
Dove sono i fascisti oggi? Nella setta dei sogni distopici.
Proviamo a fare due conti con la realtà.
Prendo dal sempre ottimo Roberto Pecchioli: “Scrisse Ennio Flaiano nel 1957 che in Italia vi sono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti. Sembra ieri e sono passati quasi settant’anni. Lo scrivano balbettava le prime parole ed è ancora orfano di Patria. Fascismo è una parola buona per tutti gli usi e per tutti i tempi. Monopolizzata dalla sinistra, evitata con tremore dalla palude moderata, temutissima dalla destra che ne è l’obiettivo, si adatta a ogni situazione sgradita e definisce ogni male. L’accusa di fascismo è la scomunica scagliata come una freccia avvelenata contro qualsiasi cosa, idea, persona, circostanza che non piace alla gente che si piace. In Italia, a ottant’anni dalla fine del fascismo, si continua a pretendere da chiunque professione di antifascismo, analisi del sangue che certifichi l’inesistenza di globuli neri”. (Nuovo Giornale Nazionale, 24-04-2024)
Se fascismo è sinonimo di totalitarismo e dittatura e non un preciso fenomeno storico, allora è fascismo anche il comunismo, perché nell’applicazione delle teorie comuniste non è stato prodotto altro che dittatura e totalitarismo, privazione della libertà ed eliminazione della democrazia.
In questi anni, il pensiero unico politicamente corretto (leggi MinCulPop) del progressismo liberale cosa è stato se non fascismo?
Il Ministero della cultura popolare era un ministero del governo italiano fascista con compiti riguardanti la cultura popolare e l’organizzazione della propaganda fascista. Sin dall’epoca fu anche noto con l’abbreviazione di MinCulPop.
Lascio ogni interpretazione ironica al lettore.
Il pensiero unico politicamente corretto è stato imposto dal progressismo liberale, che ha colpito con frecce avvelenate chiunque non fosse d’accordo con le idee del mondo Lgbtq+, con le follie dell’asterisco (isterismo) per eliminare il maschile e il femminile dai testi, con le idee green e climatiche, con le giaculatorie espiatorie di un mondo americano oppresso dal senso di colpa per aver messo in nativi in riserva e costruito le sue fortune sul lavoro degli schiavi.
Il pensiero unico politicamente corretto, come sempre avviene per tutti i totalitarismi e per tutte le dittature, è figlio di ideologie distopiche (come si usa dire oggi), ossia utopie negative (già l’utopia è una distorsione della realtà, figuriamoci la distopia) e di reali interessi di qualcuno a danno di altri.
Nella fattispecie, l’ideologia green, ad esempio, è l’espressione del fascismo della cupola finanziaria speculativa che ha tentato e tenta, abbindolando le masse (MinCulPop) di renderle povere e sottomesse ad una élite che ha in mente un mondo feudale, dove i nuovi vassalli (ottimati, consulenti, politici leccapiedi) sono i gerarchi del moderno fascismo.
Un esempio preclaro del fascismo insito nell’ideologia del progressismo liberale viene dalla Corte dei conti europea, la quale ha sbugiardato l’idea di dire addio ai motori tradizionali dal 2035, per fare spazio alle auto elettriche (peraltro di fatto monopolio cinese).
La Corte dei conti dell’Unione Europea ha messo in discussione l’intero impianto dell’agenda Green Deal (Affare Verde) con una valutazione stroncante sulle politiche di mobilità.
In pratica non funziona niente: batterie costose da produrre e vendere, estrema dipendenza dall’estero, carburanti alternativi insostenibili, poche colonnine elettriche.
Inoltre l’industria europea non è in grado di produrre auto elettriche su vasta scala che siano competitive e apprezzate dal mercato.
“L’industria europea delle batterie è in ritardo rispetto ai concorrenti mondiali, mettendo potenzialmente in crisi la capacità interna prima che questa sia al massimo regime”, sostiene la Corte dei conti nella sua relazione. Allo stato attuale meno del 10 per cento della produzione mondiale di batterie è localizzata in Europa e per la stragrande maggioranza è in mano ad imprese non europee. A livello mondiale, la Cina controlla i tre quarti delle quote di mercato (76 per cento). Inoltre, l’Ue dipende per l’87 per cento del suo bisogno di litio grezzo dall’Australia, per l’80 per cento del bisogno di manganese dall’import di Sud Africa e Gabon, per il 68 per cento del cobalto dalla Repubblica democratica del Congo e per il 40 per cento della grafite dalla Cina.
Più in generale è l’intera politica per la mobilità sostenibile a essere in discussione. Per azzerare le emissioni al 2050, come vorrebbero gli obiettivi proposti dalla Commissione e sostenuti, non senza attriti, da Consiglio e Parlamento, “è necessario diminuire le emissioni di carbonio prodotte dalle autovetture a motore endotermico, esplorare le opzioni di combustibili alternativi e favorire la diffusione dei veicoli elettrici sul mercato di massa”, fanno notare i revisori di Lussemburgo. Tuttavia “il primo punto non si è finora concretizzato, il secondo risulta non essere sostenibile su vasta scala e il terzo rischia di essere costoso sia per l’industria sia per i consumatori dell’Ue”. Insomma, ben venga l’intenzione di avere auto pulite. Però “questa ambizione, di per sé lodevole, pone notevoli sfide, con molteplici ostacoli da superare”.
