Home Politica estera L’OCCIDENTE, CONCENTRATO SULL’UCRAINA, REGALA L’AFRICA ALLA RUSSIA

L’OCCIDENTE, CONCENTRATO SULL’UCRAINA, REGALA L’AFRICA ALLA RUSSIA

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Savino di Scanno nel suo ottimo articolo di ieri su Evgeny Messner, quasi sconosciuto padre della teoria sulla guerra ibrida, scrive, a proposito della guerra in Ucraina: “Ma veramente possiamo credere che i cugini francesi che non riescono a sedare le rivolte nelle periferie parigine da parte degli immigrati possono mandare i loro soldati in Ucraina? Ed i cow boy pensate che realmente vogliono impegnarsi in una guerra in Europa, loro che hanno il Dragone nel Pacifico?”.

Domande più che legittime alle quali una risposta viene dalla cronaca di questi giorni riguardante il Sahel, un tempo area colonizzata dai francesi e ora territorio di conquista russa.

Il Niger, battono le agenzie di questi giorni, ha cacciato i francesi lo scorso anno e ora si appresta a cacciare gli americani. Il colonnello Amadou Abdramane ha infatti annunciato l’interruzione dell’accordo relativo allo status delle forze armate Usa e del personale civile del dipartimento di Difesa Usa nel territorio nigerino, definendo la presenza militare statunitense “illegale” e in violazione di “tutte le regole costituzionali e democratiche”

Dopo la definitiva estromissione della Francia, e la rottura degli accordi di difesa con l’Unione europea, la giunta militare al potere in Niger ha annunciato la sospensione, “con effetto immediato”, della cooperazione militare con un’altra potenza occidentale che finora aveva mantenuto una presenza militare nel Paese del Sahel: gli Stati Uniti.

Sahel Francese

In Niger, per ora, rimangono gli italiani, con la missione bilaterale di supporto (Misin), istituita al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza. La missione – la cui area geografica di intervento è allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin – conta circa 350 effettivi e prevede l’impiego fino a 13 mezzi, tutti terrestri. Il contingente del personale, dislocato in un hub operativo-logistico completato nel giugno 2022 e situato all’interno dell’aeroporto della capitale Niamey, comprende team per ricognizione e comando e controllo, team di addestratori, da impiegare anche presso il Defense College in Mauritania, team sanitario, personale del genio per lavori infrastrutturali, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (Cbrn), unità di supporto; unità di force protection; unità per raccolta informativa, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni (Isr).

L’Italia è presente anche in Burkina Faso, dove Roma è impegnata in una missione bilaterale.

Torniamo alla cronaca di questi giorni.

Il Niger, dopo aver cacciato i francesi, si appresta a cacciare gli americani. Nel frattempo a gennaio c’è stata una svolta decisiva nella cooperazione miliare russa nel Sahel.

Il Niger, il 14 gennaio, è infatti diventato l’ultimo paese africano a firmare un accordo di cooperazione militare con Mosca, aggiungendosi ai più di 40 i paesi che ricevono addestramento, consulenza e soprattutto materiale dall’esercito russo o da una delle società di sicurezza private, come la ex-Wagner. Mercenari, elicotteri e istruttori che, in una modalità di cooperazione ben consolidata, fanno da cavalli di Troia del sistema: la Russia sta estendendo il suo soft power in tutto il Sahel, creando collegamenti commerciali e costruendo infrastrutture fondamentali, come ad esempio i progetti di raffineria d’oro in Mali e l’accordo per lo sviluppo dell’energia nucleare in Mali, Egitto e Burkina Faso.

Qui è necessario soffermarsi: oro e uranio.

L’uranio che era gestito dai francesi alimentava quasi gratuitamente le centrali dell’Esagono, ma, accusa il Niger, c’è l’accusa “cinica” di aver stretto un accordo segreto per fornire uranio all’Iran e la “minaccia di ritorsioni” da parte di una delegazione statunitense guidata da Molly Phee, assistente segretaria di Stato per gli Affari africani, e comprendente anche il generale Michael Langley, comandante del Comando Usa per l’Africa (Africom), che la scorsa settimana ha effettuato una visita di tre giorni nel Paese.

