
“Nella guerra voluta e condotta dal fascismo, rimase sconfitto solo il fascismo, solo l’«Italia fascista» o anche qualcos’altro?”.
La domanda contenuta nel testo “La morte della patria” di Ernesto Galli della Loggia (Laterza) è fondamentale al fine di comprendere una delle malattie endemiche di questo paese che non riesce a trovare il modo di una convivenza civile e democratica autentica, dove le forze politiche in campo, liberamente elette e in regola con il dettato costituzionale, siano tutte legittimate a governare.
La malattia endemica, che oggi si presenta come perenne accusa di fascismo a chi non è di sinistra, risiede, leggendo Galli della Loggia, in un’interpretazione del Bel Paese come sempre diviso tra chi è buono e chi è cattivo, in una logica manichea che si è presentata più volte nella storia.
“Si tratta – scrive Ernesto Galli della Loggia – di quell’interpretazione che vede le vicende della penisola come il perenne confronto tra due Italie: da un lato un’Italia oligarchico-plebea, parassitaria, lazzarona, cattolico-controriformistica, e via via enumerando secondo una immaginabile sequela, di volta in volta aggiornata secondo le necessità ideologico-politiche del momento; e dall’altro lato, invece, un’Italia per antonomasia «civile», e cioè colta, onesta, pensosa del bene pubblico, nemica degli spaghetti, illuministico-protestante, democratica (e così via anche qui, con le dovute variazioni sul tema). L’ultima incarnazione, ma anche in certo senso il culmine riassuntivo di questa eterna dicotomia storico-antropologica italiana sarebbe l’antitesi fascismo/antifascismo”.
Merita, a questo proposito, prendere in esame quanto scrive lo storico militare Virgilio Ilari (Domino 4/2024) a proposito del concetto di un-american (estraneo allo spirito o ai valori americani), di volta in volta usato contro l’avversario politico o per discriminare socialmente.
“La storia – scrive Ilari – registra continue conversioni, in egual misura ciniche e convinte, dei ceppi dominanti alle culture e ai valori in precedenza perseguitati”.
Il ragionamento vale per i cambi di regime, non solo a Mosca, “ma pure in America, col trasferimento della Terza internazionale a Washington e della realpolitik a Mosca. Determinando in Europa analoghi scambi di posizione”.
La politica estera Usa del XXI secolo, scrive sempre Ilari, è stata ispirata dalla “corrente neoconservatrice, intellettualmente dominata da ex-trozkisti”.
Ilari pone l’accento sul fenomeno dell’ostracismo politico, basato sull’antitesi fascismo/antifascismo. “Come durante la Repubblica spagnola – scrive Ilari – il reciproco avallo stipulato tra sinistre e Deep State ha dato alla repressione liberale del nemico interno l’apparato e le bandiere della ‘vigilanza antifascista’ e della ‘difesa democratica’, materia sempre più all’ordine del giorno della Commissione Europea e dei think tank comunitari”.
Con lo stesso criterio, per una certa logica che continua a dividere il paese, è un-italian chi non si allinea all’antifascismo della sinistra, che poco ha a che fare con l’essere antifascisti nel senso storico e molto con l’essere contrari al fatto che la destra possa legittimamente governare.
Se governa la sinistra i valori democratici sono salvi. Se governa la destra i valori democratici sono in pericolo ed è in arrivo il fascismo.
Ed eccoci ad un altro nodo introdotto da Galli della Loggia, il quale scrive: “Una cosa soprattutto sarebbe stata necessaria: che il vincitore-successore del fascismo – la Resistenza, per l’appunto – fosse un vincitore vero, sicuro di sé, voglio dire sicuro della realtà della propria vittoria. L’antifascismo, invece, era ben lungi dall’essere tale. L’antifascismo sapeva, nonostante la Resistenza, di non aver riportato alcuna vittoria sul fascismo in campo aperto. Sapeva che la base effettiva del potere che ora era in grado di esercitare stava pressoché esclusivamente nel suo essere un alleato di alcuni Stati stranieri e dei loro eserciti, stava cioè in un’alleanza ideologica con i vincitori del proprio stesso paese”.
Ciò che prima era buono è diventato cattivo e ciò che prima era cattivo è diventato buono: trasformismo in purezza.
