
Giorgia Meloni, nell’incontro ufficiale di lunedì con il presidente cinese Xi Jinping, ha affermato che con la Cina si può ragionare insieme su “come garantire stabilità, pace, un interscambio libero”, ma è necessario che “rimanga stabile il sistema delle regole nel quale ci muoviamo”.
“Il mondo intorno a noi sta cambiando, il sistema internazionale basato sulle regole è messo in discussione”, ha osservato il presidente del Consiglio italiano.
“C’è un’insicurezza crescente a livello internazionale – ha avvertito Giorgia Meloni -. Penso che la Cina sia inevitabilmente interlocutore molto importante per affrontare tutte queste dinamiche, partendo dai rispettivi punti di vista per ragionare insieme di come garantire stabilità, pace, un interscambio libero”: per farlo, tuttavia, “abbiamo bisogno che rimanga stabile sistema delle regole nel quale ci muoviamo”.
Giorgia Meloni ha posto la questione fondamentale: la stabilità nelle regole.
Qui dobbiamo fare mente locale a Henry Kissinger, ma prima è necessario fare alcune considerazioni riguardanti la necessità, da parte dell’Occidente, di registrare l’orologio della storia.
Il comunismo, come proiezione politica della filosofia marxista, è fallito ovunque, perché ovunque si è trasformato in dittatura. La stessa filosofia marxista non ha retto alla prova dei fatti.
La Russia non è l’Unione sovietica; è retta da una forma politica che si potrebbe definire cesarismo oligarchico, una sorta di neo-zarismo in perfetto accordo con la Chiesa ortodossa.
Putin non è l’erede politico di Lenin e di Stalin, ma di Nicola II Romanov.
L’imperialismo russo è quello degli zar e il modo con cui la Russia pensa se stessa è quello con cui si pensava ai tempi di Pietro il grande e di Caterina.
La Cina è il Celeste impero, governata da una casta di mandarini, come al tempo imperiale, i quali, sotto il velame della marxismo, hanno come riferimento Confucio, esattamente come i funzionari del Regno di mezzo (altro nome della Cina imperiale).
Quando Giorgia Meloni ricorda che Italia e Cina sono due Paesi che hanno storie millenarie, lo stesso discorso lo potrebbe fare a Mosca e in India.
Gli Stati Uniti d’America, nazione di immigrati (ad eccezione dei Nativi), ha una storia solo centenaria e spesso si dimentica che i Paesi che hanno storie millenarie non hanno alcuna intenzione di imitare il modello di vita americano.
Gli Stati Uniti sono potenti, economicamente e militarmente, ma quando entrano nella bolla ideologica e fondamentalista dell’eccezionalismo fanno danni.
Nessun Dio li ha incaricati di governare il mondo.
Ed eccoci al punto.
Scrive Kissinger: “Ogni volta che la pace – intesa come assenza di guerra – è stata l’obiettivo principale di una potenza o di un gruppo di potenze, il sistema internazionale si è trovato alla mercé del membro più potente della comunità; quando invece l’ordine internazionale ha riconosciuto che non si potevano tradire determinati principi, neppure in nome della pace, è stato per lo meno possibile pensare ad una stabilità basata su un equilibrio di forze”. [i]
“La stabilità, quindi – prosegue Kissinger – non è stata perlopiù il risultato di una ansiosa ricerca di pace, ma di una legittimità universalmente accettata. «Legittimità», nel senso in cui la si intende qui, non va confusa con «giustizia»: significa soltanto un consenso internazionale sulla natura e l’applicabilità di determinate convenzioni, e sugli scopi e i metodi consentiti per fare politica estera. Ciò significa che tutte le grandi potenze accettino la struttura di base dell’ordine internazionale… ”. [ii]
Qui cominciamo a fare i conti con alcuni aspetti critici della realtà attuale.
Quando si parla di “pace giusta” per quanto riguarda l’Ucraina, si dà solo aria ai denti. Non esiste una “pace giusta”; esiste una pace possibile.