L’accusa è gravissima, in quanto, se confermata, darebbe il segno evidente di un doppio gioco dell’Occidente nei confronti di Teheran. Mentre si accusa Teheran di voler costruire l’atomica, mettendo a rischio Israele e gli equilibri medio orientali, si foraggia di uranio l’Iran sotto banco.

Se confermato il dato costituisce uno scandalo mondiale.

L’oro, come è facile capire, andrà a rimpinguare le riserve auree della Russia che ha agganciato il rublo al metallo giallo.

Secondo Niamey l’accordo con gli Usa sarebbe illegittimo e “ingiusto”, in quanto “imposto unilateralmente” dagli Stati Uniti, tramite una “semplice nota verbale”, il 6 luglio 2012.

Le autorità di Niamey hanno contestato anche le obiezioni che gli Usa avrebbero sollevato sugli alleati scelti dal Niger.

L’annuncio rappresenta un duro colpo per la presenza Usa in un Paese considerato strategico per la lotta al terrorismo, anche in ottica anti-russa e anti-cinese. Il Niger è infatti, da anni, il centro delle operazioni statunitensi nell’Africa occidentale e settentrionale. Secondo un recente rapporto della Casa Bianca presentato al Congresso, a dicembre gli Usa avevano circa 650 effettivi presenti in Niger (erano circa 1.100 fino al riposizionamento deciso a settembre, in seguito al golpe). L’esercito statunitense gestisce inoltre un’importante base aerea (la Base 201, costruita per oltre 100 milioni di dollari) nella città nigerina di Agadez, a circa 920 chilometri a nord-est della capitale Niamey, che dal 2018 viene stata utilizzata per prendere di mira i combattenti dello Stato islamico e Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), affiliato ad al Qaeda, nella regione del Sahel. La base, secondo gli ultimi dati noti, ospita al momento due aerei ricognitori elettromagnetici, due elicotteri di manovra e una decina di droni MQ 9 Reaper, che consentono ai militari di avere una visione dell’intero Sahel e, in particolare, della Libia, che è la via d’accesso al Mediterraneo.

Il Niger, insieme ai vicini Mali e Burkina Faso (anch’essi guidati da giunte militari salite al potere attraverso dei colpi di Stato negli ultimi tre anni), è considerato sempre più vicino alla Russia.

Anche nel vicino Burkina Faso negli ultimi mesi la Russia ha schierato alcune centinaia di soldati dell’Africa Corps – che è descritto dai funzionari russi come il successore del gruppo mercenario Wagner – mentre si stima che circa mille militari russi stiano combattendo al fianco dell’esercito maliano contro i gruppi jihadisti. In Mali, dopo il doppio colpo di Stato del 2020 e 2021, la giunta militare ha rafforzato i rapporti con Mosca, rompendo definitivamente quelli con la Francia. È il caso di ricordare che di recente, a novembre, la giunta di Bamako ha firmato un accordo con Mosca che include la realizzazione di una raffineria d’oro nella capitale. L’accordo, ha riferito il ministero maliano in una nota, prevede la costruzione della raffineria per lavorare 200 tonnellate di oro all’anno e si intende valido per quattro anni, sebbene nel documento non siano specificate le tempistiche di costruzione.

Sul numero 9 del 2023 di Domino, Dario Fabbri scriveva: “Abbiamo perso l’Africa. Meglio, gli abitanti del continente intendono fare a meno di noi. Senza pentimenti. Nel Maghreb, più giù nel Sahel, fino all’Africa Australe. Soppiantati da russi, turchi, cinesi”.

Già, abbiamo perso l’Africa grazie alla grandeur di Macron che ora vorrebbe andare pedibus calcantibus in Ucraina contro lo zar.

