
Mauro J. Barbieri
Sono trascorsi appena otto anni dal momento della breccia di Porta Pia, quando nel maggio del
1878 il liberale Salvatore Morelli fa la sua comparsa con il primo progetto di legge finalizzato
all’introduzione del divorzio nella legislazione del Regno d’Italia. Seguiranno altri nove tentativi,
ma purtroppo tutti naufragheranno a causa della ferma opposizione della Chiesa. Nonostante il non
expedit dichiarato nel 1868 – il quale di fatto vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica –, la
Chiesa continua a esercitare una forte influenza su deputati e senatori del regno.
Con l’avvento del ventennio fascista e l’approvazione dei Patti Lateranensi, il divorzio fu sepolto
sotto una lapide. Sarà solo con l’arrivo dell’Assemblea Costituente che la questione
dell’indissolubilità del matrimonio tornerà in scena politica. In quella occasione, un compromesso
fu raggiunto tra laici e cattolici. Da un lato, nell’articolo 7 della Costituzione, vennero inseriti i Patti
Lateranensi, che di fatto conferivano alla Chiesa il monopolio sui matrimoni e gli annullamenti.
Dall’altro lato, nell’articolo 29, sebbene fosse riconosciuto il diritto della famiglia come società
naturale fondata sul matrimonio, con i limiti stabiliti dalla legge per garantire l’unità familiare, non
si faceva menzione, come richiesto con forza dai cattolici, dell’indissolubilità del matrimonio.
Rimase dunque aperta una piccola possibilità di introdurre il divorzio in futuro, affrontando la
questione nel contesto legislativo anziché tentare una difficile modifica costituzionale.
E così, nel 1954, il senatore socialista Luigi Renato Sansone ritorna alla carica con un brillante
disegno di legge, irriverentemente soprannominato dalla stampa come il “Piccolo divorzio” a causa
delle sue restrizioni stringatissime. Tuttavia, purtroppo, nonostante gli sforzi, non si riuscì
nemmeno ad aprire la discussione di questo provvedimento in Parlamento. Nel 1958, Sansone non
si arrende e riprova, questa volta affiancato dalla socialista Giuliana Nenni. Ma, purtroppo, anche
questo tentativo finisce in un triste naufragio. E così siamo arrivati a dodici.
Solo a Fiume
Effettivamente, da tempo immemorabile i cittadini più ricchi e intraprendenti hanno saputo trovare
modi creativi per sciogliere i legami matrimoniali. Ad esempio, dopo gli avvenimenti dannunziani,
fino al 1924 era possibile ottenere il divorzio a Fiume, considerato un territorio straniero in cui
ancora vigeva la legge ungherese. E proprio lì furono divorziati personaggi illustri come Guglielmo
Marconi e Beatrice O’Brien. Negli anni Trenta del Novecento, invece, l’Ungheria era il luogo di
elezione, grazie alla Convenzione dell’Aia del 1905 che riconosceva in Italia le sentenze
pronunciate nel Paese. Successivamente, fino agli anni Cinquanta, la Romania offriva la soluzione,
richiamando una convenzione bilaterale del 1880. Infine, toccherà a San Marino ospitare politici,
intellettuali e artisti in cerca di scioglimento: Luigi Longo, Pietro Amendola, Giorgio De Chirico,
Elio Vittorini, Peppino De Filippo, Anna Magnani… Ma l’elenco potrebbe continuare con i divorzi
ottenuti in Messico (come nel caso di Carlo Ponti e Sophia Loren) e in Brasile (come l’avvenimento
che coinvolse Giorgio Almirante e la sua prima moglie).
In definitiva, optare per lunghi e costosi procedimenti legali rimaneva l’opzione più comune e
convenzionale, seppur spesso ipocrita, per annullare un matrimonio riconosciuto dalla Sacra Rota e
dai tribunali ecclesiastici. Per tutti gli altri semplici cittadini, centinaia di migliaia di persone,
restava la scelta di convivere (un atto illegale) e, nel caso di figli nati al di fuori del matrimonio,
portare addosso l’obbrobrio dell’adulterio.
Anni ’60: La fase di ricostruzione è quasi conclusa e la popolazione contadina sta lentamente
cedendo il passo a quella urbana. Le proteste di giugno del 1960 segnano la caduta del governo
democristiano di Fernando Tambroni, sostenuto dal Movimento Sociale: si intravede l’avvento di
una nuova era di centro-sinistra. Poco dopo, le Olimpiadi di Roma offrono uno splendido scenario
per il boom economico. Dal 1962, l’autostrada del Sole collega Milano a Roma, riducendo le
distanze all’interno della penisola. Elettrodomestici, automobili e televisione trasformano le
abitudini di milioni di italiani, nonostante persistano ampi e profondi problemi di povertà nel Sud e
non solo.
Tuttavia, la nuova ricchezza per alcuni e l’uscita dalla miseria per molti, l’influenza del modello
anglosassone e il coraggio di coloro che lottano per i propri diritti e quelli degli altri – come nel caso
di Franca Viola di Alcamo, rapita e violentata all’età di 17 anni nel dicembre 1965, che si rifiuta di
sposare il suo aggressore nel cosiddetto “matrimonio riparatore” – hanno riaperto la discussione sul
divorzio. È giunto il momento di affrontare questo tema, contando sull’appoggio dei cittadini.
Verso l’approvazione di una legge sul divorzio.
Il vero punto di svolta si verifica il primo ottobre 1965 quando l’onorevole socialista Loris Fortuna
presenta alla Camera quella che poi diventerà la legge sul divorzio, grazie anche al contributo di
Ugo Spagnoli e successivamente di Antonio Baslini, rappresentante del partito liberale. Questa
legge sarà approvata il 1° dicembre 1970, dopo un lungo e tormentato processo legislativo, grazie
all’instancabile impegno dei Radicali, che adotteranno nuovi strumenti di protesta per l’Italia come
sit-in, banchetti per la raccolta delle firme, incatenamenti, occupazioni delle sedi Rai e scioperi
della fame.
