
Putin fa politica. L’Occidente fa pietà. Questa è la tragica realtà per chi vorrebbe un Occidente all’altezza della situazione, mentre si è costretti alla constatazione deprimente che gli occidentali sono governati da mezze calzette, da smargiassi, da incompetenti, da chiacchieroni e, anche, purtroppo, da chi ha perso lucidità mentale.
Nel suo discorso alla Duma il presidente russo ha detto di essere “pronto al dialogo con gli Usa per una stabilità strategica”, ha aggiunto che la Russia è pronta per un nuovo equilibrio e che senza una “Russia sovrana e forte” nessun ordine mondiale potrà considerarsi duraturo.
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Putin ha detto a chiare lettere che Mosca non si fa intimidire, non si sottomette al volere americano e ha un arsenale missilistico e atomico pronto ad essere usato (“le forze nucleari strategiche sono in stato di piena potenza per l’uso garantito”) se qualcuno pensa di fare come Hitler o Napoleone o di sfiancare la Russia così come si è fatto con l’Unione Sovietica, alzando le spese militari fino al punto di rottura economico.
I russi hanno imparato la lezione e, non a caso, Putin ha evidenziato lo stato di salute economico della Russia e le sue alleanze internazionali, ponendo l’accento su quelle finanziarie.
Lo zar ha messo le carte in tavola è ha shakerato le cancellerie occidentali, già in confusione per conto loro.
La sfida è questa, non un’altra. Non quella che ci prospetta la propaganda tra democrazia e libertà e autocrazia e dittatura.
La sfida è: dialogo per un nuovo equilibrio o guerra.
Le risposte americane sono l’indice immediato della confusione imperante.
Il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale Usa John Kirby, fingendo di non aver sentito che la Russia afferma di non avere armi nello spazio, glissa e dice: “Non c’è una minaccia attiva e immediata”, confermando che la minaccia evocata ieri riguarda le capacità russe contro i satelliti nello spazio. Kirby ha aggiunto che Joe Biden viene mantenuto regolarmente informato sulla vicenda.
Il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller ha detto che gli Stati Uniti sostengono la sovranità della Moldavia dopo che le autorità della autoproclamata Repubblica della Transnistria, entità separatista filorussa, hanno detto che intendono chiedere “aiuto” a Mosca contro le “pressioni” di Chisinau.
Mettere le mani in un vespaio non è certamente buona cosa, anche per il fatto che la Transnistria non è separatista da ieri, si è autoproclamata “Repubblica Moldava della Transnistria” il 2 settembre 1990.

Tale dichiarazione di indipendenza ha preceduto quella fatta dalla Moldavia, avvenuta solo ad agosto 1991. Da marzo a luglio 1992 la regione fu interessata da una guerra, terminata con un armistizio garantito da una commissione congiunta tripartita tra Russia, Moldavia e Transnistria e dalla creazione di una zona demilitarizzata tra Moldavia e Transnistria comprendente venti località a ridosso del fiume Dnestr.
Il 18 marzo 2014, dopo l’annessione russa della Crimea, il governo della Transnistria ha chiesto l’adesione alla Russia.
La Transnistria è, inoltre, la sede di uno dei maggiori depositi di armamenti e munizioni.
Secondo un documento del 2008 della Rete italiana per il disarmo (in .pdf) “la Transnistria è uno dei principali punti di smercio e di transito del traffico di armi internazionale, dal momento che nel paese vi sono i depositi militari di Tiraspol della 14ma Armata russa: l’arsenale di Kolbasna si estende per 32 ettari vicino a Rybnita nel nord del paese e fino a qualche anno fa aveva stoccato almeno 42 mila tonnellate di armi. L’Osce e i servizi segreti della Moldavia sostengono che in Transnistria vi siano altri depositi con non meno di 50 mila armi leggere e che almeno tredici unità industriali, ufficialmente fabbriche di elettrodomestici, siano adibite alla costruzione di ulteriori armi. Le intelligence di vari paesi sostengono che in Transnistria si sarebbero approvvigionati di armi Al Qaeda e Hamas, i Lupi grigi e il PKK, gli Hezbollah e tutte le mafie internazionali e la criminalità organizzata”.
Mettere le mani nella vicenda Transnistria significa attivare un buco nero dal quale può uscire di tutto, anche un nuovo fronte ucraino.
Non ha fatto mancare la sua opinione il Pentagono. Il capo del Pentagono Lloyd Austin ha affermato che “stanziare i fondi per l’Ucraina è cruciale”, sottolineando che se l’Ucraina perde la guerra “i paesi Nato dovranno combattere contro la Russia”. “Se sei un Paese baltico – ha detto Lloyd Austin – sei molto preoccupato se sarai il prossimo: conoscono Putin, sanno di cosa è capace – ha aggiunto il numero uno del Pentagono – e francamente, se l’Ucraina cade credo davvero che la Nato entrerà in guerra con la Russia”.
Cosa significa che l’Ucraina cade? Che Mosca arriva a Kiev? Fantasie propagandistiche. Il fronte, così come è combinato, non prevede avanzamenti né dall’una, né dall’altra parte.
Le affermazioni di Lloyd Austin sono pertanto rivolte propagandisticamente a rassicurare i Paesi baltici, ormai posti a presidiare il Mar Baltico divenuto un lago Nato e, e qui casca l’asino, immenso deposito di materie prime e di energia che si nasconde sotto i ghiacci polari.
Altro che Green Deal. Il vero business è polare, nella Terra Verde, la Grønland,
sia per le possibili via di traffico che si stanno riaprendo grazie al disgelo, sia per le immense ricchezze del sottosuolo e dei fondali: uranio, rubini, diamanti, oro e zinco. Ma anche gas, petrolio, e rotte commerciali strategiche.
La Groenlandia, a causa del riscaldamento globale, sta facendo emergere tutte le sue preziose potenzialità: un Eldorado con giacimenti che contengono il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas. Risorse non ancora scoperte dal valore di 300-400 miliardi di dollari, secondo un rapporto dell’U.S Geological Survey, l’agenzia statale americana che studia il territorio e le dinamiche naturali.
La febbre artica sta animando sempre di più gli appetiti delle superpotenze planetarie: Russia, Usa e Cina in primis.
L’Artico è una rotta ambita da più paesi.
La Cina si autodefinisce “stato quasi-artico” e parla di “Via della seta polare”.
Washington e le capitali del vecchio continente hanno captato le potenzialità non solo delle nuove rotte commerciali nordiche e delle immense risorse energetiche e minerarie.
La Cina è interessata a partecipare al potenziamento di due aeroporti groenlandesi (quello di Nuuk, la capitale, e quello turistico di Ilulissat) e alla costruzione di un terzo (Qaqortoq).
La Groenlandia è cruciale anche per l’Unione Europea che, tramite la Danimarca, rappresenta l’unica chance, per il Vecchio Continente, per rimanere agganciata allo scacchiere artico.
Vladimir Putin sta sviluppando una dottrina artica russa che punta ad ancorare il suo “potere neo-imperiale” nel Grande Nord.
Stati Uniti e Nato hanno qui, a Thule – nella parte nord dell’isola – la postazione strategica di ascolto e di difesa antimissile più importante nell’emisfero settentrionale, irrinunciabile per controllare la militarizzazione russa dell’Artico.
Con lo scioglimento delle calotte artiche, le rotte marittime polari sono destinate a moltiplicarsi, mantenendo sempre aperti quei “passaggi a nord-ovest” molto ambiti da Mosca, Pechino e Washington, anche in ragione dell’inaffidabilità del Mar Rosso e del Canale di Suez, dovuto alla presenza degli Houti.
Il colosso danese Maersk Line, leader mondiale del trasporto marittimo, ha per i suoi supercargo rotte artiche nel nord della Russia, in alternativa al Canale di Suez.
Le affermazioni di Lloyd Austin vanno viste in questo quadro artico, anche perché non è pensabile, seriamente, salvo avventurarsi in un conflitto nucleare, che la Nato possa entrare direttamente in conflitto con l’orso russo.

Nel frattempo è andato in tilt il Consiglio artico, nato nel 1996: poco più d’una dichiarazione di buoni e pacifici intenti tra gli otto Paesi artici (oltre a Russia e Usa, Canada, Norvegia, Islanda, Danimarca (grazie alla Groenlandia), Svezia e Finlandia) i quali si proponevano di ritrovarsi allo stesso tavolo per lavorare assieme sulle questioni ambientali, sulla navigazione o sui diritti delle popolazioni indigene. Non sulla sicurezza, perché non si trattava d’una organizzazione internazionale, ma d’un forum intergovernativo.
Per diversi anni nessuno s’è accorto del Consiglio artico, ma con lo scioglimento dei ghiacci e le stime sulle ricchezze nascoste nel sottosuolo, nonché per le possibili rotte artiche alternative a Suez e Panama, è cresciuta la sua importanza e sono arrivate le richieste di adesione, in primis della Cina.
Vladimir Putin controlla i suoi 22mila chilometri di costa polare con una quantità di testate nucleari.
