Home Politica estera LA REALTÀ PREVALE SULLE NARRAZIONI DI COMODO

LA REALTÀ PREVALE SULLE NARRAZIONI DI COMODO

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Una narrazione stupida ci dice che “Taiwan ha scelto l’Occidente”, oppure che “Gli indipendentisti hanno vinto a Taiwan”, e ancora “Il Dragone scontento del risultato elettorale a Taiwan muove l’esercito”. Oltre che stupide, queste narrazioni sono false e hanno solo l’obiettivo di un inutile autocompiacimento che nulla o poco ha a che fare con la realtà.

Mentre la stampa asservita tenta di non dispiacere il padrone raccontando fesserie, un centro studi certamente occidentalissimo, l’Atlantic Council, racconta cose molto più realistiche sulle elezioni a Taiwan, sottolineando, tra l’altro, come tutti i candidati dei tre partiti principali abbiano usato toni molto moderati in riferimento alla specificità del loro paese che hanno preferito chiamare con il suo nome legalmente riconosciuto di Repubblica di Cina[1].

Il Partito Democratico Progressivo (DPP) ha vinto le elezioni presidenziali con il 40% dei voti per il suo candidato Lai Ching-te, già vicepresidente con la bombastica Tsai Ing-wen eletta presidente nel 2020 con il 56% dei voti. Ben 16 punti di differenza in 4 anni di monopolio politico del DPP (presidenza e legislativo) sostenuti in modo levantino dalla presidenza americana di Joe Biden e dalla speaker Nancy Pelosi.

Al di là dell’elezione con metodo maggioritario secco del presidente, il parlamento della Repubblica di Cina mostra questi risultati: il Partito Democratico Progressivo (DPP) ha il 36.16% dei voti con 51 seggi (10 in meno rispetto al 2020); il Kuomintang (KMT) ha il 34.58% dei voti con 52 seggi e la presidenza del parlamento (14 in più rispetto al 2020); il Partito del Popolo di Taiwan (TPP), fondato nel 2019, ha il 22.07% dei voti con 8 seggi (5 in più rispetto al 2020). L’analisi del voto mostra che i giovani hanno abbandonato il DPP dopo quattro anni di muro-contro-muro sull’indipendenza e hanno preferito il moderato di centro-sinistra TPP. Invece gli elettori con più di cinquant’anni hanno premiato il vecchio partito KMT che ha posizioni tra le più dialoganti con la Repubblica Popolare di Cina.

Mentre è evidente che il 60% dei votanti della Repubblica di Cina ha scelto posizioni di “non confrontazione” con la Repubblica Popolare, la squadra Biden, per bocca dell’ormai confuso presidente e del suo ministro degli esteri Blinken, insistono nel dichiarare che “ha vinto la libertà e la democrazia”. La Repubblica Popolare cinese ha rilasciato dichiarazioni dirette alla squadra Biden, indicando che “qualsiasi interferenza sul significato delle elezioni locali della regione di Taiwan sarà contrastata”. I due partiti di opposizione (KMT e TPP) non sono riusciti a presentare un candidato unico, che avrebbe portato a risultati presidenziali molto diversi, ma avranno un’influenza sostanziale sulle azioni del neo eletto presidente che non potrà tener conto che il suo paese ha con la Repubblica Popolare relazioni culturali e commerciali irrinunciabili. La Repubblica di Cina importa quasi il 60% del suo fabbisogno alimentare dalla Repubblica Popolare con la quale ha anche scambi significativi in altri settori economici.

