
L’assistenza degli Stati Uniti all’Ucraina nella sua guerra contro la Russia si è interrotta. Washington non dispone di fondi al momento per fornire assistenza a Kiev.
A dirlo, laconicamente, è il portavoce della sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, il quale giovedì, in conferenza stampa, ha affermato: “L’assistenza che abbiamo fornito all’Ucraina si è fermata mentre la Russia sta intensificando i suoi attacchi: è fondamentale che vengano approvati nuovi finanziamenti” a favore di Kiev.
Il riferimento è ai negoziati in corso a Washington fra repubblicani e democratici su un pacchetto di aiuti che potrebbe essere legato a una revisione delle misure di sicurezza delle frontiere.
Kiev da dicembre aspetta la fumata bianca sul pacchetto da 61 miliardi bloccato al Congresso per l’opposizione di una parte dei repubblicani al Senato, ma ormai gli Stati Uniti sono entrati in campagna elettorale e pensano ai fatti loro.
E i fatti loro sono molti e tra di loro intrecciati, come cercheremo di capire.
Cominciamo con il prendere atto che i Paesi europei hanno superato gli Stati Uniti nel supporto all’Ucraina.
Il Kiel institute for the world economy scrive, in proposito, che “le dinamiche del sostegno all’Ucraina sono rallentate. Gli aiuti appena impegnati hanno raggiunto un nuovo minimo tra agosto e ottobre 2023, un calo di quasi il 90% rispetto allo stesso periodo del 2022. L’Ucraina ora fa sempre più affidamento su un gruppo centrale di donatori come Stati Uniti, Germania e paesi nordici e dell’Europa orientale. Paesi che continuano a impegnarsi e fornire sia aiuti finanziari che armi importanti, come gli aerei da combattimento F-16. Le prospettive non sono chiare, dal momento che il più grande impegno di aiuti in sospeso – da parte dell’Unione Europea – non è stato finalmente approvato e gli aiuti da parte degli Stati Uniti sono in calo. Questi sono i risultati dell’ultimo aggiornamento del Support Tracker per l’Ucraina, che ora copre gli impegni fino al 31 ottobre 2023”.

Il periodo tra agosto e ottobre 2023 (vedi il grafico) ha visto un netto calo dell’importo dei nuovi aiuti impegnati, con il valore dei nuovi pacchetti che ammontava a soli 2,11 miliardi di euro, un calo dell’87% rispetto allo stesso periodo del 2022 e l’importo più basso da gennaio 2022.
“Dei 42 donatori monitorati – scrive il Kiel institute for the world economy – solo 20 hanno impegnato nuovi pacchetti di aiuti negli ultimi 3 mesi, la quota più piccola di donatori attivi dall’inizio della guerra. Ci sono stati anche pochi nuovi impegni da parte dell’Unione Europea”.

