di Gianvito Caldararo
Il 1° agosto 2023 Renzi, primo firmatario, comunica alla Presidenza del Senato la presentazione del seguente disegno di legge(ddl) costituzionale: “Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri in Costituzione”. Nella relazione che accompagna il ddl si sostiene che “la realtà italiana, la sua storia, la sua cultura e la sua tradizione ci dicono che vi è solo un modello istituzionale che possa, al contempo, garantire ai cittadini di determinare la politica nazionale e consentire al Paese di essere governato per cinque anni senza risentire dei continui cambi d’umore delle forze politiche: il modello delle amministrazioni locali”.
Tale sistema istituzionale “garantisce quella stabilità che è sempre più indispensabile per definire strategie di lungo periodo, non costrette a guardare solo alla contingenza ma capaci di rispondere con efficacia alle sfide del futuro “Il ddl prevede la elezione a suffragio universale e diretto del Presidente del Consiglio, il noto “Sindaco d’Italia”, secondo la efficace sintesi di Matteo Renzi.
Il Presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo, “è l’organo di vertice del Governo, ne dirige la politica e ne è responsabile. Mantiene l’unità politica ed amm.va, indirizzando e coordinando l’attività dei ministri”. Il Presidente del Consiglio dei ministri nomina e revoca i Ministri.
In data 15 novembre 2023 il Governo Meloni, presenta al Senato il suo ddl costituzionale avente per oggetto: “Modifiche agli articoli 59,88,92 e 94 della Costituzione per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica”.
La motivazione a sostegno di tale ddl è “l’obiettivo di offrire soluzione a problematiche risalenti alla forma di governo italiana, cioè l’instabilità dei Governi, la eterogeneità e volatilità delle maggioranze, il transfughismo parlamentare”. I punti salienti di tale ddl costituzionale sono: a) la elezione a suffragio universale e diretta del Presidente del Consiglio; b) un sistema elettorale delle Camere secondo i principi di rappresentatività e governabilità e in modo che un premio, assegnato su base nazionale, garantisca il 55 per cento dei seggi in ciascuna delle due Camere alle liste e ai candidati collegati al Presidente del Consiglio dei ministri; c) in caso di cessazione dalla carica del Presidente del Consiglio eletto, il Presidente della Repubblica può conferire l’incarico di formare il Governo a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto, per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del Presidente eletto ha ottenuto la fiducia; d) scompaiono i senatori a vita; e) i Ministri sono nominati dal Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio”.
Secondo molti costituzionalisti la elezione diretta del Presidente del Consiglio, “stravolge l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Nella maggioranza di Governo figurano due linee. Vi sono i falchi, che vogliono che la riforma non subisca significativi aggiustamenti e vi sono le colombe, disposte a dialogare con le opposizioni pur di evitare il rischio del referendum.
La cosa da sottolineare è l’assenza di una linea del PD e del M5S, che non hanno espresso alcuna idea in materia di riforma istituzionale, mostrando nei fatti che gli stessi puntano alla costituzione di comitati di resistenza a difesa della Costituzione, preoccupati dal forte accentramento di potere a Palazzo Chigi. La verità è che sarebbe l’ora di condividere la riforma costituzionale avanzata da Craxi, cioè una riforma in direzione della Repubblica presidenziale o semi presidenziale, per porre fine a quella che Craxi chiamava “la storia di monumentale inconcludenza delle Commissioni parlamentari”.
Craxi sosteneva che “la elezione diretta del Capo dello Stato e cioè della creazione di un momento unificante della collettività e delle istituzioni, di una autorità collocata al di sopra dell’Esecutivo, espressione diretta del corpo elettorale, garante di fronte ad esso non solo della legittimità formale ma anche nell’interesse nazionale, degli impegni internazionali, del regolare ed efficiente funzionamento dei pubblici poteri.
Punto di forza e caratteristica centrale di altri sistemi democratici, la Repubblica presidenziale o semi presidenziale rimane piuttosto isolata nello schieramento delle forze politiche e resta quindi una tesi, che per quanto difesa con buoni argomenti, non è riuscita e non riesce (almeno per il momento) a farsi strada”.
Craxi puntava ad una “democrazia autorevole” e ad uno “Stato che fosse meno invadente”. E in tema di coerenza, necessita rilevare che se Renzi, da tempo parla del famoso “Sindaco d’Itali “, la cosa che stupisce è il mutamento di Giorgia Meloni, da sempre convinta assertrice della Repubblica presidenziale, allorchè ora ha sposato il “Premierato”.
Eppure, in data 11 giugno 2018 presentava un disegno di legge costituzionale – atto Camera n° 716 – che comportava “Modifiche alla parte II della Costituzione concernente l’elezione diretta del Presidente della Repubblica”. Si dice che cambiare idea è sintomo di intelligenza, ma cambiare idea esasperatamente frequente o di un cambiamento repentino può essere frutto soprattutto di “opportunismo”.




