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PD, UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO, LA SCHLEIN NON E’ LA CAUSA ANZI E’ L’EFFETTO

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Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore. (B. Brecht)
Non sono d’accordo sugli strali che si abbattono su Schlein. Sono ancora una volta lo specchio di chi considera il tempo come una variabile da non considerare. E la prova della sostanziale provincialità delle analisi della nostra politica.
La crisi della sinistra è profonda: lo dicono tutti. Il confronto tra come intendere il cambiamento della società, e dunque come gestirlo, è inevitabilmente complesso e talvolta duro. La credibilità dei partiti – e della sinistra in particolare – è ai minimi. Primo dato: non è solo in Italia. In Europa, anche Spagna, Grecia, Finlandia, Bulgaria, Svezia hanno o si avviano ad avere una maggioranza di segno conservatore; ed anche Francia, Germania, Danimarca hanno governi dove sono determinanti le forze conservatrici. Ovunque c’è poi una assenteismo in crescita.
Dopo di che, da noi, qualcuno dimentica tutte queste premesse, che dovrebbero far pensare a tanto lavoro e a tempi lunghi per risolvere questi nodi, e soprattutto a individuare i motivi di crisi che non possono essere cercati tra quelli che esistono in Italia; e si illude che, con un colpo di bacchetta magica, magari cambiando il Segretario di un partito, si sia trovata la chiave perché improvvisamente …. tutto va bene madama la marchesa.
Vero che nel nostro orticello qualche problema in più c’è. Chiarire i rapporti tra le diverse anime della sinistra in Italia è più che altrove la condizione di base per avviare una ripresa. Io ne sono convintissimo. L’alleanza elettorale dell’Ulivo, dal quale discende l’attuale PD, fu compiuta – è bene ricordarlo – mettendo assieme esperienze e culture diverse: un insieme (voluto da Prodi) che ha sempre avuto, a mio giudizio, il sapore di una miscellanea spuria. E il motivo di base è stato sempre lo stesso: equivoci di fondo mai chiariti. Una visione molto diversa del cosa fare, del come farlo, del quando farlo. Figlia della diversità delle componenti di pensiero e della illusione di poterli mediare.
D’altronde l’avventura del 1993 dei “Progressisti”, avviatasi con grandi successi alle amministrative, crollò l’anno seguente alle politiche per lo sfaldamento dei rapporti tra le sue diverse anime: quella laico-riformista di Bordon, quella dei cristiano-sociali di Carniti, quella ambientalista di Ripa di Meana, quella comunista di Bertinotti, quella “social-comunista” di Occhetto, quelle socialiste (!!!) di Del Turco e di Mattina, oltre alla presenza della Rete di Orlando.
Ma quella esperienza e le sue ombre, nei fatti, (e chiedo scusa se compio così qualche semplificazione) sono state trasferite nel PD di oggi. Si dice oggi di una crisi del PD dovuta al contrasto tra “riformismo” e “integralismo”. Io vedo motivi ben più complessi: a cominciare dal fatto che se si confonde, come talvolta ho visto fare, “riformista” con “progressista” ritorniamo a 40 anni fa. Mettere un velo sopra queste ombre, come si vede, non è servito a nulla.
Schlein ha avuto il coraggio, o comunque ha avuto l’occasione, di rompere questo velo. Ha collocato il PD su una posizione ben più chiara di quella degli ultimi decenni. C’è stata una sconfitta: la si può gestire. Non è un dramma perdere: lo è continuare ad ignorare i segnali sempre più forti che vengono dalla società. Cioè capire a quali, tra le domande che sono poste alla politica, non si è risposto. E scegliere quelle alle quali rispondere.
E’ possibile avviare un processo di rinnovamento: sarà difficile ma non impossibile. Ci vogliono i tempi, però; ci vogliono le idee, però; ci vuole una programmazione su cosa fare ora e cosa è possibile fare, ma domani.
Se si “ringrazia” Schlein per questo passo di chiarezza anziché chiedere la sua testa vuol dire che è iniziato un percorso virtuoso. Altrimenti i patiti di Bertolt Brecht vinceranno ancora.
 

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  • Redazione

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