
Rispondo alle sollecitazioni dell’amico di Londinium che mi pone un giusto quesito riguardante l’allineamento dell’Italia alla Nato, la sua posizione ferreamente filo americana e il conseguente silenzio sull’attivismo dei Paesi baltici, i quali si agitano paventando una conquista di Mosca dei loro territori, così come è stato per il Donbass.
Per tentare di rispondere, è necessario partire da due elementi: il prossimo appuntamento elettorale europeo e la ferma posizione italiana sulla vicenda dell’Ucraina.
Il primo elemento riguarda il futuro dell’Unione Europea dove Giorgia Maloni, leader di Ecr, ossia dei conservatori europei, intende costruire un’alleanza simile a quella italiana, dove Forza Italia è il Partito popolare europeo, Fratelli d’Italia è l’Ecr (Conservatori e Riformisti Europei) e la Lega è Id (Identità e democrazia).
Un’alleanza tra Ppe, Ecr e Id potrebbe mandare a casa i socialisti, cambiando radicalmente l’orientamento politico del Vecchio Continente e chiudendo una fase demenziale, fatta di politiche distruttive (crisi climatica, green, ideologia woke, e via discorrendo), dove il Pse è stato il braccio politico del globalismo, delle teorie di Davos, della cupola finanziaria speculativa, delle multinazionali e dei miliardari sedicenti filantropi.
La posta in gioco è altissima e ha un vincolo preciso e ineludibile nella ferrea alleanza atlantica, che significa leale e stretto rapporto con gli Usa, intesi non tanto come Joe Biden, ma come establishment.
Che sia possibile un accordo all’italiana è dimostrato dalla rottura avvenuta martedì tra Le Pen e Alternative für Deutschland (AfD).
Matura da tempo, la frattura con gli estremisti di destra tedeschi ha avuto come pretesto un’intervista apparsa su Repubblica domenica scorsa, nella quale il leader del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), Maximilian Krah, ha dichiarato che sui nazisti è sbagliato generalizzare: «Non dirò mai che una Ss era automaticamente un criminale».
Parole che hanno portato allo strappo di Marine Le Pen, a cui si è unito subito Matteo Salvini.
«Posso confermare che abbiamo deciso di interrompere i rapporti e che non siederemo più con loro durante il prossimo mandato», ha dichiarato al quotidiano francese Libération il capo della campagna elettorale della leader di Rassemblemen National in Europa Jordan Bardella, subito seguito dalla Lega: «Come sempre, Matteo Salvini e Marine Le Pen sono perfettamente allineati e concordi».
Oltre ad essere chiaramente non accettabile come alleato per una formula simile a quella italiana, c’è anche qualche elemento che riguarda possibili collusioni con la Cina. L’assistente del leader AfD è stato recentemente coinvolto in un presunto caso di spionaggio da parte della Cina, mentre lo stesso Krah è accusato di essere al soldo di Mosca.
L’allontanamento da Alternative für Deutschland è, pertanto, anche un’indiretta dichiarazione di fedeltà atlantica e di lealtà agli Usa.
Non va sottovalutata, in questa chiave di lettura, la convention spagnola organizzata da Vox a cui la Le Pen ha partecipato aprendo le braccia a Giorgia Meloni («abbiamo punti in comune»), rendendo plasticamente uno scenario che si va delineando, ossia quello di una convergenza, al di là degli schieramenti, per il futuro governo di Bruxelles.
Stando ai sondaggi, i due gruppi di destra, anche senza AfD, potrebbero rappresentare un terzo gruppo, dopo Ppe e socialisti e forse anche un secondo gruppo, superando il Pse.
Saranno le urne a dire quale sia il destino dell’Unione Europea, ma la strategia di Giorgia Meloni appare ormai chiara.
Il secondo elemento riguarda la questione dell’Ucraina, dove il governo italiano, formalmente il più filo Kiev dell’Unione Europea, ha però messo in chiaro che un conto è dare aiuti e un altro è entrare in guerra a fianco dell’Ucraina. Il no dell’Italia a un coinvolgimento Nato e a militari italiani sul terreno ucraino è netto ed è anche un ostacolo insormontabile per chi intendesse portarci allo sconto diretto con Mosca.
Messi in chiaro questi due elementi, il problema dei Paesi baltici riguarda la geopolitica, così come la riguarda il Mediterraneo.
Dietro le quinte ci sono le vie di traffico commerciale, i colli di bottiglia, le materie prime e i giacimenti energetici.
