Home Politica UCRAINA, QUANDO LA PAROLA DATA NON VALE UN SOLDO BUCATO

UCRAINA, QUANDO LA PAROLA DATA NON VALE UN SOLDO BUCATO

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Le guerre prima o poi finiscono e il problema è cosa fare dopo.

Il problema è che finiscono male quando la diplomazia non riesce a entrare in campo perché manca la fiducia nella parola data.

E’ quanto è capitato con la guerra in Ucraina, che è il frutto del tradimento, in più occasioni, della parola data e così sarà difficile che possa finire se non viene ripristinata la fiducia nella parola data.

In questi trent’anni i Democratici americani ha fatto capire al mondo che la loro parola non vale alcunché. La loro affidabilità è vicina allo zero.

A ruota, con medaglia d’argento, si sono posizionati i leader della Nato e in terza posizione i leader dell’Unione Europea.

Riguardo agli americani, questi hanno agito nei confronti di Kiev, come scrive Lucio Caracciolo con impietoso realismo, con “forniture calibrate secondo il principio «vi diamo ciò che vi serve a non perdere, non a vincere». Traduzione pratica «vi diamo ciò che vi serve a perdere lentamente»”.

“Gli apparati – aggiunge Caracciolo – pianificano la riduzione del sostegno militare e finanziario a Kiev per costringere Zelens’kyj a negoziare un cessate-il-fuoco in stile coreano”. Da qui la “malinconica sentenza di un funzionario ucraino: «La guerra finirà quando gli americani smetteranno di giocare a palla con noi”.

Un gioco perverso è iniziato, nel 2014, con il colpo di Stato indotto da Victoria Nuland e da George Soros, essendo plenipotenziario per l’Ucraina il vice di Obama Joe Biden, il cui figlio faceva affari a Kiev.

Un gioco perverso inteso a mettere in atto una guerra per procura per ridurre la Russia a potenza regionale o, meglio ancora, a impotenza e finito con l’invasione della Russia dell’Ucraina con una guerra diventata di posizione e di logoramento, che vede perdente la iniziale strategia americana.

L’Ucraina, nei giorni scorsi, ha ricevuto i primi F-16, ma il loro numero “non è sufficiente”.

Lo ha subito affermato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, confermando l’arrivo nel Paese dei tanto attesi caccia.

“Abbiamo spesso sentito la parola ‘impossibile’. Ora è realtà. Realtà nei nostri cieli. F-16 in Ucraina. L’abbiamo reso possibile”, ha dichiarato Zelensky in piedi di fronte a quello che sembravano due caccia grigi, parzialmente coperti, marchiati con il tridente ucraino.

Il leader di Kiev non ha detto quanti jet sono stati consegnati e si è rifiutato di entrare nei dettagli, ma ha avvertito che ne servono di più.

“I nostri partner sanno che il numero di F-16 che abbiamo in Ucraina, il numero di piloti che sono già stati addestrati, non è sufficiente”, ha affermato Zelensky. “La buona notizia è che ce ne aspettiamo altri”, ha proseguito, ringraziando Danimarca, Paesi Bassi, Stati Uniti e altri alleati. Diversi Paesi Nato si sono impegnati a fornire un certo numero di jet da combattimento e hanno addestrato piloti ed equipaggi ucraini per mesi.

Sebbene il leader di Kiev abbia chiesto circa 130 F-16 per garantire la parità con la potenza aerea russa, finora gli alleati occidentali hanno promesso di inviarne meno di 100, che probabilmente arriveranno nel corso di diversi anni dopo l’addestramento dei piloti.

In buona sostanza, per stare alla regola che ha spiegato Caracciolo, a Kiev viene dato quanto serve per resistere, non per vincere o per perdere lentamente.

Va da sé che qualsiasi accordo comporterà cessione di territorio.