Un altro aspetto critico, con il quale fare i conti, è l’obsolescenza dell’Onu che non ha più alcuna reale autorità e, pertanto, non è in grado di garantire la “legittimità”.
Kissinger ci insegna anche un’altra grande regola: “Ogni volta che una potenza considera oppressivo l’ordine internazionale o il modo di legittimarlo, le relazioni tra questa potenza e le altre potenze saranno rivoluzionarie” e che “il tratto distintivo di una potenza rivoluzionaria non è tanto il sentimento di minaccia – insito nella natura stessa di ogni sistema di relazioni internazionali fondato su stati sovrani – quanto quello che nulla può ridarle sicurezza”. [iii]
Se guardiamo alla vicenda Russia-Ucraina non possiamo non riconoscere che siamo di fronte ad un esempio di relazioni rivoluzionarie.
Contravvenendo alle promesse e alla dottrina Kennan, ossia al contenimento senza mettere in discussione la sicurezza e senza umiliare, gli Usa hanno esercitato, dalla fine dell’Unione Sovietica (1991) in poi, una pressione costante nei confronti della Russia e hanno attuato un accerchiamento che non è stato solo di terra, ma anche sul mare, tentando di fare del Mar Nero un lago atlantico e riuscendo a fare un lago atlantico del Mar Baltico.
La Rivoluzione di Maidan, colpo di Stato guidato da Victoria Nuland e Gerorge Soros, compiacenti Joe Biden, Barack Obama e Hillary Clinton, ha dato il via ad un conflitto che dal 2014 ad oggi, con varia intensità, ha coinvolto l’Ucraina. L’invasione russa è solo l’ultima puntata di un confronto che ha messo una potenza nelle condizioni di trasformare le relazioni in rivoluzionarie.
E’ del tutto chiaro che solo il ristabilimento di regole che consentano la sicurezza degli Stati europei e della Russia potrà produrre un nuovo equilibrio.
Qui entra di peso la parola fiducia, assieme alle sorelle affidabilità e trasparenza.
Si è pensato che la Russia fosse riducibile a ben poco con sanzioni e con una guerra per procura, pagata con il sangue del popolo ucraino. Non è stato così.
Anche in questo caso ci sovviene Kissinger, il quale sostiene che “è tipico di una potenza rivoluzionaria avere il coraggio delle proprie opinioni, ed essere disposta, anzi decisa, a portare i suoi principi fino alle estreme conseguenze”. [iv]
Così è stato, così è.
Ho l’impressione che quanto è stato ed è per la Russia valga anche per la Cina.
A questo punto la questione (atteso che l’Unione Europea non conta nulla) è chi comanda negli Stati Uniti.
E’ la domanda che si pone su questo numero del giornale Marco Palombi.
Oggi saperlo è difficile. Joe Biden ormai è un’immagine di cartone. Dietro le quinte nel Partito democratico si sta sviluppando un confronto all’ultimo sangue. Dietro le quinte delle quinte c’è un rimescolamento delle carte nel mondo tecno-finanziario.
Se dovesse vincere Donald Trump un nuovo approccio alle regole sarebbe possibile.
Se vincesse Kamala Harris vedremmo solo la prosecuzione delle politiche che abbiamo visto in questi anni.
Ha fatto bene, pertanto, Giorgia Maloni, a porre sul tavolo della riflessione internazionale la questione delle regole.
O si passa a stabilire regole condivise, dalle quali scaturisca stabilità, oppure si rischia di andare verso tensioni crescenti che possono anche sfociare in una guerra generalizzata.
Considerando gli attuali schieramenti e le attuali alleanze, l’Occidente ne uscirebbe massacrato.
Chiaramente l’Italia governata da Giorgia Meloni non è da sola in grado di mettere ad un tavolo le grandi potenze per ritrovare regole condivise che diano stabilità al mondo, ma il fatto di aver posto al centro la questione è già un passo avanti.
[i] Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti
[ii] Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti
[iii] Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti
[iv] Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti





