Home Opinioni BASSI SALARI E POVERTA’ ASSOLUTA. VA DETTA LA VERITA’

BASSI SALARI E POVERTA’ ASSOLUTA. VA DETTA LA VERITA’

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di Giuseppe Augieri

L’ISTAT segnala dati numericamente preoccupanti. Ma soprattutto sono dati sconvolgenti sul piano sociale ed ancora di più sul piano politico. Metto al primo posto la politica perché chi deve agire – la Politica – se ignora origine, ratio e andamenti delle variabili economiche, non riuscirà mai ad attrezzare neanche avvii di risposte. E così siamo arrivati ai dati ISTAT di oggi.

Ho sentito (5 Stelle, PD, e qualche cespuglio allegato) commentare i dati ISTAT sull’incremento della povertà assoluta. In economia è difficile essere certi nella analisi, nessuno ha la verità in tasca, il dubbio è di prammatica. Ma dire astrusità come quelle che ho sentito toglie ogni dubbio: emerge chiara la volontà di dire bugie. Forse, e sinceramente spero, solo a fini elettoralistici. Ed è una cosa che io non riesco a ingoiare.

Non entro nel merito, ma mi piacerebbe farlo per ciascuna delle amenità che girano. La richiesta a Meloni di riferire in Parlamento sui numeri ISTAT peraltro è iniziativa che spero venga colta per smentire alcune cose, per ricordarne altre, per tentare un minimo di serietà nella programmazione economica. Che non c’è sul tavolo: ma per motivi diversi ed anche opposti a quelli gridati.

Cosa smentire. I dati ISTAT vanno letti tutti. Per esempio, i dati relativi alla povertà assoluta. Nel 2023, questo dato è cresciuto leggermente, passando dal 9,7% al 9,8% in 12 mesi. Una tendenza sostanzialmente stabile, che segna un miglioramento rispetto a quelle degli anni precedenti, in forte crescita. Leggere i grafici. Le persone che vivono in Italia in povertà assoluta sono comunque circa 5,7 milioni. Non meritano che si faccia un po’ di propaganda e basta sulla loro difficoltà.

Per esempio, i dati relativi allo squilibrio Nord-Sud. Scorporando i dati a livello geografico si nota come la situazione della povertà assoluta non sia stabile in tutta Italia. Al Sud si nota un miglioramento netto rispetto al picco del 2022, con quella familiare che scende al 10,3% (-0,4%) e quella individuale che raggiunge il 12,1% (-0,8%). Nonostante questi risultati positivi, la situazione è comunque ancora peggiore rispetto al 2021. Bisogna agire.

Ma per agire bisogna capire da dove nasce il tutto. Il problema è la perdita di potere di acquisto delle retribuzioni (ma qualche volta mi piacerebbe anche parlare di pensioni). E qui viene il ricordare. Il buon Draghi, persona degna di fede credo, un mese fa a La Hulpe aveva confessato che, nel 2011, insieme a Trichet «Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale prociclica, L’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale». E, come è noto, ha proposto per il futuro una nuova politica economica del tutto diversa da questa. Urgente. Perché, fuori dell’Europa «altre regioni non rispettano più le regole e stanno elaborando attivamente politiche per migliorare la loro posizione competitiva. Nella migliore delle ipotesi, queste politiche sono progettate per reindirizzare gli investimenti verso le loro economie a scapito delle nostre; e, nel peggiore dei casi, sono progettati per renderci permanentemente dipendenti da loro». Dunque la proposta di una nuova strategia economica, perché il vecchio sistema ha fallito. Come dice Draghi, dall’economista Nobel Paul Krugman in poi.

Il perché esso abbia prodotto danni maggiori in Italia rispetto al resto di Europa, sempre per dirla con Draghi, è da attribuire al livello di debito pubblico italiano, al Patto di stabilità ed all’ aver convogliato risorse ingenti verso iniziative che hanno aggravato il debito, cioè la causa del male italiano, e che non avrebbero mai potuto avere il carattere di strutturalità. Qualche “sciocchino” dice invece che, ridimensionando i due provvedimenti (RdC e 110%), si è distrutto l’unico po’ di politica economica introdotta, ovviamente dai precedenti Governi. Qualche altro “sciocchino” ripropone l’immagine dell’Europa matrigna. Tutta colpa dell’euro: ma dimentica il vantaggio avuto sulla solidità della moneta e sul differenziale tra tassi di interesse.

Quasi tutti dimenticano poi altre serie di dati ISTAT: ad esempio la fiammata inflazionistica dalla quale stiamo ancora oggi uscendo, e che ha creato una vera e propria tassa sulla povertà. Dimenticanza forse dovuta alla necessità di spiegare altrimenti il perché dell’inflazione: meglio non parlarne. Scelta di basso profilo per un cabotaggio senza orizzonti da parte di infimi naviganti.

Dunque, applausi a Draghi, grandi consensi: un istante dopo si gira la testa e si dice il contrario ma soprattutto di chiede, anzi si urla di fare il contrario. E certo: la colpa è di Meloni. Facile, comodo, ma anche drammaticamente perverso nei confronti dell’Italia che ha bisogno di progetti seri e fondati sulle verità. E il tanto che si potrebbe fare, anche con questa maggioranza, non si fa.

I dati ISTAT si devono leggere con queste premesse. E tutti. E magari finalmente discutendo davvero del come uscirne anziché tentare ipocrite ed inutili attribuzioni di colpe. Perché i poveri ci sono davvero: e non sono solo numeri.

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  • Redazione

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