
di Carmine Paradiso
GABRIELE D’ANNUNZIO “IL VATE” POETA SACRO E DISSACRATORE
Nasce nel giorno di ieri il 1863 a Pescara.
Bellezza, estetismo, natura,
amore per la vita in ogni senso e,
al contempo, rifiuto di essa sé non identificata con la bellezza.
Bellezza, quindi, intesa in senso panteistico, totalizzante e coinvolgente il tutto, rappresentata dalla Natura che tutto ingloba e coinvolge, unico, solitario obiettivo da raggiungere, ad ogni costo, anche della propria vita, nell’amore come nelle piccole e grandi cose della vita, nella politica amata e odiata che deve ambire ad unire ciò che in modo “innaturale” è stato disunito.
Fiume, Istria, Italia, realtà non percepita, rifiuto di accettare l’inaccettabile, rifiuto della frattura d’Italia voluta dal Trattato di Parigi del 1919, che con innaturale diplomazia creerà i presupposti del secondo conflitto mondiale del novecento.
Politica, elemento ultroneo al sentire del Vate che da essa venne respinto come corpo estraneo, perseguendo egli fini superiori che la politica non poteva vedere o che, pur vedendo, malamente accettava, violandoli, a danno del popolo italiano, unificazione del sacro suolo della Penisola che già per troppo tempo fu asburgico.
Un patriottismo antico, fuori del tempo, dinamico e svincolato da calcoli di opportunismo e dalla stessa politica.
Tutto dev’essere Arte nella vita comune come nella Poesia, quindi anche in politica, ad ogni costo.
Un difficile sentire svincolato anche dalla rifiutata contemporaneità per amore dell’epoca classica, unico simbolo di perfezione estetica cui ispirarsi e nella quale epoca immergersi a catartico bagno di purezza che tutto monda e sana, “omnia munda mundis” scrisse Manzoni con realismo totale: la bellezza della Natura e dei Sentimenti sublimati e purificati, sana ogni necrotica bruttura umana:
la Bellezza deve riunire in sé ogni umano sentire ed ispirare la vita come prezioso elisir sanificatore.
“La Pioggia nel pineto”,
lirica simbolo della sua vasta produzione artistica, onomatopeico trasferimento in versi di un amore trascinante verso la Divina Eleonora Duse vista come Ermione, figlia di Menelao Re di Sparta.
«Taci.
Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane;
ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.
Ascolta.
Piove dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti,
su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani,
piove su le nostre mani ignude,
su i nostri vestimenti leggieri,
su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione».





