
L’ultimo numero di Limes titola: “Stiamo perdendo la guerra”. Il riferimento è alla “Guerra Grande”, come usa dire Limes, ossia alla guerra mondiale a pezzi, ibrida, asimmetrica, dove l’Occidente sembra essere perdente e dove gli Stati Uniti sono perdenti, in quanto è perdente la logica assurda con la quale la maggior potenza militare del mondo è stata governata dalle élite Dem.
Possiamo dire che stiamo perdendo la guerra, sia come Occidente, sia come Italia. In un certo senso si, visto che siamo legati al carro americano, ma dobbiamo dire che gli Usa hanno perso la guerra, così come hanno perso le guerre dell’Iraq, dell’Afghanistan e quelle delle primavere arabe.
Un disastro iniziato con l’idea folle, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, di essere l’unico soggetto politico, economico e militare in grado di dirigere il mondo e, soprattutto, di dirigerlo per conto di una cupola finanziaria della quale il Partito Democratico Usa, guidato dal Clan Clinton-Obama (Biden è un esecutore in disuso), in buona compagnia con Il Gop dei Bush, abituato alle “porte girevoli”, è il front office.
Georg Bush ha condotto la guerra in Iraq sulla base di menzogne, ormai acclarate, distruggendo l’esercito di Saddam e aprendo le porte all’influenza sciita di Teheran. La risposta dell’esercito sunnita disperso è stata la formazione dell’Isis. Grande risultato.
Fallite le trattative tra governo statunitense e talebani, domenica 7 ottobre 2001, circa alle ore 20:45 afghane, 16:15 italiane, le forze armate statunitensi e britanniche iniziarono un bombardamento aereo sull’Afghanistan, con l’obiettivo di colpire le forze talebane e di al-Qāʿida.
Presidente degli Usa era ancora il solito George Bush, il quale, al governo tra Clinton e Obama, ha fatto il peggio del peggio possibile e immaginabile.
Un ex alcolista, diventato una sorta di guru del fondamentalismo cristiano, è riuscito a mettere in campo due guerre disastrose dalle quali gli Usa sono usciti perdendo la guerra e la faccia.
Le Primavere Arabe, mentre era presidente Obama e il segretario di Stato era Hillary Clinton, hanno destabilizzato il Medio Oriente e, grazie alla politica Usa di caccia a Gheddafi, in accordo con Francia e Inghilterra, la Libia è diventata un’area di guerra e di destabilizzazione del Magreb. L’Italia ringrazia.
C’è voluto Donald Trump, con gli accordi di Abramo, per rimettere un minimo di ordine in un Medio Oriente ritornato, ora, ad essere uno dei focolai esplosivi della Guerra Grande.
Le Primavere Arabe sono finite con repressioni varie. Fallimento totale di una strategia americana che, in questi anni, ha visto gli Usa ritirarsi dall’Africa, lasciando mano libera a Cina e Russia.
Washington sembra colpita da cupio dissolvi o, forse, è colpita da una classe dirigente collusa, come ormai sembra acclarato dai traffici della famiglia Biden con Cina, Russia e Ucraina.
Ora, tocca alla guerra per procura fatta dagli Usa alla Russia, con vittime intermedie la Germania e l’Europa.
La sconfitta cocente è di questi giorni. La ritirata disastrosa da Avdiivka, secondo il New York Times, potrebbe essere costata a Kiev «tra 850 e 1.100 soldati catturati o dispersi».
Al New York Times lo hanno raccontato alcuni soldati ucraini, e il quotidiano americano ha verificato la notizia con funzionari occidentali secondo cui i numeri «sembrano corretti».
Anche in questo caso è necessario risalire alle rivoluzioni arancione guidate da Victoria Nuland e da George Soros, durante la presidenza Obama e la vicepresidenza Biden.
La logica di Obama e dei Dem clintoniani di ridurre la Russia ai minimi termini si è infranta a confronto con la realtà e, nel frattempo, la Russia si tiene la Crimea e il Donbass e l’Europa la destrutturazione della propria capacità produttiva industriale.
Diciamolo chiaro. Kiev si appresta a fare la fine di Kabul. La guerra l’hanno persa, anche in Ucraina, gli Usa, per insipienza e stupidità ideologica. La guerra l’ha persa l’Europa per inesistenza e per stupidità ideologica. La guerra la perderà l’Occidente se non capirà, molto rapidamente, che è necessario tornare alla realtà e abbandonare le follie di una classe dirigente di ottimati e di asserviti alla finanza e alle multinazionali, ormai avvolta da sindrome pavloviana.





