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LA CITTADINANZA ATTIVA

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di Antonio Foccillo

Voglio affrontare il tema della cittadinanza, e aggiungo, cittadinanza “attiva”, “consapevole”, perché uno dei tanti mali che le politiche neoliberiste sfrenate hanno calato nel nostro contesto sociale è stata l’induzione all’apatia delle coscienze. Null’altro, insomma, che il risultato dell’abbandono dell’ideale di comunità, a favore dei mantra della competizione e dell’uomo solo al comando.

I tempi che viviamo hanno smarrito gli stessi capi saldi della nostra Carta Costituzionale: solidarietà, coesione, laicità. Principi che ritengo non sono più stati sufficientemente spiegati e raccontati ai giovani, lasciandoli navigare in un mare magnum di informazioni veicolate da un pensiero unico che ha ambito sempre più ad allontanare le persone, a lasciarle chiudere in sé stesse, a non credere più nel valore dello stare insieme, convinti di esser autonomi con un device[1] qualsiasi tra le mani. Il rischio che si corre è che dal considerarsi autonomi si passi, nei fatti, ad esser tutti automi.

Forse, potrebbe sembrare una definizione azzardata, ma invito a riflettere sul fatto che l’immensa quantità di informazioni che ogni minuto ci vengono fornite sui nostri cellulari, il più delle volte sono sommarie, erronee e soprattutto veicolate. Il rapporto con l’informazione si sta riducendo allo scorrere il dito su uno schermo, senza nemmeno fermarsi a leggere oltre un semplice titolo, di solito sensazionalistico, per attirare like.

Questa quantità di sapere così facilmente accessibile, cosa inimmaginabile fino a pochi anni fa, più che creare crescita, suscita regresso nelle menti e nelle capacità. In primo luogo, perché la forma di espressione di chi legge si circostanzia al solo consenso o dissenso. con un like o dislike, non potendo 280 caratteri permettere chi sa quali dissertazioni. I social sono diventati le nuove arene in cui il popolo assiste ai giochi gladiatori e giudica con un pollice.

Ancora, impera un individualismo indotto da una corrente macroeconomica che per raggiungere i suoi obiettivi ha, goccia a goccia, corroso le fondamenta di tutto ciò che veramente è socialità, tutto ciò che è rapporto con l’altro, al netto di intermediazioni tecnologiche di qualsiasi natura.

I giovani, in particolar modo, non si trovano più a proprio agio in un confronto, anche per effetto della Pandemia, perché hanno perso l’abitudine al dialogo e questo non ha fatto altro che far avanzare diffidenza, paura nei confronti dell’altro, sempre più spesso e per i più disparati motivi, classificato come diverso. Così si sta creando una società di diversi, il ché, paradossalmente, sarebbe l’ottimo da raggiungere in una società accogliente e plurale, ma che in questo contesto, invece, isola tutti gli individui indebolendoli.  Così quelle politiche hanno fatto breccia negli Stati del dopoguerra, minando passo dopo passo tutte le conquiste nel mondo del lavoro, dei diritti civili e della sicurezza sociale.

La funzione dello Stato è arretrata e così inevitabilmente il benessere dei suoi consociati, che non trovando più risposta nelle articolazioni della cosa pubblica, ne ha perso la fiducia e la voglia di riconoscersi in qualcosa di più grande.

Probabilmente penserete che, con questa digressione, stia navigando in mare aperto senza approdare al punto della questione ma ci sto arrivando, perché proprio da qui, cioè dalla delimitazione del perimetro dello Stato, è scaturito lo sciagurato momento del mercato del lavoro odierno. Si perché si è creata anche una divisione fra gli individui essendosi insediate le trame delle politiche monetarie del mercato finanziario, che in barba alla spesa per beni e servizi, hanno drenato sempre più risorse dallo stato sociale, per approvvigionarsene nei mercati finanziari. Gradualmente il pubblico è indietreggiato di fronte alle regole di un mercato immateriale, cieco all’economia reale che vivono le persone comuni.