Nel Consiglio artico Stati Uniti e Russia hanno continuato a parlarsi, ma il «patto del ghiaccio» tra gli Otto, che aveva superato anche l’annessione russa della Crimea nel 2014, non ha resistito all’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022. Sette Paesi artici hanno chiuso ogni collaborazione con la Russia, tra l’altro presidente di turno del Consiglio e titolare del 52 per cento di coste polari.
L’Artico è diventato un serio problema.
L’Artico è dove Putin ha ammassato la sua forza non convenzionale in grado di colpire l’Occidente con una gittata balistica più breve.
Xi Jinping in relazione all’Artico è già militarmente alleato con Putin.
Washington ha pubblicato la nuova National Strategy for the Arctic Region, dove s’avvisa la Russia che le verrà impedito «con ogni mezzo» di dominare l’Artico.
E’ questo, non di democrazia e libertà o di interessi europei, che interessa Lloyd Austin, quando rassicura i Paesi baltici e minaccia interventi Nato.
Torniamo al discorso di Putin alla Duma.
Gli interessi sono enormi e la vicenda dell’Ucraina è solo un tassello del confronto in atto.
In gioco ci sono le risorse del pianeta, il controllo delle stesse, e la logistica.
Putin, che fa politica, ha messo sul tavolo le condizioni: un dialogo con gli Usa per una stabilità strategica e per un nuovo equilibrio oppure una guerra ibrida, asimmetrica, giocata su più fronti che, in vaso di attacco a Mosca potrebbe volgersi rapidamente in nucleare.
L’Orso ha parlato con le parole della politica, piacciano o non piacciano.
L’Europa fa pietà e propaganda. Per ora gli Usa, tra Biden che dà a Putin del figlio di Puttana e i vari commenti vincoli e sparpagliati dei vari pezzi del Deep State, danno l’idea di essere in confusione. L’Occidente è stato shakerato da un Putin che, cresciuto nel Kgb, sta usando le regole di James Bond, ossia le regole del “nemico”.
Il personaggio di Jean Fleming in “007 licenza di uccidere” chiede al barista un Vodka Martini “agitato, non mescolato”.
La teatralità dietro alla richiesta viene ben rappresentata nel remake di Casino Royale: la prima volta che 007 ordina il suo complicato drink tutti gli altri giocatori di poker al suo tavolo sono impressionati e lo imitano.
In un secondo momento, dopo che Bond ha perso contro LeChiffre, ordina un altro Martini e il barman gli chiede se lo vuole agitato o mescolato. La risposta è: “Ti sembra che me ne freghi qualcosa?”.
Il cocktail Vodka Martini, con London Gin Dray e Vermouth dry torinese, va agitato, così da diluirlo e raffreddarlo rapidamente, per essere trangugiato in un colpo.
Esattamente quanto ha fatto il “barman” Putin shakerando il Vodka Martini per gli occidentali: il cocktail di “pronto al dialogo”, di “nuovo equilibrio”, di “Russia sovrana senza la quale non c’è equilibrio” e di “forze nucleari strategiche in stato di piena potenza per l’uso garantito”, con aggiunta di ghiaccio artico, è una bevanda che l’Occidente deve trangugiare, subito, ora, perché il tempo delle meline è finito.
Il tempo degli smargiassi, dei chiacchieroni, della propaganda è giunto alla sua fase finale e pietosa.
Ora si tratta di capire davvero a che gioco vuol giocare l’Occidente. E non è con Ursula, con Macron, con Borrell e compagnie cantanti di fabiana compromissione che si arriva alla meta.
Non è con un Biden evidentemente non compos sui che gli Usa possono condurre la partita.
Il Vodka Martini, “agitato non mescolato” è servito.
Cosa fa l’Occidente? Risponde con la propaganda, con il moralismo d’accatto, con il solito richiamo alla democrazia (che nel frattempo massacra), con l’inno alle libertà (che nel frattempo conculca con l’ideologia woke)? Invita la vedova di Navalny contro il dittatore assassino?
Oppure, trangugiato il Vodka Martini, stabilito che ha perso la partita del fiaccare la Russia e ridurla ad una potenza regionale poco significativa, deve pensare a sedersi attorno ad un tavolo, evitando il secondo cocktail?
Dulcis in fundo, per gli appassionati.
Della Vodka inutile dire. L’origine del Martini sembra essere una variazione del Martinez o del Manhattan: cinque parti di whisky americano, due parti di vermouth italiano, una goccia di angostura.
“Agitato, non mescolato”. Che dirà Joe Biden? Figlio di puttana lo ha già detto. Chissaà che il Vodka Martini gli regali un lampo di lucidità.





