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RIFLESSIONI SULLA DEMOCRAZIA – PARTE II

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di Antonino Macrì Pellizzeri

QUALI SONO LE BASI CHE CI PORTATO A DEFINIRE UN SISTEMA POLITICO COME “DEMOCRATICO”?

Spesso la parola “democrazia” viene considerata solo come un sinonimo di “libertà” ma si tratta di concetti assolutamente diversi.  Essi possono essere disgiunti e si può vivere in un Paese libero in cui non vi sia democrazia. Basta pensare a Hong Kong prima del 1997, durante il dominio inglese. È considerata da molti l’età dell’oro, esisteva la libertà di pensiero, di stampa, di esercitare attività economiche ed una magistratura indipendente, ma non c’era neanche una parvenza di democrazia. Il dominio coloniale inglese era assolutamente ferreo. Lo stesso si può dire di Singapore, dove esiste la libertà ma la democrazia è molto limitata.

Talvolta identifichiamo la democrazia con il concetto di “una persona, un voto”; e invece la democrazia è qualcosa di molto diverso e molto più profondo di un sistema elettorale, che ogni governo cerca di modificare secondo la sua convenienza.

Vi ho fatto due esempi di quanto la parola “democrazia” sia spesso tradita e usata solamente come uno slogan ignorandone il significato. Un’altra definizione, sia pure semplificata, mi pare più adeguata per esprimere il nostro concetto di democrazia. Essa è “potere del popolo, dal popolo e per il popolo” con le parole che il Presidente Lincoln pronunziò il 19 novembre 1863 a Gettysburg, commemorando i morti di quella carneficina durante la Guerra Civile americana.

Sulla base della definizione che ho appena riportato, possiamo assumere che da noi, nell’Europa occidentale per non allargarci troppo, il potere derivi DAL popolo. È il popolo infatti che, con varie limitazioni che dipendono dalla legge elettorale e dalla struttura del governo, sceglie i suoi rappresentanti e con ciò da, o dovrebbe dare, gli indirizzi della maniera in cui vuole essere governato.

Che sia DEL popolo è discutibile perché ad esempio non esiste l’obbligo di mandato, e questo era giusto quando i nostri padri costituenti lo stabilirono. Siamo però davvero convinti che i nostri rappresentanti agiscano in maniera consequenziale (almeno nei principi generali), rispetto a ciò che ci avevano promesso? I frequentissimi cambi di casacca (con operazioni di “compravendita” più o meno nascoste) vi sembrano giusti e “democratici”? o non sarebbe più corretto che un parlamentare che ha cambiato idea e non ritiene più giusto supportare ciò che ci aveva proposto in caso di vittoria elettorale si dimettesse? So bene che la nostra Costituzione lo permette, ma non era certamente questo lo spirito. I cambi di partito nella “prima repubblica” erano sostanzialmente inesistenti.

Negli anni ’50 e ’60 del ‘900 la partecipazione del popolo alla vita politica era, paradossalmente, molto maggiore di ora. Oggi, infatti, l’unica cinghia di trasmissione fra popolo e classe dirigente è il giorno del voto; e anche questo in maniera molto ridotta. In quegli anni invece la famosa cinghia di trasmissione fra la base e il vertice era continua. Esistevano i comizi, affollatissimi, in cui spesso approvazione e disapprovazione finivano in maniera abbastanza violenta. Esistevano le sezioni di partito, dove deputati e attivisti dibattevano con i cittadini della propria parte politica i problemi del giorno. Esistevano le associazioni cattoliche sparse sul territorio in maniera capillare. Esistevano poi i sindacati a contatto ogni giorno da un lato con i lavoratori e dall’altro con le organizzazioni datoriali. Esistevano infine la Confindustria e le altre organizzazioni imprenditoriali anche loro in contatto continuo con piccoli e grandi imprenditori di cui rappresentavano gli interessi. 

Oggi abbiamo il voto, i social inondati spesso di falsità, e i “talk show” dove ci si da sulla voce senza che si possa capire ciò che dicono gli interlocutori. Peggio, ognuno accusa l’altro di bugie nel citare dati che dovrebbero essere oggettivi. Tutti noi vediamo che nei dibattiti si citano dati statistici o economici che dovrebbero essere univoci. Niente da fare: ci si accusa l’un l’altro di mentire e il cittadino non riesce in alcun modo a conoscere la verità. Dov’è quindi il governo del popolo?

