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BERLINGUER, IL LEGAME TRA SOFIA E IL CASO MORO

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BERLINGUER, IL LEGAME TRA SOFIA E CASO MORO, ANDREOTTI E LA PROPAGANDA DELLE “CURVE”

di Giovanni Fasanella

Quando uscì la prima edizione di “Berlinguer deve morire”, nel 2005, Giulio Andreotti mi inviò questo bigliettino (ora è con altre testimonianze nell’appendice della riedizione Fuoriscena-Corriere della Sera, in vendita nelle librerie, nelle edicole insieme al giornale e su Amazon):

«Caro Fasanella,
la giornata festiva mi ha consentito di leggere il suo libro (ringrazio per l’invio) e apprezzarne il valore, anche oltre il giallo dell’attentato. E’ questo il momento giusto (non troppo vicino né troppo lontano) per ridiscutere nel quadro della sinistra italiana il ruolo e l’evoluzione del Pci. Purtroppo l’assassinio di Moro bloccò un processo che stava maturando.
Cordiali saluti, Giulio Andreotti»

E’ una testimonianza importante. Collega l’”incidente bulgaro” del 1973 con l’assassinio di Aldo Moro del 1978. Evidenzia l’elemento di continuità tra i due episodi, continuità che è nelle storie politico-personali dei due leader politici e nei loro destini paralleli, nelle rispettive strategie, negli interessi interni e internazionali che le contrastarono. E sottolinea l’effetto disastroso (lo stesso di un golpe, verrebbe quasi da dire) che la scomparsa dello statista democristiano proiettò nel breve, medio e lungo periodo. Quello più immediato su Berlinguer, che dopo aver perso l’interlocutore democristiano si avvitò intorno a una crisi sempre più profonda che ritardò non solo l’evoluzione socialista e socialdemocratica del comunismo italiano, ma anche, di conseguenza, l’evoluzione del sistema politico della Prima Repubblica. E poi gli effetti sul lungo periodo – visibili soprattutto oggi- che hanno portato l’Italia all’irrilevanza geopolitica.

«E’ questo il momento giusto» per parlare di Berlinguer, diceva Andreotti nel 2005. Vent’anni fa. Vent’anni persi. Da tutti. Non basta stampare la faccia di Berlinguer sulla tessera del Pd, per affermare un’identità politico-culturale che non esiste più. Ma non serve neppure demonizzare il leader del comunismo italiano -tentazione purtroppo mai superata- per legittimare, di fatto, le nefandezze compiute nel nostro paese in nome dell’anticomunismo. La guerra fredda, con annessi e connessi, è stata una cosa seria. Andrebbe raccontata, non usata come arma di propaganda.

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  • Redazione

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