Home Opinioni USA E CASO MORO

USA E CASO MORO

0

di Giovanni Fasanella

Signorile commenta la lettera inviata dall’ambasciata americana a Cossiga, durante i 55 giorni del sequestro, per suggerirgli di «aprire un canale con le BR»
«CARTER NON ERA KISSINGER, LA SUA PRESIDENZA GUARDAVA CON INTERESSE ALL’EVOLUZIONE DEL PCI»
«L’idea di un complotto americano è una clamorosa sciocchezza» «La storiografia dovrà fare i conti con la documentazione emersa dagli archivi inglesi e con le operazioni sovietiche contro Berlinguer»
 
Lo scorso 18 gennaio ho pubblicato la notizia, ripresa dal Corriere della Sera, di una lettera in cui l’ambasciata americana a Roma, nel 44esimo giorno del sequestro Moro, invitava il ministro dell’Interno Francesco Cossiga ad «aprire un canale con le Br». Quella lettera è tra le carte dell’archivio privato di Cossiga, donato dalla famiglia alla Camera. E’ un documento molto importante, perché apre nuovi scenari sull’assassinio del leader democristiano e sulla linea dell’Amministrazione Usa. Per questo mi sarei aspettato che provocasse un dibattito almeno tra gli studiosi del caso Moro. E invece, niente. Strano Paese, il nostro. Da quasi mezzo secolo la discussione pubblica e lo scontro tra opposte fazioni (complottisti e anticomplottisti) gira ininterrottamente intorno a ipotesi, teoremi e dettagli di per sé insignificanti, perché del tutto decontestualizzati, ignorando sistematicamente i documenti ufficiali provenienti da fonti primarie.
Comunque, poiché resto dell’opinione che il tema meriti un approfondimento, ho chiesto un parere a uno dei pochi testimoni in grado di parlarne con cognizione di causa, Claudio Signorile. All’epoca dei fatti era vicesegretario del Psi, per conto del quale aprì «un canale» con le Brigate Rosse per la liberazione di Moro, ed era anche il tramite fra i socialisti italiani e gli Stati Uniti.
DOMANDA: Signorile, sapevi di quella lettera?
SIGNORILE: Sì. Ma ne venni a conoscenza soltanto qualche mese dopo che era stata inviata, quando era ormai un reperto storico.
DOMANDA: Conosci molto bene la politica americana e le dinamiche all’interno dell’Amministrazione durante il caso Moro. Secondo te, l’invito ad «aprire un canale con le Br» fu iniziativa personale di qualche funzionario dell’ambasciata di via Veneto o ci fu un avallo della Casa Bianca?
SIGNORILE: Quella lettera fu un atto di grande importanza. Non è pensabile che non ci fosse un avallo della Casa Bianca.
DOMANDA: Dunque, se ne deve dedurre che a Washington non volevano la morte di Moro?
SIGNORILE: Sì, è così. Il presidente era il democratico Jimmy Carter, non Richard Nixon o Gerald Ford. E il consigliere per la sicurezza nazionale era Zbigniew Brzezinski, non Henry Kissinger, che ormai non aveva più potere. Era un altro tempo della politica americana.
DOMANDA: Aiutaci a capire, allora. Innanzitutto, vogliamo datare l’inizio dei tuoi rapporti con gli Usa?
SIGNORILE: Metà anni Settanta, ma prima del Midas, il congresso che elesse Craxi alla segreteria del Psi. Erano relazioni nate negli ambienti accademici.
DOMANDA: Tu sei uno storico. Prima di dedicarti alla politica a tempo pieno, hai insegnato Storia moderna alla Sapienza di Roma e all’Università di Sassari.
SIGNORILE: E risalgono ad allora i primi rapporti con il mondo accademico e gli ambienti politici democratici americani. Dopo il Midas, le relazioni si consolidarono e le mantenni anche per conto del partito.
DOMANDA: Il punto su cui forse si dovrebbe fare chiarezza, per mettere meglio a fuoco anche il ruolo Usa nella vicenda Moro, è la linea dell’amministrazione Carter sul Pci di Berlinguer.
SIGNORILE: Non c’è alcun dubbio. Non era una posizione ostile. Lo dico per esperienza diretta, perché contribuimmo anche noi socialisti ad accreditare il Pci presso l’Amministrazione democratica. Andai in America nel 1977, su invito dell’Italian Desk del Dipartimento di Stato, proprio per spiegare che cos’era il Pci di Berlinguer e quello che di positivo poteva rappresentare la sua evoluzione.
DOMANDA: Le reazioni?
SIGNORILE: Articolate, ma non ostili. Uno dei consiglieri più influenti di Carter, con un ruolo di primissimo piano anche nella National Security Agency, era il mio amico Bob Putnam, il politologo di Harvard esperto di cose italiane. Ripeto, era finita l’era Kissinger. Anche se al Pentagono e alla Cia c’erano alcuni che portavano avanti la sua politica.
DOMANDA: Articolate ma non ostili, dicevi.
SIGNORILE: Sì, feci il giro delle sette chiese e mi resi conto dei punti di vista presenti all’interno dell’Amministrazione. Intendiamoci, non è che la Casa Bianca desiderasse il Pci nel governo. Ma le novità che stavano emergendo nel comunismo italiano erano viste con favore. Anche se con accentuazioni diverse a seconda dei vari ambienti.
DOMANDA: Puoi tracciare un quadro sintetico dei vari punti di vista?
