di Marco Della Luna
Nella nostra cultura, il malato grave, con prognosi incerta o infausta, cade in uno stato di passività e aspettazione. Sta ad aspettare, sostanzialmente impotente, perlopiù angosciato, variazioni nei sintomi, negli esami clinici e nelle prognosi. Quanto mi resta da vivere? Quante chances ho? Si potrebbe tentare quella cura? Potrei provare con quell’altro esperto? La passività è il frame di questo vivere. Passività totale rispetto al morire come fatto: il suo arrivo è la fine del fare, la fine del chiacchierare, del consumare, del divertimento – il nulla incombente. Totale opacità, negatività. L’alleanza terapeutica medico-paziente, quando avviene, è intesa come symmachìa (da syn, insieme; e mache, battaglia) – parola recante improprie suggestioni di ostilità, violenza e cruenta. Il medico è il campione che lotta contro la malattia e l’ineluttabile, e prima o poi viene sconfitto, e allora si sentirà sconfitto, oppure si rifugerà nel distacco.
L’ottica e la pratica del buddhismo tibetano, e di altre tradizioni orientali, sono completamente diverse. Il periodo di avvicinamento alla morte e quello del trapasso devono essere periodi di intensa attività. La morte non è sentita come un passaggio secco, digitale, dall’essere al non essere, dalla coscienza al vuoto. È un processo, un trapassare. E non è una perdita o una fine, ma un profondo mutamento, che comporta distacchi, sì, ma non distruzione.
Il concetto-guida suggerisce di pensare: Ecco, per cause attive ora, sembra che la morte mi si stia avvicinando; in ogni caso, prima o poi arriverà; quindi adesso non mi concentro sul contingente (malattia), ma mi preparo nel migliore dei modi a fruire di quell’evento, quando che avverrà. Qualche persona fidata e competente mi può aiutare e guidare, soprattutto nelle fasi in cui non sarò completamente lucido e compos mei. Consapevole che esistere e divenire sono tutt’uno, e che io, quale autocoscienza, sono il teatro (che rimane) e non i personaggi (che entrano ed escono rispetto alla scena), non mi aggrappo alle cose, ai legami transeunti, ai dettagli dell’io empirico, li lascio andare, lascio che arrivi del nuovo. E voi, amici e parenti, non state a trattenermi con lacrime, abbracci e pathos. E tu, medico, non sentirti in guerra col processo che porta alla morte, né sconfitto dalla morte dopo che questa sarà avvenuta. Provvedi invece a farmici arrivare lucido e non offuscato dal dolore.
Suggerisco la metafora del surf. Il trapasso arriva avvicinandosi al morente come un’onda si avvicina allo sportivo sulla sua tavola galleggiante. Ma è un’onda rara e preziosa: arriva una sola volta nella vita. Il surfista deve dapprima studiare le onde e l’idrodinamica e il proprio corpo; poi deve stare molto attento, aguzzare la vista, studiare le forze fisiche all’opera, bilanciarsi bene sulla tavola, cogliere l’occasione per sfruttarla nel miglior modo possibile, per cavalcarla, per farsi trasportare, per andare lontano, per usare l’immensa forza di essa, e non lasciarsi disarcionare o trascinare a fondo, dove sarebbe strapazzato dai vortici.
Nel senso della preparazione attiva alla morte, recentemente ho cercato di dare la migliore assistenza possibile a Franco, un mio amico, medico psichiatra, che stava avvicinandosi alla morte a causa di un linfoma. Iniziai ad occuparmi di lui mentre viveva una fase di incertezza dapprima tra i due approcci terapeutici proposti –chirurgia o chemioterapia- e poi, durante l’esecuzione della chemioterapia, incertezza sui suoi esiti – che risultarono insoddisfacenti. Era già in pensione, e debilitato dalla cura; tendeva a cadere nella passività. Mi disse che desiderava veder pubblicato un suo libro, a cui aveva lentamente lavorato per decenni. Allora gli dissi di preparare un file ordinato, poi cercai un editore, gli spiegai la situazione, lo convinsi a pubblicare l’opera subito, cosa che fece. Franco mi chiese di scrivere la presentazione, e lo feci. Così, all’ospedale, ebbe la sua piletta di copie del libro da distribuire ai visitatori, e qualcosa in più di cui parlare. Quando capì che le ultime speranze di guarigione erano sfumate, mi chiese di aiutarlo a redigere il testamento – cosa complicata, a causa della sua situazione patrimoniale e familiare. Poi, allorché il decesso parve imminente, pregai un altro amico, un insegnante di yoga molto avanzato, di cui Franco si fidava, di andare al suo capezzale a prepararlo. Cosa che fece con molta diligenza. Franco provo un grande sollievo, e la moglie lo trovò come trasformato.
In chiusura, voglio ricordare che, in un passato oramai remoto, anche nell’Europa cristiana c’era l’idea di buona morte, un processo lento di distacco, che dava modo al morente di congedarsi, distaccarsi, pareggiare i conti. Ma oggi la malattia mortale, il morire, è una lotta, una guerra contro un nemico assoluto. Un conflitto in cui alcuni medici più volonterosi ed empatici di altri incoraggiano e richiedono al paziente un’alleanza terapeutica, una symmachia, nel senso anzidetto. Al più, si insegna che si devono attraversare diversi stadi, dalla negazione all’accettazione. Ma non mi risulta che si insegni al malato a fare cose entro il processo stesso del trapasso. Nel buddhismo tibetano lo si fa, e così il morente proietta se medesimo e la sua praxis oltre il velo della morte, la quale perciò non è sentita come limite della vita.
Quanto sopra è un insegnamento centrale: l’insegnamento del c.d. Libro tibetano dei Morti – titolo mal tradotto, perché non è un libro su o per chi è già morto, ma per chi sta per morire e nel morire. Meglio sarebbe chiamarlo “Istruzioni tibetane per il trapasso”, analogamente a come il vero titolo del Libro egizio dei morti è Formule per uscire alla luce del giorno.




