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CARA PAOLA CORTELLESI TI SCRIVO

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di Sergio Restelli
Cara Paola Cortellesi, la tua lezione sulle «fiabe sessiste» è ingannevole ed inconsistente. La vita non è una favola neanche per i personaggi delle favole! E inizierò col citarti l’indiscutibile Piccolo Principe” che malgrado maschietto nel suo viaggio verso la Terra conosce tanti personaggi, affezionandosi alla Volpe: che è una femmina, un animale importante per il Piccolo Principe in quanto gli dà insegnamenti essenziali e gli trasmette il valore dell’amicizia. È lei che si vuol fare addomesticare dal bambino per far sì che si ricordi di lei anche quando non saranno più insieme. Grazie a questo viaggio il bambino riesce a conoscere il valore dell’amicizia, dell’amore e a capire quale sia il senso della vita.
Ebbene sì, anche Biancaneve e le varie principesse che ci hanno insegnato, con il loro esempio, a resistere alle intemperie della vita, grazie ad un cuore buono e ad un irriducibile forza di volontà, per poi vedere il loro impegno ricompensato con l’amore che meritavano (eterno e indissolubile) oggi, non se la passano proprio benino, se da esempi positivi, vengono additate, parola di Paola Cortellesi, come addirittura la causa del “machismo” denunciato nel suo film “C’è ancora domani” e che, in fondo, caratterizzerebbe anche la nostra società attuale.
Ebbene sì, perché in un lungo discorso tenuto alla Luiss Guido Carli, nei giorni scorsi, la nota attrice e regista si è soffermata sugli “stereotipi sessisti” denunciati nelle favole classiche che hanno nutrito la fantasia e l’immaginario di intere generazioni di bambine. In particolare, si è interrogata sul ruolo della bellezza di Biancaneve sulla decisione del cacciatore di trarla in salvo: «Siamo sicuri che se Biancaneve fosse stata una cozza il cacciatore l’avrebbe salvata lo stesso?». Non solo, la lente di ingrandimento è puntata anche sui personaggi cattivi che, sottolinea la Cortellesi sono sempre femminili: la strega cattiva, la matrigna ecc. mentre il potere salvifico è affidato, accusa l’attrice, sempre ai maschi: principi, cacciatori ecc.
Per non parlare poi, ha continuato, del fatto che le eroine vengono ritratte sempre alle prese coi lavori domestici: «Biancaneve faceva la colf ai sette nani» ha fatto notare indignata la Cortellesi – che recentemente si è dichiarata favorevolissima all’educazione sessuale nelle scuole (iniziativa ideologica e pericolosa che, chissà, potrebbe in futuro proporsi come testimonial di un sindacato dedicato alle principesse vittime di demansionamento rispetto al loro status, causa mentalità sessista diffusa e anche interiorizzata, volendo, per non farci mancare niente.
Ma, poi, nella realtà è veramente così? A questa domanda ha provato a rispondere, nel 2020, un lavoro intitolato Examining the impact of fiction literature on children’s gender stereotypes, apparso sulla rivista Current Psychology che ha visto le sue autrici sì registrare come l’«esposizione prolungata» a testi e fiabe egualitari «possa ridurre», specie nei bambini maschi, l’adesione agli stereotipi di genere, senza però, attenzione, poter dimostrare nulla sugli effetti a lungo termine e sui comportamenti che, da adulti, i piccoli lettori di quelle favole avranno.
Quindi possiamo concludere come, fino a prova contraria (che però Paola Cortellesi si è guarda bene dal condividere), non ci sia alcun elemento che provi che le fiabe possano veicolare stereotipi duraturi. Con quale capro espiatorio prendersela, allora? In realtà c’è un’abbondante letteratura, che dimostra come un come un fattore di rischio per i giovani, che più che renderli semplicemente sessisti, li rende violenti a 360 gradi, sia l’assenza della figura paterna.
E allora perché, anziché fare discorsi da bar prendendosela semplicemente con le fiabe, non si punta l’attenzione sulla disgregazione familiare, alla base di molti disagi giovanili e che si può definire una vera e propria emergenza sociale? Forse perché in questo modo si rischierebbe di diventare impopolari, ponendosi contro la cultura dominante? La domanda è lecita! Quanto alle favole, al contrario dei problemi di aritmetica, le eroine sono frequenti e lamentarsi che cavalieri maschi salvino principesse femmine è fuorviante.
Ad esempio, in Pinocchio la figura buona più rilevante è la Fata Turchina, nel Mago di Oz è Dorotea (e il mago è un ciarlatano), in Cenerentola le figure rilevanti sono esclusivamente femminili, e così via. Se poi si vuole proprio che l’eroina invece che una fata sia una guerriera basta guardare le donne guerriere dell’Orlando Furioso (che a scuola si studia) come Bradamante e Marfisa, o per cercare modelli più recenti, le Mulan e Pocahontas di Disney. Lo stereotipo del cavaliere e della principessa esiste, senza dubbio, come esistono tanti altri stereotipi: è quello che il lettore più o meno si aspetta e si presta a costruire una narrazione che di solito veicola altri significati come le maschere della commedia tradizionale sono caratteri stereotipati che l’autore può usare.
Ciononostante, l’inversione dello stereotipo, come negli esempi citati è frequente. Appuntare la propria attenzione sullo stereotipo è fuorviante per due motivi: in primo luogo significa concentrarsi sullo strumento narrativo anziché sulla narrazione. Se in alcune favole c’è un problema questo non sta nella scelta del sesso dei protagonisti, ma nella storia in sé. Ad esempio, Pinocchio è premiato quando diventa un suddito obbediente, dopo essere stato punito ogni volta che ha contestato l’autorità, mentre i veri criminali come Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe etc. rimangono impuniti e in fondo non sono neppure giudicati.
In secondo luogo, significa immaginare che lo studente subisca un condizionamento subliminale dagli strumenti narrativi, e presumere la direzione di questo messaggio. Se in un problema di aritmetica la mamma fa la spesa e si chiede quanti soldi le restino nel portafoglio lo studente riceve un messaggio implicante la sottomissione della donna? Nella società moderna fare la spesa è il ruolo principe che la pubblicità assegna al consumatore e il messaggio che lo studente potrebbe leggere è che la mamma gestisce il potere di acquisto. Il politically correct ci induce a preoccuparci delle reazioni dell’altro di fronte a qualunque stimolo prima ancora che questo altro le abbia manifestate.
Noi vorremmo, per political correctness proteggere l’altro, specialmente se minore, da ogni possibile turbamento. Ma i turbamenti sono inevitabili e fanno crescere, mentre la protezione è paternalistica e deve essere messa in atto soltanto a fronte di rischi certi. Inoltre, il nostro presumere le reazioni dell’altro si basa spesso sullo stereotipo del protettore, o del nobile cavaliere, e inventarsi un cattivo da combattere dà soddisfazione; ma la battaglia è male intesa e il rischio è quello di creare una generazione di adolescenti (e al limite di adulti) ipersensibili, che scambiano un contrattempo per un sopruso. Infine, questa battaglia difende la pignoleria a discapito della comprensione del messaggio e rende la singola parola usata più importante (cioè più criticabile) del significato complessivo del testo: ciò che noi dobbiamo insegnare agli studenti è saper capire un problema e saperlo risolvere, e che chi fa la spesa è irrilevante.

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  • Redazione

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