SIGNORILE: All’interno del partito democratico c’era chi pensava che l’evoluzione del Pci dovesse essere incoraggiata, e chi invece era un po’ più prudente. E queste diversità si ripercuotevano anche sugli apparati di sicurezza. Al Pentagono prevalevano le riserve. Nel Dipartimento di Stato e nella Cia i due punti di vista si equivalevano, grosso modo. Mentre la National Security Agency guardava al Pci con favore: se Berlinguer avesse accettato la Nato, sarebbe stato un bene, avrebbe avuto ripercussioni positive. E poi c’era l’ambasciata di Roma, che doveva tener conto di questa articolazione di punti di vista.
DOMANDA: L’accoglienza riservata a Giorgio Napolitano durante la sua visita del 1978, in pieno caso Moro, conferma il quadro che hai tratteggiato?
SIGNORILE: Sì, ne è una conferma. Del resto, quel viaggio non fu un caso. Il Pci aveva cominciato a lavorarci già 4-5 anni prima. Ed ebbero un peso anche le rassicurazioni che noi socialisti avevamo fornito agli americani.
DOMANDA: Ricapitolando: per l’America di quegli anni, sarebbe stato preferibile non avere il Pci nel governo, ma era da incoraggiare la sua evoluzione; e comunque l’Italia del 1977-’78 non era certo il Cile di Allende. E’ una sintesi corretta?
SIGNORILE: Direi di sì. L’ho già detto, ma voglio ripeterlo, perché da noi questo concetto non è ben chiaro: l’America di Carter era in un altro tempo rispetto all’era Kissinger.
DOMANDA: Torniamo dunque al caso Moro. Alla luce di tutto quello che hai detto, si comprende meglio il valore storico-politico della lettera inviata a Cossiga dall’ambasciata americana. Mi domando, però: perché nessuno ti disse nulla?
SIGNORILE: E’ una domanda che mi sono sempre posto anch’io. Eppure in quel momento ero quello che avrebbe dovuto saperne di più, visto che era in corso una mia iniziativa per salvare Moro: avevo contatti all’interno delle Br attraverso l’area della contiguità, e ne avevo sempre informato l’ambasciata di Via Veneto e la NSA.
DOMANDA: Quale fu la reazione di Cossiga a quella lettera?
SIGNORILE: Non lo so. Lui non me ne aveva mai parlato.
DOMANDA: E la tua reazione all’invito di Cossiga a prendere un caffè da lui, al Viminale, la mattina del 9 maggio 1978?
SIGNORILE: Ne fui sorpreso.
DOMANDA: E’ ragionevole supporre che si fosse «aperto un canale» con le Br parallelo a quello dei socialisti?
SIGNORILE: E’ ragionevole. Io non sapevo che cosa avevano fatto Cossiga e il governo, se avevano fatto qualcosa. Cossiga di sicuro sapeva che noi socialisti ci eravamo mossi e che quella mattina, la mattina del 9 maggio, si sarebbe riunita la Direzione della Dc per lanciare un segnale alle Br. Quando mi invitò al Viminale, avevo una speranza. Eravamo tutti in attesa di qualcosa, ma ne accadde un’altra, e in tempi rapidi. Questo lo dissi subito…
DOMANDA: Ci si aspettava che Moro fosse liberato, e invece venne assassinato. Perché?
SIGNORILE: …poi abbiamo capito che si stava tentando di costruire una versione dei fatti accettabile per tutti. Per le istituzioni, per le Br e per tutti gli altri soggetti coinvolti a vario titolo.
DOMANDA: Perché? Perché Moro fu assassinato?
SIGNORILE: Non continuiamo a giocarci sopra: fu un assassinio politico.
DOMANDA: Perché Moro?
SIGNORILE: Perché Moro era l’artefice della svolta politica che stava maturando. Una svolta che in molti ambienti era vista come una pericolosa anomalia, da impedire e cancellare. E il modo più efficace per farlo, era liquidare non solo la politica ma anche l’uomo che l’aveva concepita e ne rappresentava personalmente una garanzia di realizzazione.
DOMANDA: Moro fu sequestrato dalle Br, e su questo credo che non possa esserci il minimo dubbio. Ma le Br avrebbero potuto farlo, se non avessero agito in un contesto dominato da interessi ostili alla sua politica?
SIGNORILE: Non scherziamo, non avrebbero potuto farlo.
DOMANDA: Interessi esterni non solo alle Br ma anche all’Italia?
SIGNORILE: Certamente. Ma l’idea di un complotto americano è una clamorosa sciocchezza. Come ho già detto, nell’Amministrazione Usa democratica c’era una forte componente attenta e non ostile all’evoluzione della politica italiana.
DOMANDA: E dunque?
SIGNORILE: Sapevamo che c’era un’attenzione quasi ossessiva dei Servizi inglesi sull’evoluzione italiana, con esplicite affermazioni di volerla contrastare in tutti i modi. Oggi lo sappiamo anche in modo documentato grazie al vostro lavoro, tuo e di Cereghino, sugli archivi britannici. C’era anche un interesse sovietico a impedire che il Pci si trasformasse in un partito socialista, filo-occidentale e filo-atlantico. Non dimentichiamo l’”incidente stradale” organizzato a Sofia contro Berlinguer, nel 1973. Avete prodotto nuova documentazione di grande interesse, con cui la storiografia dovrà decidersi a fare i conti.
DOMANDA: Perché resistono ancora vulgate secondo cui fecero tutto le Br, da sole, o fu esclusivamente opera della Cia?
SIGNORILE: Perché quelle vulgate sono state costruite molto abilmente, un vero e proprio depistaggio attuato da quelli che hanno “fatto” veramente la “cosa”.
DOMANDA: Una curiosità: conservi un diario o comunque degli appunti sull’iniziativa socialista per salvare Moro?
SIGNORILE: No. Ho buttato via tutte le carte che avevo il 10 maggio 1978, il giorno dopo Via Caetani.
DOMANDA: E perché?
SIGNORILE: Perché nessuna di quelle carte aveva valore probatorio.
 
 
 
 

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui