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QUANDO LA MESSA VA AL G7

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«Parigi val bene una messa» è un’espressione attribuita, fin dalla fine del Cinquecento, a Enrico di Navarra, il quale avrebbe, con quella locuzione, manifestato la piena disponibilità ad abbandonare la fede ugonotta e convertirsi al cattolicesimo pur di salire sul trono di Francia, diventando in tal modo Enrico IV.

Sul giornale di ieri, Marforius, ricordando l’invito di Giorgia Meloni al Papa al G7 nella sessione che riguarda l’intelligenza artificiale, pone una questione molto seria sulla quale vale la pena di svolgere qualche riflessione. Scrive Marforius: “Altro che “non expedit” e portoni chiusi nei palazzi della nobiltà papalina, che caratterizzarono la Roma del post XX settembre, siamo alla “genuflexio” di una classe partitocratica che vuole solo sopravvivere, compresa l’opposizione, della quale si ode solo un silenzio assordante, che pensa anche all’appalto (si conferma appalto) del business dei “migrantes”, tanto caro a Francesco, paladino dei terzomondisti”.

La riflessione deve partire dai dati della storia.

Lo Statuto Albertino del 1848 all’articolo 1 stabiliva che la “Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato”.

Nel 1861 lo Statuto Albertino divenne la legge fondamentale del Regno d’Italia.

Dopo il 1871, con la fine dello Stato pontificio, la Legge delle Guarentigie stabilì il principio di libera Chiesa in libero Stato.

Emanata il 13 maggio 1871, la Legge delle Guaretigie, mosse dal concetto di assicurare al papa un insieme di condizioni che gli garantissero il libero esercizio del potere spirituale. Gli era assicurata l’inviolabilità, l’immunità dei luoghi dove risiedeva, una lista civile, il diritto di ricevere ambasciatori e di accreditarne presso le potenze straniere. La legge fu respinta dalla Santa Sede con l’enciclica Ubi nos del 15 maggio 1871, ma regolò comunque i rapporti tra Regno d’Italia e Vaticano fino al 1929.

Nel 1929, l’11 di febbraio, Benito Mussolini già socialista, agente degli inglesi e, al tempo, divenuto Duce del Fascismo, rimanendo comunque agente degli inglesi, firmò i Patti lateranensi, ossia le norme concordatarie che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa. La regione cattolica divenne religione di Stato, essendo in vigore lo Statuto Albertino.

Nel 1984, Bettino Craxi firmò con il cardinale Agostino Casaroli, realizzatore dell’Ostpolitik vaticana e in odore di massoneria, la revisione delle norme concordatarie.

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Craxi attuò, così, il dettato costituzionale che sostituiva lo Statuto Albertino e che, all’art.7 della Costituzione della Repubblica, stabiliva che lo “Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, che i loro “rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi” e che le “modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. La Costituzione però, all’art.8, stabiliva anche: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”.

Con l’attuazione del dettato costituzionale dovuta al nuovo Concordato firmato da Craxi e Casaroli, la religione cattolica non fu più religione di Stato.

C’è in questi due passaggi (quello del 1929 e quello del 1984), al netto dei vantaggi enormi economici assicurati al Vaticano, una profonda differenza.

Nel primo caso, con il concordato del 1929 Mussolini riconosceva la religione cattolica come religione di Stato, facendo dello Stato italiano uno Stato confessionale, in piena continuità con lo Statuto Albertino.

L’11 febbraio del 1929 il regime fascista e la segreteria di stato vaticana stabilirono per la prima volta i termini di un rapporto che fino a quel momento, almeno ufficialmente, non esisteva. La ferita della presa di Roma, della riduzione dello Stato della Chiesa a una porzione della capitale, della spoliazione degli enti ecclesiastici era ancora aperta e anche il Papa di allora, Pio XI, si sentiva “prigioniero politico” di Casa Savoia. Dopo quasi due anni di trattative si arrivò comunque a un accordo e nel palazzo di San Giovanni in Laterano Mussolini da una parte e il segretario di stato, cardinale Gasparri, dall’altra poterono sottoscrivere i Patti che stabilivano il mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e quello che si sarebbe chiamato da quel momento in poi lo Stato della Città del Vaticano.

Mussolini e Gasparri

I Patti lateranensi erano distinti in due diversi documenti: il Trattato, che riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e aveva allegata una Convenzione finanziaria per regolare le questioni economiche sorte dopo le spoliazioni degli enti ecclesiastici, e il Concordato, che definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa e il governo.

Nel 1947, ormai finito il Regno d’Italia, i Patti lateranensi furono introdotti nella Costituzione repubblicana con un voto a maggioranza della Costituente (arrivò anche il sì del Pci di Togliatti).

