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L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, UNA SCELTA POCO O PER NULLA MEDITATA

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di Antonio Foccillo

L’importanza della legge sull’autonomia differenziata, per i suoi riflessi, dovrebbe coinvolgere nella discussione tutto il Paese, perché si ha la sensazione che pochi conoscano la reale dimensione del problema e quali rischi ci potrebbero essere per l’unita del Paese stesso, per l’attuale impianto istituzionale, per il mantenimento del modello di welfare che conosciamo e per la stessa contrattazione nazionale.

Purtroppo, come molte altre cose importanti di questi tempi, si discute poco. In passato per riforme che garantivano a tutti i cittadini addirittura pari opportunità, come la riforma della scuola unica, si è discusso anche per anni, nell’obiettivo di trovare una sintesi condivisa, che solo una volta trovata, si andò all’approvazione.

Questo, perché quando le leggi toccano i destini delle persone, non possono essere approvate in silenzio. Oltretutto quando aggravano le condizioni di cittadini già in stato di sofferenza.

Non si tratta di un problema di poco conto, anzi se ne parla troppo poco! Riguarda tutti noi, perché si stanno sgretolando goccia a goccia i pilastri su cui si è costruito il nostro modello di società.

Da tempo si sarebbe dovuta aprire una campagna di informazione e di mobilitazione per contrastare o spiegare questa strategia di Autonomia differenziata, invece si continua senza una minima opposizione reale e solo parolaia, considerando che nel nostro Paese si sta incrinando il fondamento stesso dello Stato di diritto, la sua legittimazione razionale, fondata sull’adesione alle regole formali e alle procedure di sistema.

Di tutto questo, invece, la discussione è stata, e continua ad essere, per pochi intimi.

Parafrasando un noto detto, si potrebbe dire: se la conosci la eviti!

Non condivido, in particolare,  la considerazione che tanto già le regioni meridionali sono per molti servizi in una situazione di disagio e, quindi, non ci sarebbero altre  penalizzazioni. Non vorrei che la parte più ricca del Paese potesse egoisticamente crearsi un alibi con il dire che con questa operazione, date le distanze e disfunzioni già esistenti nel pubblico, non cambierebbe niente, e che quindi è giusto, almeno laddove il sistema funziona, riconoscere la possibilità di continuare a fare meglio.

 Credo che quando una parte consistente di una comunità non gode di alcuni diritti essenziali si dovrebbe fare l’inverso dell’autonomia differenziata, cioè investire in quella parte per portarla alla pari con le altre.   

Oggi i principi di giustizia, di uguaglianza e solidarietà, di coesione, del diritto al lavoro, delle tutele rischiano di essere considerati ormai superati.

I primi scossoni ai principi di solidarietà sono stati dati dalle politiche neo liberiste che hanno preteso che lo Stato ritirasse il suo perimetro di intervento, senza considerare che così facendo non hanno altro che contribuito all’impoverimento dei cittadini e di quel Welfare State contro cui quotidianamente in questi anni si sono scagliati liberisti e monetaristi, in un movimento divenuto trasversale a quasi tutti gli schieramenti politici.

Come se ciò non bastasse, la legge approvata al Senato, ha messo in discussione proprio il ruolo unificante dello Stato e di produttore di benessere per tutti i cittadini.

La mancata soluzione dei problemi istituzionali, dei quali si è discusso per anni, e l’inadeguatezza dei provvedimenti adottati, stanno disgregando sempre più i valori sociali e la stessa credibilità dello Stato.

La crisi dello Sato investe ormai problemi elementari della vita collettiva. Siamo in presenza di un degrado così profondo dei rapporti basilari della vita civile, quali le istituzioni rappresentative, la pubblica amministrazione, il sistema politico, gli interessi sociali organizzati, per cui ogni singolo momento del tessuto connettivo socio-politico si trova ad essere coinvolto nella crisi del suo immediato interlocutore istituzionale, attraverso una progressiva cancellazione di ruolo e di rappresentanza che lentamente, passo dopo passo, sembra mettere in discussione i principi stessi da cui ha preso origine l’esperienza della Stato Repubblicano.

Purtroppo la cultura della divisione non è nata oggi ma viene da lontano, quando la Lega iniziò a parlare di secessione e della necessità di mantenere nel territorio le risorse che si creavano nello stesso. La battaglia contro Roma “ladrona”, contro le maestre meridionali, contro il sud, le adunate di Pontida, etc. erano considerate da molti, semplice folclore, poi all’aumentare dei consensi al nord, invece di contrastare questa controcultura, si pensò, addirittura, da parte del governo di centro-sinistra, di cavalcarla e cosi, velocemente a fine legislatura, si modificò il Titolo V della Costituzione, senza nessuna possibilità di confronto.

La motivazione risiedeva nella volontà di battere le politiche di secessione, attraverso la legiferazione di un accentuato decentramento dei poteri, con la modifica dell’art. 116 della Costituzione. Norme che furono rapidamente approvate per rispondere, come sta accadendo oggi, ad un limitato numero di cittadini italiani.

La scelta di avere maggiore autonomia, ha generando valutazioni opposte fra chi è a favore e chi la ritiene sbagliata.

Quello che ci preme, però, è che il tema dell’autonomia esca dalle nebbie.

I punti più controversi dell’attuale disegno di legge di rimodellare i poteri delle regioni si individuano proprio nel superamento di quell’idea di comunità plasmata dalla Costituzione nei suoi valori di solidarietà e pari opportunità, garantiti a tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale, per mezzo coesione dello Stato e dell’esercizio delle sue funzioni.

Un ruolo, quello dello Stato, che permette ai suoi consociati di riconoscersi come cittadini di quella comunità.

Il vero problema, proprio perché non si debba avere un approccio ideologico di rifiuto in assoluto ad un decentramento di funzioni al territorio, resta quello di stabilire quali materie attribuire alle regioni e quali lasciare saldamente tra le prerogative dello Stato, in qualità di garante dei diritti costituzionali riconosciuti a tutti i cittadini a prescindere dal luogo di nascita o residenza. Il rischio, infatti, è che quell’accezione “rafforzata” o “differenziata”, se estremizzata, potrebbe portare ad una gestione dei servizi essenziali non uguale in tutti i territori ed equa per tutti i cittadini.

Già l’etimologia delle parole “autonomia rafforzata o differenziata” lasciano presupporre differenze e non omogeneità.

Per chi, come me, viene dalla cultura laica e socialista, sostenere il decentramento di alcune funzioni non ha mai preoccupato, anzi ha sempre ritenuto essenziale condividerlo e battersi per avvicinare le funzioni statali ai cittadini nei vari territori.

L’esperienza passata del decentramento regionale dimostra che il sistema non è perfetto anzi avrebbe bisogno certamente di modifiche soprattutto nel funzionamento dello Stato.

Le diversità territoriali, venendo meno il ruolo dello Stato nella gestione solidale a tutela della pari fruizione dei servizi e delle funzioni della pubblica amministrazione, porterebbero ad alimentare, quasi inevitabilmente, ulteriori emarginazioni per le realtà più deboli.

Preoccupa questa logica della divisione e dell’affermazione dei principi dell’egoismo, quello che è fondamentale, è garantire equamente su tutto il territorio nazionale sanità, assistenza, scuola e istruzione a tutti.

Il momento storico che viviamo, e le cronache politico-sociali lo dimostrano, stenta ad aggregare interessi diversi e individuali sotto valori comuni e condivisi, soprattutto a causa della frammentazione delle rivendicazioni e degli egoismi soggettivi, amplificati dai nuovi modelli sociali.

Difatti, in questo contesto, in mancanza di una ridefinizione delle garanzie di coesistenza delle differenze culturali e di valori correttamente contrapposti nella dialettica politica, che va risollevata con atti concreti di tutela dell’interesse collettivo e non di quelli particolari, difficilmente si potranno trovare convergenze che diano alle diversità economiche sociali e politiche il senso di una sintesi ideale che le accomuni nello Stato.

A livello centrale, lo Stato deve conservare, anzi rafforzare sì in questo caso, le sue funzioni di indirizzo, di ordinamento, di programmazione generale e di amministrazione di quelle prerogative nazionali non decentrabili, quali l’istruzione, la sanità, l’assistenza, etc. mentre, a livello periferico, l’amministrazione regionale deve esser titolare di tutte le competenze, legislative, di programmazione e organizzazione, utili all’esercizio delle proprie funzioni e di quelle che lo Stato le trasferisce.

Lo Stato deve mantenere, pur in un’articolazione dei poteri, un raccordo centrale sulle politiche che si attui mediante poteri di coordinamento, controllo, riequilibrio e di supplenza in funzione di tutela e solidarietà nazionale, non abbandonando i suoi compiti costituzionalmente riconosciuti (art. 120 Cost).

Uno Stato, insomma, in grado di garantire funzioni strategiche e di sistema, sedi collaborative e azioni di supporto alle realtà più deboli, di cui i trasferimenti a finalità perequativa rappresentano solo una parte.

Abbiamo visto come è andata con la sanità, dove venti regioni si sono strutturate in modo autonomo, non facendo altro che acuire le distanze tra realtà sempre più efficienti ed altre sempre più in dissesto. Si è dato il là a una sorta di pellegrinaggio sanitario di famiglie che, non potendo essere curate nei luoghi di residenza e in particolare nel mezzogiorno, si sono viste costrette a recarsi in altre regioni che garantivano loro cure adeguate.

Per quel che riguarda poi la devoluzione dell’istruzione, non si può mai accettarla.  Anche se questa partita non riguarda solo l’istruzione ma coinvolge tutti i settori, tutti i servizi e tutti i cittadini, ma non si può  condividere, però, che la scuola e l’università, per l’importanza che hanno nel sistema formativo della cittadinanza, possano smarrire la loro unità nazionale in una spaccatura tra regioni con programmi diversi e orientamenti diversi. Sarebbe la fine di quelle pari opportunità formative che tanto hanno fatto crescere questo nostro Paese.

È chiaro che quando si liscia il pelo all’egoismo e si divide un Paese, chi è più tutelato guarda a sé stesso con un’accentuazione del suo interesse particolare, così il rischio della frammentazione, non solo delle infrastrutture immateriali e materiali, ma anche delle politiche di sviluppo e degli investimenti, sarebbe certo per effetto del frazionamento in tanti centri autonomi.

È innegabile che anche il nostro SSN stia soffrendo da tempo. I ripetuti mancati finanziamenti lo hanno progressivamente indebolito, aggravando le già importanti disuguaglianze sociali e territoriali esistenti nel Paese, ma nonostante ciò risulta essere ancora di garantire una copertura, anche se minima, universale e posizionandosi ai primi posti – nel contesto dei Paesi OCSE- per accesso alle cure e al quarto posto per aspettativa di vita.

A riforma attuata, quindi, l’esistenza del servizio sanitario nazionale sarà messa in discussione, la sua funzione solidaristica e redistributiva verrà meno, aggravando iniquità e disuguaglianze e minacciando, pertanto, l’esigibilità del diritto alla salute costituzionalmente garantito (ex art. 32).

Non è difficile capire che la disgregazione del SSN comporterà tutta una serie di effetti negativi che verosimilmente colpiranno le altre Regioni, in particolar modo quelle più deboli sul fronte socio-sanitario.

Tirando le somme,  parer mio, non solo rischierebbe di essere una vera secessione ma cambierebbe la struttura dello Stato codificata nella Costituzione, con l’estrema conseguenza che molto probabilmente, lo Stato, svuotato delle sue funzioni, rischierebbe di sparire del tutto. Funzioni, importanti ed essenziali, come tutte quelle che riguardano la pubblica amministrazione e lo stato sociale si dividerebbero in mille rivoli ed anche i dipendenti statali passerebbero al livello territoriale.

Sarebbe importante l’espressione della Consulta sui timori, paventati da molti, di violazione dei principi costituzionali, cosa che invece purtroppo può avvenire solo a posteriori.

Voglio ribadire però che, comunque, i principi di solidarietà, coesione e di unità dello Stato vanno mantenuti e credo che l’opposizione, i sindacati, l’intellighenzia, una parte statalista, che pure c’è nel governo, debbono fare molto di più e non continuare in questo rumoroso silenzio.

Quando il processo di autonomia differenziata esplicherà i suoi effetti, nessuno può crearsi alibi, sostenendo di non averlo saputo. Non basta solo l’opposizione in Parlamento, bisognava e, ancora di più oggi, bisogna aprire una forte opposizione nelle piazze, per rendere consapevoli tutti che si sta modificando in peggio il proprio futuro. A meno che non si vuole essere complici!     

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