Tuttavia, l’introduzione del divorzio non segna la fine della lunga marcia, anzi inaugura la battaglia
più difficile che inizia praticamente lo stesso giorno di dicembre. Infatti, viene lanciato un appello
da parte di autorevoli esponenti cattolici, tra cui Giorgio La Pira, Augusto del Noce e Felice
Battaglia, con l’obiettivo di raccogliere firme per indire un referendum abrogativo della legge sul
divorzio. Questo referendum si svolgerà solo il 12 maggio 1974 e dividerà il Paese nelle piazze e
nei luoghi della politica istituzionale, segnando una svolta cruciale nella storia italiana.
Da un lato, la Democrazia cristiana guidata da Amintore Fanfani (che elimina ogni dubbio e
indecisione nella sinistra del suo partito), il Movimento sociale di Giorgio Almirante, e i riemersi
Comitati civici di Luigi Gedda. Dall’altro lato, i Radicali, i più accaniti difensori del divorzio e
quindi del referendum, i partiti laici come il Psdi, il Pli, il Pri, il Partito socialista, il Pci (che, dopo
una breve esitazione per evitare di rompere con il mondo cattolico, si impegna con forza nella
campagna per il No all’abrogazione), il Movimento dei cattolici per il No, i gruppi della nuova
sinistra e, non da ultimo, il movimento femminista.
Roma, piazza del Popolo. Discorso pubblico di Amintore Fanfani (Dc) per l’abrogazione della legge
sul divorzio. La propaganda dei due schieramenti riflette le strategie argomentative adottate: tetra e
drammatica da parte degli antidivorzisti, mirata a alimentare la paura e a criminalizzare la posizione
opposta; al contrario, il fronte a favore del divorzio opta per una linea più “raffreddata” nel dibattito,
cercando di evitare toni da guerra di religione e invitando a una decisione sul voto basata su
ragionamenti razionali ed oggettivi.
Nei manifesti della Democrazia Cristiana si denuncia l’inclinazione criminale dei figli dei genitori
divorziati, mentre le donne, con uno sguardo preoccupato, cercano mariti che credano nel
matrimonio anziché nel divorzio. Il Movimento Sociale ripropone, in modo rispolverato, il termine
superato del plebiscito, opponendosi al divorzio e al comunismo con un deciso “Sì”, come avvenuto
nei plebisciti fascisti del ’29 e del ’34. I manifesti del Movimento Sociale Italiano mostrano giovani
ragazze che si iniettano eroina o militanti minacciosi del Partito Comunista Italiano, avvolti in
bandiere rosse, che sfilano con il pugno alzato, scorgendo come loro obiettivo la promozione del
divorzio.
D’altra parte, i Partiti Laici e il Partito Comunista Italiano basano la loro strategia su un invito ad
affrontare la questione in maniera obiettiva: “Chi crede nel matrimonio non teme il divorzio”,
afferma una coppia di sposi sorridente in un manifesto del Partito Socialista; “Se credi
nell’indissolubilità del matrimonio, nessuno ti impone il divorzio”, recita un manifesto del Partito
Comunista Italiano. La sinistra extraparlamentare, invece, adotta un tono ironico, presentando nel
manifesto del Partito di Unità Proletaria il matrimonio tra Amintore Fanfani, vestito da sposa in
abito bianco, e Almirante, con l’uniforme nera: “Vota No a questo matrimonio!” A Lotta Continua,
riferendosi all’alleanza tra DC e MSI, viene coniato il neologismo “Fanfascismo”, che risuona
fortemente tra le persone di sinistra.
Un esempio stupefacente, unico nel suo genere e di grande successo, è rappresentato dalla serie di
brevi film prodotti dal Partito Comunista Italiano, sotto la regia di Ugo Gregoretti e Luigi
Comencini, che sono stati proiettati nelle sale cinematografiche e interpretati da famosi personaggi
dello spettacolo. Nel film interpretato da Gigi Proietti, l’attore romano mette in mostra le sue
straordinarie abilità di istrione pronunciando una lunga sequenza di “no” che, da soli, sottintendono
e suggeriscono tutti i motivi alla base della scelta. In altre parole, come direbbe un filosofo del
linguaggio, il significato dell’utilizzo delle parole sta negli stessi termini dell’uso che se ne fa.
Le scelte linguistiche e gli argomenti si ripeteranno fino ai classici appelli televisivi per il voto
finale. Enrico Berlinguer, calmo ma indignato, espone le minacce utilizzate dagli avversari del
divorzio, incluso l’uso di biglietti nascosti nelle tasche degli innocenti bambini spaventati. Amintore
Fanfani dipinge un’immagine di un’Italia popolata da famiglie unite, con genitori e figli radunati
intorno al fuoco domestico, protetti da un indissolubile legame familiare che si prende cura dei suoi
membri dalla nascita fino alla morte (un accenno intrigante al benessere scandinavo in salsa
italiana). Le argomentazioni di Giorgio Almirante, al contrario, sono molto diverse: inizia invitando
i telespettatori a non votare No “come fanno le Brigate Rosse” e conclude con un crescendo
esortando a non votare affatto “a causa delle Brigate Rosse”.
La sconfitta dell’opposizione al divorzio è inequivocabile: il 59,26% ha votato No, mentre solo il
40,74% ha votato Sì. Gli italiani, il 12 maggio 1974, hanno scelto di poter divorziare.





