
Jens Stoltemberg, al di là delle significanze italiche del suo cognome, non è altro che il megafono gracchiante e scomposto di una cupola velenosa che ha pensato che il mondo potesse essere ridotto ad una banca o a un fondo d’investimento.
Una cupola che associa ebrei antisemiti (il cui simbolo è George Soros, il quale aiutava i nazisti a depredare i suoi fratelli e non se ne è mai pentito) ad anglosassoni malthusiani e fabiani, il cui tempio è divenuto quello di Mammona.
La cupola, il cui massimo esponente è l’ebreo Larry Fink, leader di BlackRock, ha forti legami con una parte del Partito Democratico degli Stati Uniti e, in particolare, con quella parte che ha come esponenti l’ebrea Victoria Nuland, l’ebreo Anthony Blinken e che è strettamente connessa con la tecnocrazia californiana e con le ideologie che dalla California sono emerse, come il green, l’emergenza climatica, il wokismo, il transumanesimo e, soprattutto, il globalismo.
Globalismo che ritorna come un boomerang su chi lo ha voluto, scuotendo le file del mondo finanziario e mettendo in crisi il costruendo neo feudalesimo del nuovo ordine mondiale di stampo davosiano, dalle assonanze neo naziste.
La cupola, nella sua parte anglosassone, associa lord David Camerun, presidente del Consiglio inglese dal 2010 al 2016, il quale, con il francese Sarkozy e con l’americana Hillary Clinton, ha disastrato la Libia, facendo assassinare Gheddafi e creando le condizioni dell’attuale instabilità. Per aver disastrato il Magreb e bombardato l’Iraq ora è stato scelto per fare il ministro degli Esteri di Sua Maestà. Non male.
Della squadra anglosassone fanno parte, ovviamente, i componenti del Clan Clinton, con i Clinton in rapporti di amorosi sensi con i servizi cinesi sin da quando erano giovani politici, come documenta Roger Faligot, nel suo testo: “I servizi segreti cinesi” (Newton Compton).
Non è un caso che sia stato proprio Bill Clinton ad aprire il WTO alla Cina.
Della squadra della cupola fa parte anche la famiglia Biden, con Joe Biden intento ad occuparsi di politica e il figlio e il fratello intenti a fare affari con i cinesi, con i russi e con gli ucraini.
Mentre Israele è alle prese con il terrorismo di Hamas, in un difficile confronto medio orientale che coinvolge i Paesi arabi sunniti e l’Iran sciita, memore dell’impero persiano (che vorrebbe riprodurre), l’amministrazione Biden prende posizioni difficilmente digeribili da Tel Aviv.
Posizioni che costringono Bibi Netanyahu a dire che Israele “non è uno Stato vassallo degli Stati Uniti”.
In America gli stessi finanziatori del Partito Democratico finanziano le proteste nei campus universitari anti Israele e antisemite. Proteste che sono finanziate anche dai cinesi.
Il tragico impasto di manine antisemite e antisioniste ha fatto dire all’ebreo Steve Schwarzman, leader del fondo Blackstone, che sosterrà Donal Trump.
La cupola reagisce nervosamente, alzando l’asticella del coinvolgimento occidentale nella guerra in Ucraina, perché chiudere la partita significa perderla e perdere la faccia.
Va così che il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, megafono gracchiante di un mondo disperato che potrebbe anche condurci alla guerra totale pur di non cedere, ha acceso il dibattito, invitando i Paesi occidentali a riflettere sull’ipotesi di rimuovere il divieto che impedisce all’Ucraina di colpire obiettivi militari in Russia con armi fornite dai partner nella guerra contro Mosca.
Stoltenberg si è rivolto, in particolare, agli Stati Uniti, che hanno messo a disposizione di Kiev, ad inizio aprile, i missili Atacms a lungo raggio: possono colpire a 300 km di distanza e, quindi, centrare i luoghi da cui le forze russe lanciano quotidianamente missili.
A Washington, l’argomento è al centro della discussione, soprattutto – a quanto pare – per il pressing, guarda caso, del segretario di Stato Antony Blinken, seguito dal ministro degli Esteri britannico David Cameron, il quale ha dichiarato, durante una recente visita a Kiev, che spetta all’Ucraina decidere se utilizzare le armi britanniche contro le posizioni in Russia.
Nella catena dei guerrafondai si è messa in pole position la Svezia.
Il quotidiano Hallandposten riporta la risposta del ministero della Difesa, guidato da Pal Jonsson, alla domanda sulla posizione di Stoccolma nel quadro internazionale: “L’Ucraina è soggetta ad una guerra di aggressione non provocata e illegale da parte della Russia. Secondo il diritto internazionale, l’Ucraina ha il diritto di difendersi con azioni militari indirizzate al territorio del nemico, nel rispetto delle leggi di guerra. La Svezia sostiene la legge internazionale e il diritto dell’Ucraina all’autodifesa”.
Ovviamente la Svezia evita di dire che le armi non sono dell’Ucraina, ma sono fornite da Paesi occidentali i quali hanno il potere di decidere il limite del loro utilizzo o di non darle a Kiev.
In questo quadro in movimento, la Germania frena, mentre i paesi baltici accelerano.
All’Ucraina farebbero comodo i missili Taurus, che la Germania sinora non ha accettato di fornire, a dimostrazione che nessuno è obbligato a fornire armi a Kiev.
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, anche nelle ultime ore, ha ribadito di essere contrario all’uso di armi tedesche da parte delle forze armate ucraine per colpire obiettivi in Russia. “Abbiamo concordato regole chiare con l’Ucraina per la consegna delle armi. Regole che funzionano. Almeno questa è la mia teoria”, ha detto Scholz in un evento a Berlino in occasione del 75° anniversario della Costituzione tedesca.
Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina la Germania ha fornito a Kiev pezzi di artiglieria a lungo raggio come il lanciarazzi Mars II, che ha una gittata di oltre 80 chilometri
A fare la parte degli sbruffoni sono i Paesi baltici che insieme fanno otto milioni di abitanti, tanti quanti quattro città italiane (Lettonia 1,87 milioni, Estonia 1,34 e Lituania 2,83).
Come riporta Der Spiegel, la scorsa settimana, a margine di una conferenza sulla sicurezza internazionale a Tallinn, esponenti dei Paesi baltici hanno informato che Estonia, Lettonia e Lituania sono pronte a inviare soldati in Ucraina se il quadro bellico dovesse diventare totalmente favorevole alla Russia.
La posizione dei Paesi Baltici fa semplicemente venir da ridere.
L’esercito della Lettonia consta di circa 5 mila professionisti, 8 mila della Guardia Nazionale e 11 mila riservisti.
L’esercito della Lituania consta di 3.500 regolari e 5.300 volontari.
La dimensione usuale delle Forze armate estoni in tempo di pace è di circa 5.600 effettivi, di cui 2.200 sono in ferma di leva. La Kaitseliit, ovvero Lega di difesa, i cosiddetti riservisti, conta su 20.000 membri effettivi. Dunque la dimensione pianificata operativa (in tempo di guerra) è di circa 26.000 componenti.
L’ultima chiamata alle armi di Kiev chiedeva 500 mila uomini per riuscire a contenere l’esercito russo in chiave di pura difesa.
Dovessero mandare truppe in Ucraina i Paesi Baltici sarebbero degli aggressori e non degli aggrediti e la Nato potrebbe comunque rimanerne fuori.
La Russia ha detto a chiare lettere che non è disponibile ad essere vassalla di alcunché, ma la politica di quella parte degli Usa che risponde ai criteri della cupola la sta progressivamente gettando nelle braccia della Cina, quasi fosse una sorta di strategia che avvantaggia il Dragone. Una strategia che sembra studiata a Pechino e attuata da Washington.
Alla strategia dei disperati della cupola risponde, con pragmatismo l’Italia, ricordando che, per prendere qualsiasi decisione che riguardi la Nato, è necessario che la decidano i Paesi membri e che l’Italia è contraria all’uso delle armi sul territorio russo.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha commentato la proposta del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, riguardo alla revoca del divieto di usarle per colpire in territorio russo, dicendo che “è un’opinione legittima, ma ritengo sbagliato aumentare la tensione già drammatica”.
Il ministro della Difesa ha poi aggiunto: “L’aiuto all’Ucraina serve a evitare la terza guerra mondiale, ma deve lasciare aperto lo spazio a una tregua”.
“Non esiste – ha detto ancora Crosetto – un segretario Nato o una nazione che decide la linea per tutte le altre. Vale per Stoltenberg, ma vale anche per Macron. La Nato si muove e si muoverà nell’incontro che avremo a Washington a luglio, portando dei progetti, dei piani, delle idee. Le singole spinte valgono poco”.
Netto il dissenso del leader della Lega Matteo Salvini.
“Stoltenberg – ha detto Salvini – o ritratta o chiede scusa o si dimette”. “Perché per parlare di guerra – aggiunge Salvini- per parlare di usare le bombe o i missili o le armi italiane che abbiamo mandato all’Ucraina invece che per difendersi sul suo territorio per combattere, colpire e uccidere fuori dal suo territorio, può farlo non in nome mio, non in nome della Lega, non in nome del popolo italiano”. ”
“Noi – ha ribadito Salvini – dobbiamo difendere l’Ucraina aggredita e lo stiamo facendo sin dal primo minuto, ma non siamo in guerra contro nessuno. Non voglio lasciare ai miei figli la terza guerra mondiale alle porte, quindi la Nato non può imporci di uccidere in Russia, né nessuno può imporci di mandare dei soldati italiani a combattere o a morire in Ucraina. Un conto è difendere, un conto è uccidere. Quindi – conclude il leader della Lega – assolutamente mai nella vita e quindi questo signore o chiede scusa o rettifica o si dimette”.
Un altolà dell’Italia a Stoltenberg è arrivato anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il quale ha affermato: “Le scelte di Kiev sono scelte di Kiev, noi non manderemo un militare italiano in Ucraina e gli strumenti militari mandati dall’Italia vengono usati all’interno dell’Ucraina”.
Considerati i contorcimenti della cupola, che vede tramontare il green, aumentare la diffidenza nei confronti dell’emergenza climatica, crescere il rifiuto del wokismo e, soprattutto, messo alle corde il globalismo, la questione, sempre di più, riguarda gli Stati Uniti d’America, i quali devono stabilire se vogliono continuare nella deriva imposta da una parte dei Democratici, membri della cupola, o se intendono riprendere in mano le redini della politica estera, mandando a casa i vari Stoltemberg e prepensionando Joe Biden, il quale, ogni volta che parla, fa solo danni.
Per quanto ci riguarda, visto che siamo alleati, ma non dei vassalli di una deriva demenziale, facciamo benissimo a mettere in chiaro che difendiamo l’Ucraina, aiutandola a difendersi, ma non siamo in guerra con la Russia e non intendiamo esserlo.
Se qualcuno vuol dichiarare guerra a Mosca lo faccia in proprio e, ovviamente, poi non chieda aiuti.
Oggi il tema del quale discutere è come uscire dalla guerra in Ucraina e non come entrare in una guerra con la Russia.





