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I DEM ALLO SBANDO DERAGLIANO OVUNQUE

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Non contenti dei fronti aperti dell’Ucraina e del Medio Oriente, i Democratici Usa ne stanno aprendo un altro, contestando la elezioni di Maduro in Venezuela.

Il Governo statunitense, infatti, ha riconosciuto giovedì il candidato dell’opposizione venezuelana Edmundo González Urrutia come legittimo vincitore delle elezioni presidenziali del Paese sudamericano, screditando i risultati annunciati dalle autorità elettorali che hanno invece dichiarato vincitore Nicolás Maduro.

Il Segretario di Stato americano Antony Blinken, in un comunicato ha affermato: “Considerando le prove schiaccianti, è evidente per gli Stati Uniti e, cosa più importante, per il popolo venezuelano, che Edmundo Gonzalez Urrutia ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle elezioni presidenziali del 28 luglio in Venezuela”.

Secondo Reuters, Washington starebbe considerando nuove sanzioni.

La questione è di importanza geopolitica notevole in quanto, con la conferma di Maduro, il Venezuela contribuisce a far del Mar dei Caraibi un luogo di penetrazione dell’influenza russa.

La situazione caraibica, dopo quella africana, dimostra che l’America non riesce più ad essere il controllore del mondo e che, prima o poi, dovrà addivenire a una conclusione inevitabile: sedersi ad un tavolo per una nuova Yalta che ridia stabilità al mondo indicando le zone d’influenza.

La questione, tuttavia, è di difficile soluzione in quanto i Democratici Usa non hanno brillato, in questo trentennio che abbiamo alle spalle, per affidabilità della parola data.

Il sostegno ai fratelli Musulmani e all’Iran ha messo in allarme i Paesi arabi sunniti e Israele, facendo salire la tensione mediorientale.

Trump, con gli Accordi di Abramo, aveva tentato una stabilizzazione dell’area, ma l’arrivo di Biden ha di nuovo introdotto elementi di incertezza e, soprattutto, di incapacità endemica a mantenere una linea che significhi anche coerenza con la parola data.

Inutile dire che, se  si vuole garantire Israele, quando si gioca con l’Iran e con i Fratelli Musulmani, non si è coerenti. 

Ed ecco che ora, radicalizzando la situazione, Bibi Netanyahu, ha commissariato la politica Usa nell’area, come dimostra il necessitato e non eludibile intervento a favore di Tel Aviv, anche con copertura aerea e missilistica, in caso di attacco iraniano.

La questione si riflette all’interno della campagna elettorale Usa, mettendo alle corde il cerchiobottismo di Kamala Harris, fino ad ora equilibrista tra filo israeliani e filo palestinesi.

Se passiamo all’Ucraina, messa in ginocchio e in un mare di sangue da una guerra per procura con la Russia, vediamo che il presidente Volodymyr Zelensky, nei giorni scorsi, ha affermato che “tutto il mondo”, compresa l’Ucraina, vuole che la Russia partecipi a un secondo summit per porre fine al conflitto.

“La maggior parte del mondo oggi – ha detto Zelensky ai media francesi, tra cui l’Afp – afferma che la Russia deve essere rappresentata al secondo summit, altrimenti non otterremo risultati significativi. Dal momento che tutto il mondo vuole che siano al tavolo, non possiamo essere contrari”.

E’ del tutto evidente che l’interlocutore principale per porre fine al conflitto è Washington, che deve affermare la sicurezza europea e, al contempo, garantire lo spazio vitale della Russia che la guerra ha dimostrato non essere riducibile a piacere secondo le teorie e i desideri di Obama.

Anche in questo caso quanto vale la parola dei Democratici americani ad un possibile tavolo delle trattative?

Dopo aver assicurato la Russia che la Nato non l’avrebbe accerchiata, il Patto Atlantico ha inglobato la maggior parte dei Paesi ex Patto di Varsavia ed ex Unione Sovietica, contravvenendo alla parola data.

La questione, ancora una volta, riguarda le elezioni Usa. Se sarà eletta Kamala Harris, fortemente sponsorizzata da George Soros &Co. (autore con Victoria Nuland del colpo di stato a Kiev del 2014) è chiaro che ogni accordo di cessate il fuoco o di fine del conflitto sarà vanificato.

Il deragliamento dei Democratici è stato assolutamente eclatante nella wokiade olimpionica di Parigi, che si è trasformata in un boomerang mediatico.

Studiata dal povero Macron e dai suoi per affermare, utilizzando le Olimpiadi, l’ideologia woke diffusa dai Dem Usa, asserviti alle logiche della tecno-finanza, l’inaugurazione si è tradotta in una tale carnevalata che ha suscitato una reazione nel mondo ormai incontenibile.

L’effetto politico più interessante è che è stato dimostrato che si può dire di no, che si può condannare il carnevale Lgbt, cosa che fino a prima di Parigi 2024 era quasi impossibile, in quanto condannata dai media mainstream e da una censura occhiuta sui social.

La carnevalata, le inefficienze organizzative, le vicende degli atleti gender e via elencando, al di là di ogni singolo dettaglio, ha aperto il Vaso di Pandora del rifiuto di un mondo minoritario che in questi anni ha voluto prevalere, imponendo logiche assurde, ridicole e transumaniste.

La carnevalata è riuscita a far sì che cose fino a prima impensabili siano accadute, come l’islamico Erdogan che chiama il Papa per chiedergli se non dice nulla sull’offesa all’Ultima cena di Gesù, considerato che per l’islam Gesù è profeta (nabī), messaggero (rasūl), Messia (al-Masih) e musulmano, cioè sottomesso alla volontà di Dio – che nell’Islam non si incarna né in Cristo, né in nessun altro profeta. La telefonata avviene mentre Bergoglio è ad un incontro con esponenti Lgbt.

Parigi è nota per rivoluzioni e restaurazioni, per eccessi rivoluzionari che determinano altrettanti eccessi controrivoluzionari e, mantenendo fede alla tradizione, ha prodotto l’inversione di quanto era nei proponimenti di una carnevalata tesa a legittimare un mondo, un’ideologia, una distorsione costante e proterva della realtà.

Il deragliamento parigino si assomma ad altri deragliamenti che, nell’insieme, fanno pensare al crollo di un mondo che ha pensato di comandare il pianeta a suo piacimento.

In questo ambito di ragionamento, la carnevalata parigina è diventata l’emblema di una inversione di tendenza, di un urlo liberatorio di chi non ne poteva più e ha colto nella performance macroniana il segno di una tracotanza ormai insostenibile e l’ha mandata a quel paese. La carnevalata ha prodotto un vaffa colossale.

Macron, c’è da dire, è perfetto nella pars destruens, basti pensare alla Fracafrique, ad un Paese senza governo, alla tracotanza con cui agisce come fosse il comandante supremo delle armate europee, mentre è stato cacciato dal Niger in malo modo e, giusto per stare ai simboli, ha ridicolizzato la Guardia Repubblicana facendola ballare come fosse al varietà.

Inutile dire che Macron data la sua performance olimpionica, che ha fatto scoppiare il bubbone wooke, passerà alla storia per aver contribuito a determinare, finalmente, nel mondo un’ondata liberatoria contro un’ideologia insopportabile.

Vive la liberté.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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