A questo proposito Galli della Loggia introduce uno dei passaggi più vergognosi della storia d’Italia, quando scrive dell’improvvisazione “dilettantesca con cui il nostro Ministero degli Esteri e lo Stato Maggiore conducono le trattative per l’armistizio, per finire in bellezza con il maresciallo Badoglio che fugge da Roma non preoccupandosi neppure di portare con sé il testo del medesimo armistizio così da doverne poi chiedere una copia agli Alleati, una volta a Brindisi, sostenendo, come se non bastasse, di non aver mai avuto conoscenza delle clausole del documento. Non si contano, insomma, gli episodi che attestano l’incompetenza, il rifiuto di assumere le proprie responsabilità, il doppiogiochismo, di coloro che rappresentano lo Stato, che ne sono la viva immagine quotidiana”.
A distanza di decenni sarebbe anche ora di fare chiarezza sulla Resistenza, sul rapporto con gli Alleati da parte della singole formazioni partigiane e ritornare anche sul concetto di “guerra civile”, per chiudere una fase storica che consente ancora oggi di affermare la tesi, come scrive ancora Galli della Loggia, “per cui il fascismo e i fascisti sarebbero stati estranei alla storia, alla tradizione ed alla comunità nazionale”, dicendo agli italiani “che Italia e fascismo erano due cose diverse ed opposte”, dandogli così “il destro di dissociarsi facilmente da ciò che era successo, di considerarsi mondi di qualsiasi colpa”.
In base a questa teoria, nell’opporsi al fascismo, aggiunge Galli della Loggia, “le forze dell’antifascismo oscillavano in modo non poco contraddittorio tra il considerarsi come rappresentanti di un’Italia destinata a lotta acerrima e imperitura con l’altra Italia (all’insegna di una sorta di teoria storiografica della guerra civile permanente e obbligatoria), e, viceversa, il considerarsi esse la vera e sola nazione italiana degna di tal nome (con conseguente impossibilità concettuale – e relativo divieto terminologico – che in Italia ci fosse mai stata una guerra civile)”.
In buona sostanza gli italiani non sono mai stati fascisti. I fascisti sono le schiere di una categoria metafisica e mefistofelica calata sul Bel Paese, da sempre contrario a tale possessione. Gli italiani sono pertanto assolti da ogni collusione con il fascismo e sono sempre stati antifascisti.
Stranamente, però, la monarchia ha consentito per oltre vent’anni al regime di esistere e di operare, anche se nessuno era fascista, a cominciare dal re.
Le folle osannanti erano tutte composte da persone che erano obbligate a battere le mani?
Rimane il fatto che la realtà non è questa e che sarebbe ora di consegnare alla storia la realtà e di andare oltre una “guerra civile” permanente in base alla quale la destra non è legittimata a governare perché fascista.
Interessante anche l’obiezione di Galli della Loggia alla questione del “tradimento”.
“La dice assai lunga – scrive Galli della Loggia – la circostanza che per poter sentirsi legittimata a prendere provvedimenti punitivi contro gli aderenti alla Repubblica sociale quella nuova Italia avesse bisogno di considerarli sotto la fattispecie giuridica di sudditi traditori del governo legale passati a collaborare con il nemico”. Il governo legale era quello di Badoglio e del re, uno che non sapeva cosa avesse firmato con gli Alleati e l’altro che era fuggito da Roma.
“Quella stessa Italia – aggiunge Galli della Loggia – antifascista accettava di firmare senza la più vigorosa delle proteste l’articolo 16 del Trattato di pace che sottraeva in pratica ad ogni sanzione quegli italiani (compresi i membri delle Forze armate) che fin dal 10 giugno 1940 avessero svolto attività di qualsiasi genere, spionaggio incluso, a favore degli Alleati, vale a dire del nemico del legittimo governo dell’Italia del tempo”.
Forse è ora di chiudere una vicenda senza voler necessariamente stabilire che qualcuno stava dalla parte dei buoni e altri da quella dei cattivi, facendo i conti davvero con la realtà della storia e consegnando la storia agli storici.
E così torniamo da capo al tema.
Se la maggioranza degli italiani ha votato, con libere elezioni, la destra, questa parte degli italiani è inconsapevole o un-italian?
Vogliamo riprodurre all’infinito “quell’interpretazione che vede le vicende della penisola come il perenne confronto tra due Italie”? o intendiamo entrare in una normalità democratica dove destra e sinistra sono egualmente legittimate a governare e che i programmi di governo e le stesse azioni di governo possono essere condivisibili o non condivisibili, ma non devono essere inserite nella categorie del “fascismo” e “dell’antifascismo”?
Vogliamo continuare a stabilire che uno è “fascista nell’anima” o ci confrontiamo sulla realtà della politica estera e dei provvedimenti di governo?