Come si può ben vedere nel grafico sopra, in agosto 2023 gli aiuti europei hanno superato quelli Usa e tutto fa prevedere che nel prossimo futuro il divario tra Usa e Paesi europei tenderà ad aumentare a spese dei Paesi europei.
Paesi europei ai quali sembra dettare l’agenda il Regno Unito, che proprio ieri ha annunciato, come si apprende da una nota di Downing Street, un pacchetto di aiuti militari all’Ucraina da 2,9 miliardi di euro per l’anno 2024/2025. Si tratta di un aumento di circa 233 milioni di euro rispetto ai due anni precedenti.
Accogliendo con favore la determinazione di Kiev nel difendersi dall’invasione russa, il premier Sunak ha affermato che “nemmeno il Regno Unito vacillerà”. Ed ha aggiunto: “Staremo al fianco dell’Ucraina, nelle ore più buie e nei tempi migliori che verranno” .
Non solo. Zelensky e Sunak hanno firmato un accordo di sicurezza, in vigore fino all’adesione dell’Ucraina alla Nato. Lo scrive il Guardian.
L’accordo ha subito provocato le rimostranze di Mosca. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, ha minacciato su Telegram la Gran Bretagna
affermando: “Le truppe britanniche in Ucraina sono una dichiarazione di guerra alla Russia”.
“Il primo ministro britannico Rishi Sunak – ha aggiunto Medvedev – è arrivato a Kiev per firmare uno ‘storico accordo di sicurezza’. Come reagirebbe l’opinione pubblica occidentale se la delegazione britannica finisse sotto il fuoco delle munizioni a grappolo nel centro di Kiev, come è successo ai civili della nostra Belgorod? E ancora una cosa: spero che i nostri eterni nemici, gli arroganti inglesi, capiscano che il dispiegamento del loro contingente militare ufficiale in Ucraina significherà una dichiarazione di guerra al nostro Paese”.
La posizione inglese è da sempre tesa a dimostrare una leadership in ambito atlantico e Sunak, stringendo i rapporti con Kiev, sta semplicemente sostituendo gli Usa nella zona di influenza che riguarda Polonia e Paesi baltici, con un occhio alle grandi riserve energetiche e minerarie dell’area polare che, grazia al disgelo, sta diventando il nuovo eldorado per le materie prime.
Gli Stati Uniti (eccoci tornati a Washington) sono presi dai fatti loro.
Gli aiuti militari all’Ucraina non finiscono a Kiev, ma alle aziende del complesso militar-industriale Usa e contribuiscono a fare Pil.
Un aumento del Pil dovuto agli armamenti andrebbe a vantaggio di Biden e, ovviamente, i repubblicani non ci sentono.
Inoltre va detto che il pacchetto Ucraina è materia di scambio con l’altro punto dolente per Biden, l’immigrazione.
E qui si vede la follia dell’attuale situazione Usa in quanto la campagna elettorale sta di nuovo assumendo le caratteristiche di uno scontro all’ultimo sangue, con tutti i mezzi, cosa che lede alla democrazia e al prestigio dell’America.
Un’America la cui supremazia armata, peraltro, non esiste più.
La guerra in Ucraina ha improvvisamente tolto il velo a due miti: il primo è quello dell’Armata rossa ora russa come armata temibile e invincibile; il secondo è quello della supremazia armata Usa che non c’è più.
I due colossi della Guerra Fredda sono entrambi nudi di fronte alla diminuzione della loro potenza.
Federico Petroni scrive su Limes (11/2023) che l’industria bellica americana “non è in grado di sostenere una grande guerra con una potenza alla pari” e che “pur restando le prime al mondo, le Forze Armate degli Stati Uniti non sono più predominanti” e questo “è un cambiamento epocale”.
Il Rapporto 2023 della rand Corporation (citato da Petroni) scrive a proposito dell’America: “I compiti che la nazione si aspetta a livello internazionale dalle sue forze militari e dagli altri elementi della potenza nazionale superano di molto i mezzi disponibili per assolverli”.
Inoltre, cosa non da poco, scrive sempre Federico Petroni, guerre al terrorismo, impoverimento della classe media via delocalizzazioni, sfrenato elitismo della dirigenza, hanno alimentato il disincanto popolare verso la missione dell’America nel mondo”.
Walter M. Hudson (National Defense University) (Limes 11/2023) si pone il problema di come sia possibile oggi attuare una mobilitazione non solo di uomini e di mezzi, ma dell’industria bellica, in un mondo globalizzato dove le produzioni sono state sparse nei vari angoli del pianeta.
Il globalismo del capitalismo finanziario, in buona sostanza, ha creato le basi per l’indebolimento della supremazia americana, facendo il gioco dei cinesi.
Grazie alla sua introduzione nel Wto voluta dal democratico Clinton nel 2001 oggi la Cina ha una quota più ampia di Pil mondiale (18,8%) rispetto a quella degli Stati Uniti (15,8%).
“Nella disattenzione quasi generale – afferma Walter M. Hudson – questa dispersione della produzione andava contro i prerequisiti della mobilitazione industriale, che enfatizza invece la produzione, in particolare quella manifatturiera. Scomporre le filiere di approvvigionamento ha senso per le singole aziende per ridurre i costi del capitale, non per la capacità di una nazione di mobilitarsi”.
Ne consegue, afferma ancora Walter M. Hudson, che “oggi la mobilitazione industriale si trova tanto nel suo momento più urgente, dato il rischio di conflitto, quanto nel suo momento più vulnerabile, dato che la capacità industriale di un paese dipende dall’estero”.
Ora gli Stati Uniti si trovano a dover rifornire contemporaneamente Ucraina e Israele, ma, ricorda Walter M. Hudson, che “un importante think tank [il Center for Strategic and International Studies, ndr] ha precisato che, anche se non rifornissero i due paesi, gli Stati Uniti si troverebbero comunque a corto di missili di precisione a lungo raggio entro la prima settimana di un conflitto tra Taiwan e Cina”.
Se gli Usa annunciano di non poter più inviare aiuti, quantomeno per il momento, l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno formalizzato il mancato raggiungimento dell’obiettivo di consegnare all’Ucraina un milione di munizioni da artiglieria entro la fine di marzo 2024.
Quello annunciato dalla Commissione, ha detto la portavoce al Mercato Interno Johanna Bernsel, era un “obiettivo politico”. Obiettivo politico è sinonimo di presa per i fondelli. I pacchisti che stazionano in piazza Garibaldi a Napoli sono stati superati. Nel pacco dell’Unione Europea non ci sono munizioni, ma biglietti di promesse: fuffa.
L’obiettivo politico verrà mancato, mentre la Russia, il cui apparato militare-industriale ha preso sul serio gli obiettivi di produzione che la guerra in corso richiede, continua a bombardare gli ucraini.
Se la situazione degli aiuti è quella descritta, quella del fronte è decisamente di totale stallo e i dati fanno capire che o si chiude la partita con un armistizio o si assisterà all’olocausto del popolo ucraino, mandato al massacro ancora per anni in una guerra ormai senza sbocco.
Una cartina fornita dall’ottimo canale Telegram Parabellum di Mirko Campochiari (da vedere costantemente da parte di chi vuole informarsi sulla realtà) rende bene l’idea.

In tutti i mesi di guerra che hanno visto russi e ucraini combattersi sul fronte del Donbass il bilancio, tra zone in giallo conquistate dagli ucraini e in azzurro conquistate dai russi è di 50 chilometri quadrati a favore dei russi.
Il fronte è fermo. L’unica realtà è il continuo consumo di proiettili e di vite umane.
La Russia, dopo il tentativo fallito di conquistare tra applausi Kiev per imporre un governo amico e dopo aver annesso il Donbass nella Federazione, controlla dei territori annessi solo una parte e non è pensabile che possa conquistarne altri, salvo qualche aggiustamento di confine.
L’Ucraina non può sperare di riavere il Donbass per intero e tantomeno la Crimea.
Ora, o si chiude la partita con un armistizio o si va verso un olocausto, un bagno di sangue che durerà ancora anni, con la totale distruzione dell’Ucraina e la messa in ginocchio dell’Europa.
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