
di Antonello Tominelli
Negli Stati Uniti la carica di vicepresidente è snobbata perché ritenuta inutile, quindi deleteria. Quando fu chiesto al presidente Dwight D. Eisenhower di citare almeno una decisione presa grazie all’apporto del suo vice, lui rispose: «Se mi date una settimana, vedo se riesco a farmi venire in mente qualcosa». Nel 1848 il senatore Daniel Webster, alla domanda perché avesse rifiutato di sedersi alla destra dell’11° presidente James K. Polk, disse di voler essere seppellito soltanto da morto.
Come ha fatto quindi la vice Kamala Harris ad arrivare a sfidare Donald Trump, che ha già un mandato presidenziale alle spalle? Semplice. Saltando le primarie, dalle quali già nel 2019 si era ritirata contro Biden dopo alcune disastrose apparizioni in tv, che l’avevano fatta precipitare sotto il 7%.
Classe 1964, padre giamaicano, madre indiana. Nasce e cresce nella ricchissima California, prima economia subnazionale al mondo, fino ad approdare all’Università Howard di Washington, ribattezzata «La Harvard Nera», un’oasi del liberal-progressismo americano e autentica fucina dell’ideologia woke, dove non si vede un rettore bianco da cent’anni. Il padre, Donald Harris, stimato professore di economia, è un pronipote di Hamilton Brown, che salpò dall’Irlanda destinazione Giamaica per fare vagonate di dollari con le piantagioni di cotone, all’epoca mandate avanti con il lavoro degli schiavi.
Grazie anche alla relazione con Willie Brown, sindaco afroamericano di San Francisco, Kamala, che nel frattempo si è presa anche una laurea in legge, viene introdotta negli ambienti giudiziari californiani. Già nel 1997 è assistente di Terence Hallinan, procuratore distrettuale di San Francisco.
Qui si scontra duramente con Darrell Salomon, la punta avanzata della squadra di Hallinan. Kamala si oppone alla applicazione della Proposition 21, una legge californiana che in un’ottica di repressione del fenomeno delle baby gang, pullulanti di afroamericani, ha eliminato molti dei benefici normalmente accordati ai minori. L’esito è scontato: Kamala viene buttata fuori dalla procura distrettuale di San Francisco.
Cosa che Kamala si lega al dito. Una volta appurata l’indubbia capacità di ottenere cospicui finanziamenti, nel 2002 concorre alla carica di procuratore distrettuale proprio contro Hallinan, che solo due anni prima l’aveva cacciata. La sua campagna elettorale è al vetriolo, basata sulla demolizione dell’immagine granitica dell’avversario. Vince con il 55% dei voti, una percentuale risicatissima per una democratica come lei in uno Stato come la California. Con percentuali simili otterrà otto anni dopo la carica più ambita, quella di procuratore generale della California.
Ma oltre i confini della California, fino a ieri non la conosceva nessuno. A parte le statistiche sui crimini, Kamala sa poco e nulla. E quelle rare volte che si è fatta notare, ha mostrato il suo vero tallone d’Achille: il confronto pubblico.
Rispondendo in conferenza stampa a una giornalista sul perché il popolo americano dovrebbe preferirla agli altri candidati democratici papabili, Kamala, che ha saltato le primarie, ha risposto: «Perché amo il mio paese». E alla replica della giornalista, che le fa notare come anche gli altri potenziali candidati amino il loro paese: «Lasciamo parlare il popolo americano». Questa è Kamala Harris.
Spettacolari le dichiarazioni che rilasciò in Guatemala in un’intervista alla NBC sul problema immigrazione, dopo che un giornalista le aveva chiesto se avesse in programma di visitare il confine del Texas, autentico colabrodo per quegli otto mila migranti provenienti dal Messico che ogni giorno lo attraversano. Risposta: «Oggi mi trovo in Guatemala. A un certo punto, immagino: sì, siamo stati al confine». Il giornalista replica: «Lei quindi non è stata al confine». Kamala: «Se è per questo non sono stata nemmeno in Europa. Voglio dire, non capisco il punto!». Anche questa è Kamala Harris.
Sui confronti è evidente che non potrebbe mai spuntarla contro uno come Donald Trump, dalla capacità dialettica non eccelsa ma comunque nettamente superiore alla sua. Ma nelle campagne elettorali per le cariche giudiziarie in California, gli ingenti finanziamenti che Kamala è sempre riuscita ad attrarre con disarmante semplicità, alla fine hanno fatto la differenza.
Oggi Kamala Harris ha come sponsor i giganti della Silicon Valley, capaci di capitalizzazioni di mercato da trilioni di dollari, e dove l’ideologia woke è di casa. Non a caso lo staff di Kamala ha creato un modulo di adesione da far compilare ai volontari che vogliono impegnarsi per le presidenziali, che devono indicare in quale dei nove generi fin qui creati dalla ideologia LGBTQIA+ si identificano, oltre a quello eterosessuale ormai evanescente.
Dunque, niente più classi sociali ma classi di genere. Il sogno di ogni capitalista, quello di allontanare lo spettro del conflitto di classe insieme alle rivendicazioni salariali, è al suo inizio. Ma è un processo che l’eventuale elezione alla Casa Bianca di una persona “limitata” come Kamala Harris, per evidenti motivi, non potrà che accelerare.
A dover preoccupare, quindi, non sono soltanto le sue posizioni apertamente guerrafondaie sul conflitto russo-ucraino. A novembre potremmo avere, come primo presidente USA donna nella storia, la più importante procuratrice delle anime nere del capitalismo woke, che per giunta flirta con la terza guerra mondiale.