Va detto che la presa di posizione di Zelensky, che si è rifiutato di lasciare il Paese quando i russi hanno invaso l’Ucraina nella prima fase del conflitto, ha vanificato quella che era l’idea di Usa e inglesi. I russi avrebbero messo al posto di Zelensky un loro uomo e nel Paese si sarebbe innescata una guerra civile che avrebbe costretto Mosca a impegnare migliaia di uomini.

“Questo – scrive Caracciolo – era lo scenario preferito dalla Cia, parte del Pentagono e del dipartimento di Stato, soprattutto dai britannici. I quali a fine 2021 stavano già apparecchiando insieme una sorta di governo in esilio a Leopoli o in Polonia, contando sul fatto che per Putin (e molti polacchi) Leopoli è Polonia. Per insediarvi Zelens’kyj o chi per lui. Piano perfetto per attrarre la Russia in trappola rischiando il meno possibile. La coraggiosa scelta del presidente di restare al suo posto, confortata dal fiasco dell’attacco russo all’aeroporto di Kiev difeso anche da forze speciali britanniche, ha rovesciato le aspettative iniziali di Washington e Londra”.

Anche la cosiddetta controffensiva è stata programmata secondo la dottrina Nato che prevede la copertura aerea, ben sapendo, i militari Nato, che Kiev di aerei non ne aveva.

Anche gli F16, consegnati con il contagocce, servono a ben poco, anche per il fatto che la logistica non è praticabile in territorio ucraino.

In ogni caso, a forza di menzogne, mezze verità, propaganda, parola data e non mantenuta, siamo a questa situazione.

Scrive Lucio Caracciolo a proposito di noi europei: “Ci siamo confermati specialisti nel raccontare a noi stessi ciò che ci deve rassicurare. Narrazione talmente irreale da convincere le parti in conflitto della nostra irrilevanza”.

Non solo. Il direttore di Limes ci dice che “su un principio russi e americani concordano senza neanche bisogno di parlarsi: a pagare per rimettere in sesto l’Ucraina saremo noi europei. A piè di lista”.

E guarda caso, abbiamo già iniziato, con il via libera dato alla prima rata di 4,2 miliardi nell’ambito dell’Ukraine Facility, il fondo da 50 miliardi per i prossimi 4 anni dedicato a Kiev per assicurarne la stabilità finanziaria per i prossimi quattro anni.

“Questa decisione sostiene la stabilità macro-finanziaria dell’Ucraina e il funzionamento della sua pubblica amministrazione”, ha spiegato in un post su X la presidenza di turno dell’istituzione Ue.

Gli ambasciatori dei 27 Paesi membri hanno concluso che l’Ucraina ha soddisfatto le condizioni e le riforme previste dal Piano per l’Ucraina, presentato a Bruxelles lo scorso 20 marzo, necessarie per ricevere i fondi.

Riforme che riguardano la gestione delle finanze pubbliche e delle imprese statali, lo sviluppo di un più florido ambiente imprenditoriale – in particolare nel settore dell’energia – e il delicatissimo compito di sminare il territorio ucraino dalle migliaia di ordigni lasciati dai russi.

Siamo noi e saremo noi a pagare la ricostruzione, ma, e qui sta il problema dei problemi che le chiacchiere nascondono, “promettiamo – scrive Caracciolo l’adesione di Kiev all’Unione Europea con il retropensiero che non avverrà perché farebbe saltare il nostro banco”.

Il banco salterà comunque se gli europei saranno lasciati soli a pagare.

La parola data, questo il punto, ormai vale meno di un soldo bucato e questo è il problema dei problemi per ogni possibile futuro.

Una montagna di chiacchiere, di promesse, di strategie fallite non servono a ripagare il fatto che si è gettata nella fossa dei leoni una nazione per “giocare a palla” con il sangue di un popolo che è passato, nel frattempo, da 50 milioni a 25 e ha perso la sua autonomia per decenni, passando dal padrone sovietico al padrone finanziario occidentale.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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