Nel secondo caso, il 18 febbraio 1984, la revisione craxiana (con Andreotti dietro le quinte) in vigore tuttora, eliminava ogni riferimento alla religione cattolica come religione di stato, non riconosceva più il “carattere sacro” di Roma, ma ne sottolineava il “particolare significato che ha per la cattolicità” in quanto “sede vescovile del Sommo Pontefice”. Al contempo, sanciva la libertà di scelta sull’insegnamento della religione cattolica e prevedeva riconoscimenti economici per la Chiesa.

 E’ interessante non sottovalutare una “coincidenza” che riveste un importante significato per quanto riguarda la nostra riflessione in merito al fatto che una messa val bene il G7.

Il 10 gennaio 1984, quindi un mese prima della revisione concordataria, gli Stati Uniti e il Vaticano annunciarono lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra di loro e la nomina, da parte della Casa Bianca, di William A. Wilson come ambasciatore della S.Sede, dopo che il Senato Usa, il 22 settembre 1983, approvò un emendamento al progetto di legge del Dipartimento di Stato che abrogava l’interdizione del 1867 di utilizzare dei fondi del governo per sostenere le relazioni diplomatiche con la Sede. Vale la pena di ricordare, per inciso, che nel 1788 George Washington fece comunicare a Pio VI, tramite Benjamin Franklin, che nella nuovissima Repubblica non vi era bisogno di alcun permesso per la nomina di un vescovo da parte della Santa Sede.

Gli Usa, nel 1984, avevano, dunque, deciso «lo stabilimento della relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Vaticano».

Tra il 1848 e il 1867 gli Stati Uniti avevano avuto delle relazioni diplomatiche con lo Stato Pontificio, ma gli Stati Uniti avevano incaricato i loro inviati a Roma di occuparsi solo delle «relazioni civili» e dello «sviluppo del commercio» e di proteggere i cittadini americani che viaggiavano nella parte della penisola controllata dall’autorità secolare del Papa. Tutte le relazioni col Papa, come capo della chiesa di Roma, erano assolutamente escluse. Nel 1867 il territorio dello Stato Pontificio fu ridotto alla città di Roma. Nel 1870, quando le truppe del re Vittorio Emanuele presero la città eterna d’assalto e ne fecero la capitale dell’Italia unificata, lo Stato Pontificio crollò.

Le ragioni addotte nel 1867 dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti per fermare la legazione con Roma furono: 1) l’intolleranza papale: il culto protestante a Roma era proibito e soggetto all’inquisizione anche nelle case private; 2) il minore bisogno: le relazioni con uno Stato che era sul punto di essere assorbito dal Regno d’Italia non sarebbero state di grande utilità; 3) la natura «ornamentale» del posto non favorirebbe il popolo americano; 4) le spese: la legazione sembrava essere una spesa inutile; 5) il punto di vista costituzionale: era una possibile violazione della separazione tra Chiesa e Stato, soprattutto dopo l’eliminazione quasi totale del potere temporale del Papa. Il risultato fu la chiusura della legazione a Roma.

La revisione del Concordato, eliminando definitivamente e concordemente la religione cattolica come religione di Stato apriva il territorio italiano alla concorrenza religiosa protestante, cosa che era ed è uno degli elementi portanti dell’ethos americano.

Gli Stati Uniti d’America, è da ricordare, sono anzitutto il frutto di migrazioni anglosassoni protestanti, in netto contrasto con la Chiesa cattolica e decisamente antipapisti. Le migrazioni tedesche successive sono state assimilate nello stesso humus religioso, cosa che sta accadendo anche ora ai latinos, i quali, per essere definitivamente assimilati, si convertono alla Chiesa evangelica.

Oltre il 70% della popolazione statunitense è cristiana. Gli evangelici sono il primo gruppo religioso (25%) in un paese in cui i protestanti sono più dei cattolici (rispettivamente 46,6% e 20,8%, compreso l’1,6% dei mormoni).

A ben guardare, la coincidenza tra l’apertura di un’ambasciata Usa e la revisione dei Patti lateranensi va inscritta in un quadro internazionale dove allo Stato italiano e alla Chiesa cattolica è stato chiesto di aprire definitivamente e concretamente la possibilità a tutte le religioni di essere professate e allo Stato italiano di essere definitivamente laico.

La revisione craxiana, pertanto, ha definitivamente stabilito il passaggio dell’Italia da Stato confessionale a Stato laico.

Veniamo all’Italia religiosa.