Infine, PER il popolo. Anzitutto una domanda: Chi è il popolo? Gli aventi diritti al voto? Tutti i cittadini viventi al momento del voto anche se ancora non possono votare? E gli individui ancora nel grembo della loro madre, che sono già soggetti di diritto? E le generazioni future? Noi, negli ultimi decenni, e ancora oggi, ci stiamo caricando (in misura molto maggiore di quanto è successo in passato) di un debito enorme. La nostra generazione sarà esentata, per questioni anagrafiche, dal dover ripagare questo debito. Quella immediatamente successiva (i cinquantenni di oggi) sarà per la gran parte molto anziana e titolare di una serie di diritti acquisiti per cui potrà in qualche modo cavarsela.  Ma quella successiva? La generazione dei miei nipoti, quella che non ha alcuna responsabilità di questa situazione derivante in gran parte da decisioni prese a cavallo fra la fine del ventesimo e la prima parte del ventunesimo secolo, dovrà trovare il modo di ripagare questo enorme debito per il quale non ha alcuna responsabilità. Chi li rappresenta nelle decisioni di oggi? Tutti danno ormai per scontato che la pensione sarà per loro un sogno, probabilmente anche la proprietà di una casa, il sogno per lo più realizzato delle generazioni del Novecento. Avranno una sanità pubblica adeguata e sostanzialmente gratuita come fino ad oggi? Avranno un’istruzione pubblica e pressoché gratuita come noi e i nostri figli? Una cosa è certa: avranno una vita molto più grama di quella che abbiamo avuto noi, senza averne responsabilità.

Un problema analogo è quello dell’inquinamento e del riscaldamento globale. Siamo tutti d’accordo che, qualunque ne sia la causa prima, nel 2050 si arriverà a una situazione gravissima e difficilmente reversibile.  Federico Fubini ha scritto tempo fa un articolo, dimostrando che, dati alla mano, la maggioranza di chi oggi vota non sarà ragionevolmente in vita nella seconda metà di questo secolo. Su questo argomento ho voluto fare un mio piccolo sondaggio fra persone oltre i 50 anni. Prima domanda: Chi era d’accordo che fosse necessario fare qualcosa? Quasi tutti. Seconda domanda: chi era favorevole a una tassa specifica per diminuire l’inquinamento o bloccare l’aumento della temperatura globale? Sostanzialmente nessuno. E allora, sostiene Fubini, perché i nostri parlamentari dovrebbero perdere consensi deliberando azioni serie e quindi costose? Nessuno tutela realmente gli interessi, la volontà, i bisogni di chi non è ammesso al voto, dei nostri figli e dei nostri nipoti il cui futuro però dipenderà largamente dalle decisioni di oggi. E chi si occupa veramente dei disoccupati, dei lavoratori costretti al nero, etc.? Ed infine chi tutela gli interessi delle generazioni future?

Infine il massimo problema del nostro modo di intendere la democrazia è purtroppo il seguente ed è la radice di tutto. La nostra democrazia è concepita in modo che i vari Partiti che si contendono il potere sono portatori di interessi della propria parte. In un sistema bipartitico o di coalizioni elettorali, la parte vincente porterà avanti il suo programma e quella perdente dovrà aspettare e cercare di vincere le elezioni successive. Normalmente il rapporto fra vincitore e soccombente sarà nell’ordine del 52-53% contro il 47-48% DEI VOTANTI.  Bene, circa la metà di essi  vedrà le proprie idee quanto meno ignorate, e da qui nasce anche la scarsa affluenza che vediamo oggi alle urne. Cosa vuol dire tutto ciò? Che quella parte di popolo, circa la metà, che ha perso le elezioni non avrà sostanzialmente voce in capitolo per un certo numero di anni.

Alla luce di quanto sopra, cosa vuol dire “per il popolo”?  Una definizione appropriata sarebbe la seguente “per quella parte degli elettori che ha vinto le elezioni, escludendo anche chi, non avendo diritto al voto, non ha voce in capitolo. “E’ una definizione ben strana di “popolo”, non vi pare? Il Governo dovrebbe occuparsi di TUTTO il popolo, vale a dire del BENE COMUNE che invece è sostanzialmente ignorato. A mio modo di vedere, sarebbe giusto che i singoli parlamentari e i loro partiti rappresentassero chi ha votato per loro, ma il governo, i vari ministri che, poiché eletti dall’intero Parlamento, rappresentano tutta la nazione, che deve riconoscersi in loro, dovrebbero prendersi cura di tutto il Paese, mediando fra gli interessi ed i bisogni di tutti. Ciò non vuol dire rinunziare alle proprie idee, ma interpretare correttamente il ruolo a cui essi sono stati chiamati. Pensateci bene, il Presidente della Repubblica, dopo aver sentito i rappresentanti di tutti i partiti, nomina il Presidente del Consiglio e, su sua proposta, i vari ministri. L’intero parlamento poi esprime la fiducia al governo (se vuole). Da quel momento il governo rappresenta il Parlamento intero e tutta la nazione, non la parte politica che ha portato in Parlamento i singoli ministri. Proprio in base a ciò si può esser ministri e persino Presidente del Consiglio anche senza essere Parlamentari. Questo sancisce saggiamente la nostra Costituzione. 

