
di Angelo Giubileo
Nel mondo visionario di oggi, e cioè soggiogato dalla visione multimediale, la stessa visione, oggi istantanea, ha senz’altro agevolato e agevola la diffusione sistemica di una sindrome ben nota, detta sindrome di Peter Pan.
Due sono le caratteristiche di questa patologia: l’incapacità di assumere una decisione e, quindi, il desiderio di rifugiarsi in un mondo, evidentemente inconsapevole e altrettanto felice tipico della propria fanciullezza.
Un mondo dove, per dirla in modo assai semplicistico, il male non è contemplato. E cioè un mondo dove Capitan Uncino non esiste.
E allora accade che, in questo mondo, perfino l’incaricato al soglio pontificio di Roma dimentichi il racconto della tradizione e si rifugi nel pensiero di una kantiana “pace perpetua”, di cui però da sempre nell’universo non vi è assolutamente traccia alcuna.
Tanto che: da bambino, mi sono sempre chiesto perché non avessi dovuto mangiare il frutto dell’albero; da adulto, avendo mangiato quel frutto, quanto fosse stato davvero
“responsabile” cacciarmi da casa!
Potremmo scomodare la tradizione del mito di Sileno che risponde al re Mida, la tradizione del pensiero altrettanto tragico di Erodoto, Aristotele e Plutarco – tanto per fare dei nomi -, ma, più di tutti, mi piace ricordare l’empito di Geremia: “Maledetto il giorno in cui io nacqui; il giorno che mia madre mi partorì non sia mai benedetto”.
E quindi: fu quest’altra la sorte a lui toccata, nessuno se lo dimentichi!





