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FASCISMO E ANTIFASCISMO

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di Gianvito Caldararo

Speriamo che dopo la vittoria alle regionali di Sardegna e alla probabile vittoria anche alle regionali dell’Abruzzo, dove il candidato di centro-sinistra gode del sostegno del noto “campo largo”, si ponga fine a questa stucchevole retorica del “fascismo nostalgico” e “dell’antifascismo militante”. Basta un saluto romano di qualche imbecille che ecco mandare su tulle le furie il solito e immarcescibile “democratico antifascista”, che ci racconta degli imminenti pericoli di rigurgiti fascisti.

L’azione di questi “antifascisti in servizio permanente” non hanno portato fortuna alla sinistra, dal momento che al Governo ad oggi ci troviamo la destra. Speriamo che si comprenda che è giunto il tempo di porre fine ad un antifascismo militante, che ha contribuito a costruire carriere universitarie, politiche e sindacali, e concentrarsi a realizzare una vera e credibile alternativa all’attuale Governo di Giorgia Meloni.

Quella Meloni, che un socialista di lungo corso come Rino Formica, che oggi compie 97 anni, ha detto che “è arrivata al governo attraverso una mascheratura, e non ha la forza di dirsi la continuatrice di Almirante”. Alla domanda del giornalista Cazzullo: “Come trova la Meloni”? Formica ha risposto come segue: “Fortunata, visto gli errori dei suoi contendenti. Più furba che intelligente. Ma la furbizia in politica dura poco. Molto poco”. Dicono che la Meloni è fortissima. Invece, sostiene Formica, “è debolissima. Perché incontrare un politico più intelligente o più colto di te è difficile, ma incontrare uno più furbo è molto facile”.

Eravamo convinti che di fronte all’amnistia di Togliatti e dopo qualche decennio della nascita della Repubblica, le tracce della “guerra civile” potessero progressivamente dissolversi. Invece, un antifascismo militante, cristallizzato nel messaggio “Ora e sempre Resistenza”, ripetuto fino alla noia ed in ogni circostanza, ha costruito un fronte di antifascisti senza fascismo.

E quando alcuni hanno sostenuto che il fascismo fu Mussolini e concepirlo senza di lui è una ulteriore follia, sono stati derisi, umiliati e contestati. Anzi, questo stucchevole antifascismo, come lo definisce Luigi Iannone, “si muove utilizzando le stesse corde che animano il folklore di taluni personaggi del fronte nostalgico. Con la differenza sostanziale perché, questi ultimi, pur non ammettendolo, sono intimamente consapevoli della connessione inscindibile tra il fascismo e il suo duce. In fondo, sanno benissimo che senza di Lui, nulla è più possibile”.

Quegli altri, cioè gli “antifascisti militanti” , invece, “avvertono echi di incipiente fascismo in ogni aspetto della vita sociale e riconoscono il “ducismo” in ogni leader politico che non appartenga al loro schieramento”. E da questo punto di vista, risultano significative le vignette sulla Repubblica di Scalfari contro Craxi con gli stivaloni e le copertine dell’Espresso con Berlusconi una volta in camicia nera e un’altra con il fez.

Ecco perché buona parte di quello che viene chiamato antifascismo o è ingenuo o è pretestuoso e in malafede: perché da battaglia o finge di dare battaglia a un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può far paura a nessuno. Un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo, come quello espresso da soggetti come la Boldrini, un dimenticato Grasso, già magistrato e presidente del Senato e dell’on.le Emanuele Fiano, il democratico battuto nel collegio uninominale di Sesto San Giovanni, nota come la ex Stalingrado d’Italia, proprio da Isabella Rauti, figlia di Pino Rauti, il fondatore di Ordine Nuovo.

La verità è che non si sono voluti cogliere i primi segnali alla fine degli anni ottanta quando, apparvero i corposi studi di De Felice (e non solo i suoi), nei confronti dei quali molti protestarono per il fatto che De Felice “parlò del vasto consenso di cui godeva il fascismo negli anni trenta”. Invece, la operazione defeliciana doveva essere colta al volo e poteva risultare doppiamente positiva. Innanzitutto perché, come sostengono alcuni storici, “si riusciva  a depotenziare il nostalgismo dell’abituale carica nostalgica entro cui si rinserrava. Riportando con serenità di giudizio e di obiettività i singoli tratti del fascismo, lo strappava dalla glorificazione postuma, in questo modo sottraendo al nostalgismo il suo fondamentale pilastro.

Ma ,dall’altra parte, delegittimava l’antifascismo militante perché, una volta che quell’epoca, quel fenomeno e quel regime, venivano consegnati alla storia, nessuno poteva più trarne profitto per meschine rendite di posizione e il Ventennio essere finalmente trattato alla stregua del periodo giolittiano, di quello risorgimentale, e così via. E invece nessuno ha voluto abdicare alle proprie rendite e continuiamo ad essere un “Paese irrisolto”. Speriamo che sia giunto il tempo di ragionamenti più asettici, equilibrati e pacati, con più politica vera e meno retorica, slogan, frasi fatte , annunci e fake news. I problemi che caratterizzano l’Italia sono tanti e gravi. La impressione che si ricava è di essere di fronte ad una classe politica che ha scarsa consapevolezza della gravità della situazione.     

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  • Redazione

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