A inizio 2021, il 79,6% della popolazione residente in Italia risultava cristiano (in particolare il 74,5% cristiano cattolico); il 15,3% è ateo o agnostico e il 5,1% professa una religione non cristiana. Con il passare del tempo crescono gli atei o agnostici.
Tra gli italiani, l’82,1% risulta cristiano (il 79,7% cristiano cattolico), il 16,2% ateo o agnostico e l’1,7% professa altre religioni. Tra gli stranieri, il 51,8% risulta cristiano (28,8% ortodosso,17,7% cattolico), il 33,3% musulmano, il 4,5% è ateo o agnostico e la restante quota professa altre religioni.
Nel 2020, solo il 21% delle persone con più di 6 anni ha frequentato un luogo di culto almeno una volta a settimana; nel 2001 erano il 36%. Tra i cristiani cattolici, solo il 25,4% si professava praticante al 2016.

I praticanti assidui tra gli adolescenti (14-17 anni) sono passati dal 37% del 2001 al 12% del 2022 e quelli tra i 18 e 19 anni sono scesi dal 23% nel 2001 all’8% nel 2022.

Le messe sono vuote. I seminari anche.

Da cinquant’anni le vocazioni sono diminuite di oltre il 60 per cento. Dai 6.337 seminaristi del 1970 ai 2.103 del 2019. Nel 2022 gli aspiranti presbiteri in Italia sono più o meno 1.800 e se si calcola l’età media del clero, è facile intuire che ben presto vi sarà un problema di copertura delle parrocchie, con sacerdoti chiamati a fare gli straordinari e a essere sempre più funzionari che padri.

Ora, dire che “Parigi val bene una messa” significa attribuire alla Chiesa cattolica un potere spirituale e materiale che non ha più.

Se un tempo i politici rincorrevano il Papa, i vescovi e i preti per conquistare i voti determinanti dei cattolici, oggi pare non essere più così, anche per il fatto che i cattolici sono tra di loro sparsi su posizioni politiche assai diverse e sono, nei fatti, una minoranza.

Ed eccoci giunti al G7, dove non è Enrico di Navarra in veste di Giorgia Meloni ad avere bisogno della legittimazione della Chiesa di Roma, ma è la Chiesa di Roma che ha bisogno della legittimazione del G7 per essere riaccompagnata nell’orizzonte geopolitico occidentale.

La questione dell’invito va, pertanto, inserita, ancora una volta, nel quadro delle relazioni internazionali.

Non è un mistero che Papa Francesco abbia sposato tutte le teorie della finanza globalizzante.

Bergoglio ha scritto due encicliche per spiegare che bisogna adottare le teorie green e che la proprietà privata è da subordinare alla destinazione universale dei beni.

“Oggi, credenti e non credenti – scrive Bergoglio nella Laudato si’ – sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento eticosociale ». La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”.

Inoltre, Papa Francesco si è volto verso la Cina, firmando un accordo, poi rinnovato, che è stato contestato apertamente dagli Usa e che è tanto più contestabile oggi che Washington ritiene sempre di più il Dragone il pericolo principale.

Stare con i cinesi è, per il Vaticano, sempre più scomodo.

Inoltre il Papa si è pronunciato in relazione alla guerra in Ucraina con parole che sembrano essere equidistanti tra Kiev e Mosca.

Le posizioni di Papa Francesco sui migranti, molto coincidenti con le politiche di George Soros, collidono, ormai chiaramente, con un rinnovato interesse dell’America per l’Africa dove viene scacciata e sostituita da Russia e Cina. E’ di qualche giorno fa l’invito del Niger agli americani a lasciare il Paese e di ieri lo stesso invito del Ciad.

Non è, infine, un segreto che la patria dell’ideologia woke, green e via elencando, sia la California e che la California sia al contempo anche la patria dell’intelligenza artificiale e il G7 si terrà proprio su questo argomento.

Infine, il luogo dell’invito a Papa Francesco per il G7 è la Puglia, una delle casematte di resistenza degli interessi cinesi in Italia, ben custoditi nella terra di Massimo D’Alema, nobiluomo del Papa, in quanto Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano dal 2016.

La cronaca dice che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la partecipazione di Papa Francesco al G7 in programma dal 13 al 15 giugno a Borgo Egnazia, in Puglia e che il Pontefice prenderà parte alla sessione “Outreach” del Vertice, aperta ai Paesi invitati e non solo ai membri G7.

Sul sito della Presidenza del Consiglio si legge la dichiarazione di Giorgia Meloni, la quale afferma che, oltre ai vari appuntamenti già avutisi su vari temi, “l’appuntamento principale sarà il Vertice dei leader dal 13 al 15 giugno a Borgo Ignazia nella splendida Puglia”.