Un altro caso di narrazione stupida sconfitta alla prova della realtà, riguarda il Mar Rosso. Gli Stati Uniti d’America hanno deciso di aprire un nuovo fronte della guerra di Israele in Medio Oriente, contro gli Houthi e lo Yemen. La narrazione ci dice che una “coalizione internazionale con leadership USA” è stata costituita per “garantire la libertà di navigazione e del commercio globale”. La fantomatica coalizione denominata “Prosperity Guardian” dovrebbe essere composta da 20 nazioni. In realtà, solo US e UK hanno un ruolo attivo mentre solo 13 hanno firmato un comunicato congiunto il 3 gennaio intimando la “fine immediata” degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso o “gli Huthi pagheranno le conseguenze”. Italia, Francia e Spagna hanno rifiutato di prendere parte ad attività punitive contro gli Houthi sul territorio dello Yemen. Dall’11 gennaio le forze navali US e UK hanno attaccato a più riprese un centinaio di postazioni “militari” degli Huthi fra radar, depositi d’armi, e centri di comando e stazioni di lancio. Tuttavia, come nota Federico Petroni su Limes, questi raid non possono avere compromesso le capacità degli Huthi. Questi ultimi dispongono di droni poco costosi, facilmente producibili e riforniti in abbondanza dal sostenitore iraniano, come sostengono fonti d’intelligence americane. “Siamo nel campo del negoziato condotto a mano armata. L’amministrazione Biden è conscia dell’impossibilità di sradicare gli Huthi bombardando da remoto. Le milizie sciite controllano le istituzioni del governo yemenita e hanno resistito ad anni di pesanti bombardamenti saudo-emiratini, tanto da costringere gli americani a imporre a Riyad una tregua per fermare l’inutile massacro. Soltanto un intervento diretto, stivali sul terreno, degli statunitensi potrebbe sgominare gli Huthi. Oppure un convinto sostegno, finanziario e in armi, ad altre forze yemenite. Vent’anni di fallimenti di entrambe le tattiche in Medio Oriente, tra Iraq, Afghanistan, Siria e Libano, hanno convinto l’America a guardarsi da queste avventure. Specie in anno di elezioni” [2].

Per l’Italia la navigabilità e la sicurezza del Mediterraneo via gli stretti di Gibilterra e del Mar Rosso è imprescindibile (lo è molto meno per Francia e Spagna che hanno accesso diretto all’Atlantico). E’ così che l’Unione europea ha annunciato un fumoso piano di dispiegamento di 3 fregate nel Mar Rosso. Resta il fatto che le azioni anglo-americane sono piuttosto degli “avvertimenti”, dettati anche dalle carenze della marina militare americana, e che l’Italia dispone di fregate poco armate già per difendere le sue coste mediterranee (il fronte sud mediterraneo dell’UE è difeso da 4 fregate americane), figurarsi in oceani altrui.

Uno scenario, quello del Mar Rosso, che con credibile probabilità anticipa lo scenario mondiale nel prossimo futuro, dopo l’evidente fine della Pax Americana.

La terza narrazione stupida riguarda l’Ucraina. In un’intervista, Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, si sforza di far capire come le sciocchezze incredibili sulla democraticità dell’Ucraina (messa al bando di tutte le opposizioni, purghe politiche ripetute, arresto di giornalisti, persecuzione degli oppositori, ecc…) oltre ad un esercito allo stremo e senza più aiuti esteri (principalmente americani) ponga un urgente problema all’UE e ai suoi paesi membri[3]. La narrazione di un’Ucraina vincente e di una Russia nel disastro è assolutamente inversa alla realtà. Giustamente, e concretamente, Gaiani prova a sensibilizzare gli addormentati e addomesticati leader europei – probabilmente pensando alle dimissioni-fuga del presidente dell’UE Michel e al prossimo Consiglio europeo straordinario del 4 febbraio – per trovare una soluzione che sia la meno disastrosa e disonorevole per tutti, cioè “chiudere subito questa guerra”. Non è per caso che Newsweek un paio di mesi fa è uscito un articolo di due diplomatici americani che dicevano: “Smettiamola di dire che in Ucraina combattiamo per la democrazia: ha messo al bando l’opposizione e in galera i giornalisti”.

E’ arrivato il momento di dire qualche verità e di evitare che la sconfitta dell’Ucraina si trasformi in un incubo per tutta l’UE.

 

[1] https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/experts-react/experts-react-taiwan-just-elected-lai-ching-te-as-president-despite-chinas-opposition-whats-next/

[2] https://www.limesonline.com/rubrica/usa-attacchi-huthi-yemen-mar-rosso-egemonia-americana

[3] https://www.ilsussidiario.net/news/scenario-ucraina-ecco-come-finire-la-guerra-neutralita-di-kiev-in-ue-e-ricostruzione-europea/2645784/

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