La Françafrique, che voleva essere la prosecuzione del colonialismo francese grazie al Cfa, il franco africano stampato a Parigi e gestito dalla Banca di Francia, è stata ridotta a zero. Macron è stato espulso. Cosa pensa di fare il giovane emulo di Napoleone Buonaparte espulso dal Sahel? Mandare i suoi uomini in Ucraina?

Oppure, come non è del tutto impossibile, giocare le sue carte trasversalmente con Mosca, mettendo nel pacchetto anche le vecchie colonie, dove ci sono importanti aziende francesi che scavano oro e uranio?

Andiamo avanti, seguendo la cartina.

Nel Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré è a capo del governo Burkinabe, avendo preso il potere nel settembre 2022 attraverso un colpo di stato. Ha licenziato il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, che a sua volta era salito al potere nel gennaio 2022, attraverso un altro colpo di stato. 

Entrambi i due colpi di stato nel Burkina Faso sono avvenuti dopo i due colpi di stato nel vicino Mali (nel 2020 e nel 2021).

La stessa dinamica che ha portato al potere il presidente ad interim del Mali, il colonnello Assimi Goïta, ha spinto Damiba e Traoré ai loro colpi di stato. 

Parte della motivazione di questi colpi di stato era il desiderio di eliminare la presenza dell’esercito francese, che era intervenuto nella regione del Sahel nel 2013 per porre fine alla violenza e che, secondo i militari africani, ha partecipato attivamente ad esacerbarla ulteriormente. Nel maggio 2022, Goïta disse ai francesi di lasciare il Mali, mossa che Traoré ripeté nel gennaio 2023.

Ora Mali, Niger e Burkina Faso hanno stretto un’alleanza regionale.

Va detto che l’operazione di contenimento del terrorismo islamico, principale motivazione della presenza francese, è stata la conseguenza diretta della Francia, che aveva promosso la guerra della NATO contro la Libia con l’inglese Cameron e gli Usa di Barack Obama e di Hillary Clinton.

L’intervento aveva per obiettivo di seppellire i piani a stadio avanzato di Gheddafi per creare una moneta africana ed araba che rimpiazzasse il dollaro nel commercio del petrolio. Da quando la moneta USA ha abbandonato il sistema di convertibilità con l’oro nel 1971, essa ha perso molto del suo valore in rapporto all’oro. Gli Stati produttori di petrolio arabi e africani dell’OPEP da tempo lamentavano la riduzione di valore delle loro entrate petrolifere, fissate per volontà di Washington, dal 1970, in dollari statunitensi, mentre l’inflazione del dollaro è cresciuta più del 2000% dal 2011.

Ora, grazie alla follie della destrutturazione della Libia ad opera di inglesi, francesi e americani, nel Burkina Faso ci sono i russi. Bel risultato.

Il 24 gennaio 2024 è infatti atterrato all’aeroporto Thomas Sankara di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, un aereo militare Ilyushin Il-76 proveniente dalla Russia con a bordo un centinaio di uomini in mimetica con le mostrine dell’Africa Corps. Si tratta di un primo contingente di specialisti, in totale saranno 300 persone, inviato da Mosca per cooperare con le autorità burkinabé in quella che è la sfida più difficile per il Paese africano: la lotta al terrorismo. Il giorno dopo una delegazione del ministero della Difesa russo è atterrata a Ouagadougou: cooperazione militare, aiuti umanitari, istruzione i temi in agenda e 25 tonnellate di grano. La visita precedente di questa delegazione in Burkina Faso era stata poco più di un mese prima, a dicembre 2023 e, a settembre, il viceministro della Difesa russo Yunus-Bek Yevkurov aveva fatto un tour nel Sahel, visitando il Burkina Faso e avviando la nuova era di cooperazione russo-burkinabé. A dicembre 2023, la Russia ha riaperto la sua ambasciata in Burkina Faso, chiusa dal 1992 e, nel mese di ottobre, il Burkina Faso ha firmato un accordo con la Russia per la costruzione di una centrale nucleare per aumentare la sua capacità energetica.

Mosca, dunque, mentre l’Occidente concentra la sua attenzione sull’Ucraina, continua a perseguire successi in Africa: materie prime, uranio, oro, influenza geopolitica, controllo delle migrazioni.

