uno scarto imprevisto e imprevedibile, il corso della storia umana.