In questa chiave di lettura, l’Unione Europea e la Nato sono divise in due grandi aree: quella del Nord-Est, che fa i conti con la Russia per quanto riguarda le risorse dell’area circumpolare e per quanto riguarda le vie di traffico che si stanno riaprendo a Nord e quella del Sud-Est, che riguarda Africa e Medio Oriente.
Nella prima area gioca l’influenza inglese, nella seconda potrebbe giocare l’influenza italiana che si sta svolgendo sotto la bandiera del “Piano Mattei”.
L’Italia sta dicendo, da quando c’è il governo diretto da Giorgia Meloni, che è disponibile a guidare la presenza Nato nel quadrante Sud-Est ed è in questa chiave che si sta muovendo il governo italiano in Africa e nella delicata questione del conflitto che coinvolge Israele.
L’attivismo italiano sul fronte Sud-Est, immagino, abbia come presupposto di non disturbare la “perfida Albione”, che si è posta, anche davanti alla stessa America, come garante dei Paesi baltici, evidentemente con l’intento di essere in prima linea nello sfruttamento dei giacimenti e delle linee di traffico del Nord polare.
Da qui il silenzio sulla propaganda, perché di propaganda si tratta, dei Paesi baltici riguardo al pericolo russo.
Vediamo il teatrino.
I tre Stati baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, hanno concordato di dotare i loro confini con la Russia e la Bielorussia di “strutture di difesa” per contrastare eventuali minacce militari, nel contesto dell’invasione russa dell’Ucraina.
Il numero due dei servizi segreti militari ucraini (Gur), il generale Vadim Skibitsky, si unisce allo show affermando che la Russia, che sta avanzando sul campo di battaglia ucraino, potrebbe “prendere i Paesi baltici in sette giorni” se gli alleati di Kiev non intensificano il loro sostegno.
L’allarme, come si può ben capire, serve solo a vendere l’idea che l’Ucraina sia il bastione della libertà europea.
“I russi – ha dichiarato Skibitsky in un’intervista a The Economist – prenderanno i Paesi baltici in sette giorni. Il tempo di reazione della Nato è di dieci giorni. Il coraggio e i sacrifici dell’Ucraina hanno dato all’Europa diversi anni di margine di manovra e hanno eliminato la minaccia immediata rappresentata dalle truppe aeree e dai marines russi per almeno un decennio”. La questione ora, ha aggiunto Skibitsky, è se l’Europa “restituirà il favore e sosterrà l’Ucraina”.
Più chiaro di così. L’Ucraina è la diga contro la Russia che potrebbe conquistare l’Europa e, pertanto, l’Europa ha un debito di gratitudine. Un perfetto ribaltamento di chi deve essere grato a chi.
L’Ucraina deve essere grata all’Europa che spende miliardi per sostenerla e non sta da nessuna parte la teoria che la Russia intenda conquistare l’Europa, in primis perché, anche se lo volesse, non ne avrebbe la forza e i mezzi.
Ci sono poi i polacchi, che aspirano ad essere il Paese forte della nuova Europa dopo il crollo dell’asse franco-tedesco.
L’economia polacca è tra le più vitali del nostro continente. Quest’anno dovrebbe crescere, secondo la Commissione europea, del 2,7%, e addirittura del 3,2% nel 2025. A trainare il PIL sono prima di tutto i consumi, ma contribuisce anche il KPO (Krajowego Planu Odbudowy i Zwiększania Odporności), cioè il piano nazionale di ripresa e resilienza varato da Varsavia.
Per Varsavia che ospita il più grosso contingente americano in Europa (50 mila uomini) e che si sta riarmando, la guerra in Ucraina è un ostacolo alla crescita, perché la prossimità con Kiev spaventa una parte degli investitori e tuttavia, secondo un recente sondaggio, il 56% dei polacchi teme una guerra tra Nato e Russia.
In Polonia, così come in Estonia, Lituania, Lettonia, Finlandia e Svezia (in poche parole, in buona parte della regione baltica), la Russia è percepita da un numero crescente di persone come una minaccia concreta.
L’Europa, al di là delle favole, è profondamente divisa riguardo alle strategie, alle alleanze, al possibile futuro. E’ divisa per interessi, per sensibilità, per proiezione.
E’ in questo quadro che si muove l’Italia, che guarda a Sud-Est, ossia alla sua naturale proiezione mediterranea.