Purtroppo oggi questa è la realtà e, se guardate gli USA con occhi disincantati, ciò risulta del tutto evidente. Trump ha cancellato tutte le riforme che Obama era riuscito a fare, a partire dalle leggi contro l’inquinamento e finendo con quel minimo di sanità pubblica che si era riusciti a creare. Biden ha ripristinato parte di ciò che era stato deciso da Obama, e se Trump sarà rieletto confermerà, in maniera rafforzata, le sue decisioni precedenti. Se è vero il detto che ciò che accade oggi in America sarà il nostro futuro fra dieci anni, non c’è da ben sperare.

Questa logica è stata oggi definita da molti “DITTATURA DELLA MAGGIORANZA”. E’, intendiamoci, un sistema perfettamente legale e in aderenza con una lettura superficiale del dettato costituzionale, ma possiamo chiamarla democrazia? Essa si oppone a un’altra devianza, la “dittatura della minoranza” quando il sistema giuridico permette a quest’ultima di bloccare, “a prescindere”, quanto è proposto dalla maggioranza del parlamento o del governo. Entrambe le posizioni sono a mio avviso situazioni patologiche e dannosissime al Paese intero.

LA DEMOCRAZIA È UN’IDEA, FRUTTO DI UNA CULTURA SEDIMENTATA NEI SECOLI E SUCCESSIVAMENTE RIELABORATA NEL TEMPO, MAN MANO CHE CERTI PRINCIPI VENGONO RIADATTATI ALL’OROLOGIO DELLA NOSTRA CIVILTA’. ESSO È DIVERSO DA QUELLO DI ALTRE, DIVERSE, CIVILTA’ CHE AVRANNO LE LORO BASI E IL LORO OROLOGIO.

Secondo me è ciò che abbiamo dentro, la nostra cultura, la nostra storia, a poter stabilire se un sistema politico è democratico veramente, oppure stia deviando, lentamente, in maniera falsamente democratica, verso il suo opposto. E allora? Abbiamo il diritto e il dovere di riadattare alcune regole al mutare dei tempi, ma dobbiamo essere veramente cauti ed evitare di spingere la nostra legge fondamentale in un declino irreversibile.

Chiediamoci in conclusione “C’era più democrazia 60 fa oppure oggi”? e “la nostra democrazia ha bisogno di un tagliando?”

Poniamoci alcune domande

  • Esiste oggi una vera partecipazione del popolo al potere?
  • I giovani che si accostano al voto hanno avuto a scuola, o altrove, una preparazione sufficiente per conoscere e capire la nostra Costituzione e i principi della democrazia?
  • Il sistema di suffragio universale attuale, con una legge elettorale modificabile con facilità da una maggioranza pro-tempore, è adeguato a esprimere un sistema di governo democratico?
  • Un sistema che permetta l’elettorato attivo e (soprattutto) passivo solamente in base all’età, è ancora adeguato alle complessità del mondo moderno?
  • In ultimo, il nostro è un sistema democratico secondo la definizione “potere del popolo, dal popolo e per il popolo” oppure la nostra democrazia ha bisogno di un adeguamento?

Purtroppo oggi gli aspetti formali della nostra democrazia sono diventati un dogma e chiunque si azzardi a dire che forse ci sarebbe bisogno di adattarla ai tempi è considerato come un sovversivo filo-russo, filo-cinese o peggio.

La democrazia come la applichiamo oggi è un prodotto del ‘900, sulla base di principi ancora precedenti.

Com’era il mondo all’inizio del secolo scorso? Non esisteva il telefono, né la radio. Esistevano solo pochissime linee ferroviarie che congiungevano in maniera lenta solamente posti vicini fra loro, più una curiosità che una reale infrastruttura disponibile a tutti. Si viaggiava ancora in carrozza. Anche l’elettricità, come fonte di energia e di illuminazione era ai suoi inizi.