“Affronteremo – continua Giorgia Meloni – le grandi sfide del nostro tempo, dal nesso clima-energia fino alla sicurezza alimentare. Getteremo insieme le basi per costruire un rapporto nuovo da pari a pari e di reciproco vantaggio con le Nazioni in via di sviluppo e le economie emergenti e in particolare con il continente africano. Così come concentreremo la nostra attenzione sulle questioni migratorie con l’obiettivo di combattere le reti di trafficanti di esseri umani e gettare le basi per garantire il diritto a non dover emigrare. Ma il G7 affronterà anche quella che in molti, e non a torto, ritengono essere la più grande sfida antropologica di quest’epoca ovvero l’avvento dell’intelligenza artificiale, una tecnologia che può generare grandi opportunità ma che porta con sé anche enormi rischi oltre a incidere inevitabilmente sugli equilibri globali”.

“Il nostro impegno – aggiunge Giorgia Meloni – è quello di sviluppare meccanismi di governance per garantire che l’intelligenza artificiale sia incentrata sull’uomo e controllata dall’uomo ovvero che mantenga al centro la persona e abbia la persona come suo ultimo fine.  È una sfida che nessuno di noi può pensare di affrontare da solo e io credo che sia fondamentale valorizzare il meglio della riflessione etica e intellettuale che in questo ambito si sta sviluppando. Penso ad esempio al cammino avviato dalla Santa Sede nel 2020 con la Rome call for AI Ethics, un percorso che porta a dare applicazione concreta al concetto di algoretica ovvero dare un’etica agli algoritmi. La Presidenza italiana del G7 intende valorizzare questo percorso promosso dalla Santa Sede, portarlo all’attenzione degli altri leader in occasione del Vertice in Puglia. Per questo sono onorata di annunciare oggi la partecipazione di Papa Francesco ai lavori del G7, proprio nella sessione dedicata all’intelligenza artificiale. Ringrazio di cuore il Santo Padre per aver accettato l’invito dell’Italia, la Sua presenza dà lustro alla nostra Nazione e all’intero G7. E’ la prima volta nella storia che un Pontefice partecipa ai lavori del Gruppo dei Sette e il Santo Padre lo farà nella sessione “Outreach”, aperta cioè anche ai Paesi invitati e non solo ai membri del G7 e io sono convinta che la presenza di sua Santità darà un contributo decisivo alla definizione di un quadro regolatorio, etico e culturale all’intelligenza artificiale. Perché su questo terreno, sul presente e sul futuro di questa tecnologia, si misurerà ancora una volta la nostra capacità, la capacità della comunità internazionale di fare quello che il 2 ottobre del 1979 un altro Papa, San Giovanni Paolo II, ricordava nel suo celebre discorso alle Nazioni Unite: «l’attività politica nazionale e internazionale viene dall’uomo, si esercita mediante l’uomo ed è per l’uomo». Questo sarà sempre il nostro impegno e il nostro cammino”.

Eccoci giunti al vero punto focale di tutta questa lunga riflessione: l’uomo.
“L’attività politica nazionale e internazionale viene dall’uomo, si esercita mediante l’uomo ed è per l’uomo”, pertanto non è delegabile a nessun algoritmo, a nessuna élite tecnocratica autonominatasi salvatrice del pianeta, a nessuna casta di sedicenti eletti, consulenti, ottimati, scienziati ideologicamente motivati.

L’attività politica nazionale e internazionale viene dall’uomo, la qual cosa, tradotta in linguaggio politico istituzionale, significa democrazia, elezioni, libertà.

Se la politica è per l’uomo significa produzione, sviluppo, posti di lavoro, welfare.

Se la politica si esercita mediante l’uomo significa che ad esercitarla devono essere umani eletti e non strumenti di tecnocrazie.

Se la politica è nazionale e internazionale, significa che esistono le nazioni e che come tali devono essere riconosciute.

In questo caso, si può ben dire che è la messa che va al G7.

Portare il Papa al G7 significa, geopoliticamente, inquadrarlo in un ambito che non è molto consono con le politiche estere vaticane e con le posizioni assunte da Bergoglio.

Giorgia Meloni, probabilmente, ha imparato bene la lezione di Henry Kissinger ed è legittimata ad operare (vedi Piano Mattei) anche per questo.

MELONI E KISSINGER

Piaccia o non piaccia, anche in questo evento Giorgia Meloni si muove sulle orme di Craxi, in questo caso nei rapporti con il Vaticano che viene chiamato a concordare, come fece con Casaroli, un orizzonte politico e geopolitico che attualmente lo vede in dissonanza.

Uno degli elementi che vale sempre la pena di ricordare è che la politica non va mai seguita con il cannocchiale girato al contrario, ma inserendola sempre nel quadro degli interessi e delle relazioni internazionali.

Un altro elemento da ricordare sempre è il rapporto dell’Italia con inglesi e statunitensi o, meglio, degli inglesi e degli statunitensi con l’Italia.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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