Dopo il rinnovo dell’accordo di cooperazione Militare con l’Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, le forze russe potrebbero avere libero accesso a una base aerea (Benina o al-Khadim, peraltro già utilizzate per i movimenti dei contractors del Gruppo Wagner) e una navale (Bengasi o Tobruk). Si tratta a tutti gli effetti di un consolidamento dell’accesso al Mediterraneo. Problema che ci riguarda da vicino e che dovrebbe rigiardare anche la Nato, sempre che alzi gli occhi e non veda solo Kiev.

La Repubblica Centrafricana ha offerto alla Russia di costruire una base militare e ha già assegnato un terreno ad hoc speciale a questo scopo a Beringo, a 80 chilometri dalla capitale Bangui, dove c’è un aeroporto internazionale. Il terreno che il Paese ha fornito alla Russia per la base militare è dotato di caserme e, una volta predisposte le infrastrutture, potrà ospitare 10.000 soldati militari russi che avrebbero il compito di addestrare e istruire i militari locali.

Ovviamente una base di queste dimensioni, dotata di una lunga pista aeronautica ed in grado di ospitare un così elevato numero di militari, rappresenta un hub strategico per gli interventi militari e di sicurezza russi in Africa. In gennaio i russi hanno rinnovato gli accordi di cooperazione militare con l’Uganda con cui il governo di Bangui ha cooperato per far cessare la rivolta dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) rimpatriando gli ex miliziani dai campi di Zemio e Mboki.

In Sudan c’è una guerra civile disastrosa, con 1 milione e 200 mila sfollati in gran parte in Egitto e, con le due parti avverse sono schierati i russi e gli ucraini, con contingenti propri sul terreno.

Intesa sempre più strette anche tra Mosca e il Ciad, ultima nazione del Sahel a continuare a ospitare una robusta presenza militare francese. Il presidente di transizione del Ciad, il generale Mahamat Idriss Déby Itno, è andato in visita ufficiale in Russia “su invito” del presidente Vladimir Putin.

Torniamo al Niger. La giunta militare può puntare ora, sul fronte economico, a una più proficua collocazione sul mercato dell’uranio fino a ieri ceduto a prezzi stracciati alla Francia. Le quotazioni dell’uranio sono salite in questi giorni a 106 dollari per libbra, il più alto dal 2007, segnando un rialzo del 14% perché la Kazatomprom, società statale del Kazakistan, il più grande produttore mondiale di uranio, ha dichiarato che non sarà in grado di raggiungere il suo obiettivo di produzione per i prossimi due anni. A questo si aggiunge il declassamento delle prospettive della canadese Cameco a settembre a causa di problemi nelle miniere chiave e del rifiuto degli operatori occidentali di accedere a importazioni dalla Russia.

Il rafforzamento militare delle nazioni africane alleate della Russia, le iniziative di Mosca per aprire basi in Africa dalla Libia al Niger, dal Centrafrica al Sudan, sono indicativi non solo del livello di fiducia attribuito alla Russia ma anche un progressivo spostamento dei punti di riferimento economici e di sicurezza di un numero crescente di stati africani dall’area occidentale a potenze quali Russia, Cina e Turchia riconducibili in un contesto più ampio ai BRICS.

Per concludere e tornare a Savino Di Scanno. I cugini francesi e gli americani dovrebbero essere meno attenti alle logiche dei Paesi baltici e della Polonia, che sono le avanguardie dell’intervento e più attenti a quanto avviene nel mondo. E’ pur vero che si apre la grande caccia alle risorse del Polo Nord, ma non va dimenticato che, anche in questo caso, il Polo è circondato per metà dalla Russia.

artico due

Comunque sia, o si scatena una guerra mondiale per il controllo delle risorse, con il pericolo che a farne uso sia poi un piccolo nucleo di ominidi contaminati dalle radiazioni, o si prende atto che è necessario trovare un nuovo equilibrio mondiale.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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