Tradotto in sintesi, la Corte dei conti europea ha detto che la setta dei sogni distopici ha messo in atto politiche che nulla hanno a che fare con la realtà, imponendo alla popolazione europea, molto fascisticamente, obiettivi irrealistici e capaci solo di creare povertà, abbassamento dei livelli produttivi dell’industria manifatturiera, perdita di posti di lavoro.
I conti potevano farli anche quelli che hanno imposto politiche folli, destinate a favorire le multinazionali e la finanza speculativa.
L’esempio della casa green è semplice. Se non hai i soldi per adeguare la tua casa agli standard li chiederai in banca, facendo l’interesse del mondo finanziario. Se non puoi nemmeno chiedere un mutuo, puoi sempre vendere sottocosto a qualche multinazionale che è già pronta a verticalizzare il mercato immobiliare. Se sei vecchio puoi cedere la nuda proprietà alle solite multinazionali.
Se osi dire che tutto questo è un impianto speculativo calcolato e che nulla ha a che fare con il pianeta sei un negazionista, un terrapiattista, uno sconsiderato che, in base al MinCulPop dell’imperante fascismo progressista liberale, deve essere punito, dandoti anche del fascista, del sovranista, del populista.
In fondo, se non osservi le regole della Inquisizione del pensiero unico politicamente corretto del MinCulPop del fascismo progressista liberale sei da eliminare additandoti al disprezzo, in primis degli “intellettuali” in quanto ignorante e buzzurro e, successivamente, agli addetti della setta dei sogni distopici.
Se a Milano vietano la vendita del gelato dopo la mezzanotte e tu alzi un sopracciglio (quella di sinistra, a scanso di equivoci) perché ti sembra un provvedimento demenziale sei fascista.
Se dici che trovi demenziale bloccare una statua di una donna che allatta (inno alla vita) perché a Milano è ritenuta divisiva (de ché?) sei fascista.
Se dici che i partigiani si sono ammazzati tra di loro perché in rapporto con potenze straniere che volevano prevalere in Italia dopo la fase resistenziale, sei fascista.
Ultimamente c’è anche chi, esperto di anime, capisce se sei fascista nell’anima.
Fra poco ci sarà anche chi stabilirà che ci sono persone che non condividendo il pensiero unico politicamente corretto sono state in combutta con Satana: nuove streghe da mandare al rogo. Il Malleus maleficarum è sempre disponibile.
E’ tornato il Medioevo, nella sua parte buia (non tutto il Medioevo lo è stato).
Vorrei concludere questa breve riflessione con una citazione di Ernesto Galli Della Loggia, il quale, nel suo “La morte della Patria”, Laterza, scrive: “«La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo». Queste parole, che si leggono in apertura del De profundis di Salvatore Satta [1] – senz’altro il libro di più alta e dilaniata riflessione sugli avvenimenti italiani del 1940-45 – potrebbero essere poste degnamente ad epigrafe della sorte che toccò in Italia all’idea di nazione dopo la seconda guerra mondiale. Il sentimento di una vera e propria «morte della patria» fu, infatti, ciò che soggettivamente provò, in quel biennio terribile e immediatamente dopo, chiunque nel proprio mondo etico-politico, o solo emotivo, custodisse – in una qualunque foggia – l’idea di nazione, e dentro di sé sentisse questa idea irrevocabilmente legata all’idea, e all’esistenza, di una nazione italiana. «Il bluff è finito – scriveva sconsolatamente Gaetano Salvemini ad Ernesto Rossi in una delle sue prime lettere dall’America, nel dicembre 1944 – l’Italia non è più che una sfera d’influenza inglese, una colonia inglese, una seconda Irlanda»[2]. Sembra fargli eco, benché di un anno precedente, un’annotazione del diario di Croce: «Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente»”.
[3]
Ecco, dovremmo ripartire da qui per percorrere il dramma italiano della perdita di Patria e identità e per capire che è di questa identità e di questa Patria che oggi abbiamo bisogno per stare con dignità e testa alta, nonché con potere contrattuale, in un’Europa che non sia il pascolo di una setta di sognatori di sogni distopici al carro di un progressismo liberale fascista, ma un concerto di nazioni e di popoli, nonché di realtà statuali, che non intendono essere mandrie e recinti di mandrie di un’élite che vorrebbe renderci servi della gleba per un feudalesimo del terzo millennio.
[1] S.Satta, De Profundis, Adelphi
[2] G.Salvemini, Lettere da’’America, 1944-1946, Laterza
[3] B.Croce, Quando l’Italia era tagliata in due, Laterza