Oggi sono passati 120 anni dal fatidico 1900. Se una persona, più o meno alla fine della sua vita in quel capodanno, si risvegliasse oggi, penserebbe di essere risuscitata in un altro mondo. Con un minuscolo telefono cellulare siamo in grado di parlare in un attimo con chiunque nel mondo stando sdraiati in campagna all’ombra di un albero. In maniera altrettanto rapida e facile riusciamo ad avere accesso a qualunque informazione siamo interessati, di qualunque genere o approfondimento. Treni che viaggiano a oltre 300 km/h congiungono le maggiori città del nostro continente e aerei ad altissima velocità e capacità sono capaci di portarci da un qualunque punto di Europa, Asia, Africa ed America, in qualunque altro punto in poco più di dodici ore.

Internet, è vero, ci fa avere accesso a una quantità immensa di informazioni in tempi brevissimi. Mi ricordo di quando, studente universitario e poi giovane ingegnere, trascorrevo settimane intere alla biblioteca del CNR per cercare le informazioni che oggi otterrei al massimo in un’ora, ma esiste il rovescio della medaglia. Lo stesso mezzo capace di darci “informazioni”, allo stesso modo ci riempie di “disinformazioni”.  Peggio, siamo costretti a cercare le informazioni, mentre le disinformazioni ci arrivano senza che noi le cerchiamo. E non è per caso! I negazionisti, i terrapiattisti, i no vax, i no covid etc. nascono tutti da informazioni ben confezionate e fatte girare vorticosamente. Allo stesso modo girano informazioni o disinformazioni sull’economia, la politica, la società, le relazioni internazionali. Ed è difficile discernere ciò che è vero da ciò che è falso.  Peggio, il mondo di oggi, travolto dal demone della velocità, pretende di poter afferrare qualsiasi concetto purché esso sia sviluppato in poche righe “i famosi 140 caratteri”. Qualunque concetto debba essere spiegato e quindi elaborato, è automaticamente cassato. “E’ troppo lungo. Mi viene difficile leggerlo sul cellulare. Non ho tempo da perdere”. Lo slogan, scritto da specialisti, che fa presa sulla pancia piuttosto che sul  cervello del lettore, ha quindi facilmente la meglio.

Tutta questa descrizione mi porta alla conclusione che oggi la democrazia come l’abbiamo conosciuta e la applichiamo oggi, non esprime più il nostro vero pensiero. Essa è condizionata, senza che ce ne rendiamo conto, da sistemi studiati a tavolino da specialisti che orientano in maniera quasi inevitabile le nostre decisioni, specialmente in un mondo che è diventato piccolo e molto complesso.

Chi di noi è capace di districarsi ed esprimere un giudizio veramente consapevole su una serie infinita di problemi: il clima, la permanenza nell’Euro, il concetto di Europa come entità politica, la posizione che dovrebbe assumere l’Europa nella contesa America-Cina, e financo su concetti apparentemente più alla nostra portata come ad esempio l’inizio e la fine della vita che la medicina moderna può spostare significativamente, l’identità di genere etc.?  Eppure la nostra democrazia ci impone di decidere anche se in maniera mediata su tutti questi problemi. Ma siamo almeno sicuri che i nostri rappresentanti in Parlamento abbiano le conoscenze e la capacità di districarsi (pur con l’aiuto di specialisti) su tali argomenti, nel nostro attuale sistema democratico? Più banalmente, una persona che è stata eletta sindaco di una grande città,  parlamentare, o, nella più cruciale delle situazioni, accede al ruolo di ministro, conosce almeno in quale contesto, e con quali regole e poteri, per lo più estremamente complessi, deve muoversi fin dal giorno dopo la sua elezione? Sarà consapevole delle implicazioni che avrà ogni sua firma nella vita della città che dovrà amministrare o dell’intera nazione? In poche parole “saprà qual è il suo lavoro”? Ne dubito fortemente, e ciò non succedeva nel primo cinquantennio della nostra repubblica, quando i nostri rappresentanti non osavano presentarsi a qualsiasi carica elettiva senza essere sicuri di poter assumere le responsabilità a cui accedevano.

Quando però ci troviamo, nella vita di tutti i giorni, a essere spettatori di decisioni del governo che non condividiamo, spesso decisioni dettate da tattiche di mantenimento del potere, siamo tutti pronti a dire “ma che c’entro io; è colpa del governo o del parlamento” senza renderci conto che, se crediamo alla democrazia, quelle decisioni sono state prese probabilmente in maniera inconsapevole da noi, e solo noi possiamo confermarle o ribaltarle.

So di avervi portato su un terreno difficile, ma vi prego di riflettere su tutto ciò. LA DEMOCRAZIA DI OGGI NON PUÒ AVERE LE STESSE REGOLE CHE AVEVA ALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE. DOPO OLTRE SETTANT’ANNI, ADATTARLE AI NUOVI TEMPI, SENZA SNATURARLE  DIPENDE SOLO DA NOI.

Autore

  • Redazione

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