Home Opinioni DIO CE NE SCAMPIA E LIBERI, SOPRATTUTTO DAL PCI

DIO CE NE SCAMPIA E LIBERI, SOPRATTUTTO DAL PCI

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di Marforius
La recente sciagura, che ha avuto come teatro l’ecomostro di Scampia, induce a fare una serie di riflessioni, riferite anche alla genesi di questo insediamento analogo ad altri, che una certa cultura collettivista ha spacciato per soluzione ideale e d’avanguardia, se non addirittura salvifica.
Tanto per cominciare come non ricordare che la tanto denigrata (dagli avversari) Rosetta Iervolino, da poco eletta sindaco di Napoli, confessò che Scampia aveva messo in crisi i suoi convincimenti avversi alla pena cpitale, allorchè affermò: “Sono contro la pena di morte, ma il progettista delle Vele lo fucilerei!”. Naturalmente le polemiche non mancarono, in quanto una dichiarazione del genere aveva messo a nudo il fallimento di opere della specie.
Opere delle specie figlie della cultura del PCI, che a Scampia hanno trovato una delle “massime espressioni”, allorché negli anni settanta prese il via la scelta di realizzare le Vele, con sette edifici progettati, su incarico del sindaco Valenti, dall’architetto  Francesco Di Salvo.
Ora di fronte a disgrazie del genere, come sempre, non i rappresentanti del PCI formalmente estinto, gli eredi di questa ideologia si associano al coro degli indignati, pretendendo di dare lezioni di etica, morale e sapienza politica, mentendo sapendo di mentire.
La cronaca nella sua crudezza  in realtà dice le cose come stanno. Le cosiddette case (si fa quasi per dire vista la dimensione minimale delle unità abitative), presenti nelle Vele, furono assegnate (se non in molti casi occupate) a un numero enorme di persone, sempre sotto il “vicereame” del sindaco Valenti. In realtà, per dirla tutta e senza tanti peli sulla lingua, le Vele altro non sono che una variante dei quartieri ghetto realizzati nei paesi di sovietica memoria.
Qualcuno disse che le Vele, ben presto, diventarono mongolfiere. Il Mattino già nel 1981 chiosò: “Centinaia di famiglie ammassate come polli in batteria… La privacy non esiste. Metti un camorrista in queste gabbie e tutto il quartiere viene controllato dal mafioso”.
Un fallimento annunciato, per chi, esaminando il progetto, avesse un minimo di buon senso. Fallimento che ora diventa realtà visto che le Vele sono diventate un luogo di spaccio a cielo aperto e il simbolo del degrado assoluto. Un fallimento che, peraltro, avrebbe potuto esse mitigato (al di là dello spreco di denaro pubblico), se il processo di demolizione, che ha riguardato tre dei sette edifici, non si fosse fermato, per i soliti misteri gaudiosi della partitocrazia.
Scampia, insieme a Corviale di Roma, lo Zen di Palermo e tanti altri aggregati similari, rappresentano un assurdo sviluppo urbanistico e residenziale, figlio un modo di vedere e di intendere la politica,  che la storia ha spazzato via, ma che purtroppo nel nostro Paese, paradiso del trasformismo, ancora sopravvive, cercando per di più, non di rado, con supponenza e sprezzo del ridicolo, di dare lezioni politiche e morali.

 

 

 

 

 

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  • Redazione

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