Se lo Stato, in sostanza, ha perso la sua funzione di garante dei suoi consociati, è inutile domandarsi perché le persone hanno perso fiducia nelle sue istituzioni. I continui tagli lineari alle strutture, al personale, alle risorse delle amministrazioni pubbliche hanno reso sempre più complicato fornire beni e servizi, equamente sui territori, aumentando così le diseguaglianze già esistenti e creandone di nuove. Come un cane che si morde la coda, al taglio della sicurezza sociale, operato per pareggiare i bilanci, è seguito l’aumento della domanda di stato di bisogno, cui gli enti non erano in grado di fronteggiare.

Venuta meno la rete di protezione sociale sono entrate in gioco le famiglie, i genitori o i nonni, in una sorta di welfare a conduzione familiare. Non potendo più confidare nello Stato, si è fatto ricorso a chi un reddito stabile ce l’aveva.

Quelle politiche economico finanziarie immateriali, calate dall’alto e non democraticamente delegate, cavalcando l’onda delle degenerazioni della globalizzazione hanno spinto i mercati, quelli veri o meglio quelli che hanno riflesso sulla vita delle persone, a una aggressiva lotta al ribasso. Quella che doveva essere una scalata verso la modernità, si è tradotta in una serie di scivoloni rovinosi nei confronti delle maggiori conquiste sociali nel diritto del lavoro del movimento operaio e non solo.

Si è inculcato che la flessibilità fosse la via per brillanti carriere, che le tutele dai licenziamenti fossero inutili costi sulle spalle della collettività, che il mercato libero dai vincoli pubblici garantisse servizi migliori e più vantaggiosi.

Queste ricette sono state vincenti? Tutte le rilevazioni sembrano dimostrare il contrario. Queste linee hanno scatenato fenomeni di dumping sociale, che hanno depotenziato, oltre il diritto, anche la contrattazione collettiva.

I giovani in questo contesto si sono trovati a dover “ringraziare” per collaborazioni stagionali, se non giornaliere a volte e ad “accettare” impieghi gratuiti nella speranza di futuri approdi contrattuali. Si sono fatti diventare contratti tipici quelli atipici.

Si è creata una incredibile situazione di disagio sociale di un’intera generazione che, il più delle volte, non è compresa o rimane sotto silenzio. Un disagio coltivato solo ed esclusivamente da chi lo vive, isolato in quella condizione di cui parlavo prima, dove non vi è più la forza della comunione di intenti, per risolvere una difficoltà.

L’obiettivo che dobbiamo porci, infatti, è quello di “rieducare” e “riabituare” i giovani a stare insieme, a farsi forza l’un l’altro e non a prevalere sull’altro, a camminare fianco a fianco e non a sgomitare.

La forza della comunità sta nella pluralità e nella convergenza degli interessi che insieme riescono a imporsi. L’interesse individuale da solo è debole e costringe ad accettare qualsiasi condizione, anche quella di lavorare gratis. La sfiducia e l’apatia non sono utili ed abili a risollevare una situazione di difficoltà, nella loro natura, infatti, vi è l’abbandono alla contingenza.

Si è fomentata la tesi che ci fosse un conflitto, fra le generazioni non più giovani e quelle giovani, perché le prime togliessero risorse alle seconde. Cosa non vera. Fra le generazioni vi deve esser sì uno scambio, ma che sia di idee, non di divisione e scontro di interessi. Solo nel confronto con chi ha più esperienza vi è crescita e solo nell’ascolto delle preoccupazioni e delle esigenze di chi ne ha meno si ha comprensione dei problemi della società. Ed è così che si arricchiscono entrambe le parti.

Molta della classe dirigente del Paese non è stata in grado di ascoltare i giovani, cosa che, invece, sarebbe stata fondamentale non avendo, il più delle volte, vissuto sulla propria pelle, cosa significasse “precarietà”, oppure studiare per anni, per poi non sentirsi realizzati nel mondo del lavoro o ancor peggio non riuscire proprio ad entrarci, vedendo così denigrati gli studi. Mi riferisco a chi con sufficienza definiva “bamboccioni”, “mammoni” e via dicendo i giovani, senza fermarsi a pensare che forse anche, e soprattutto, a causa loro, si era creata questa situazione di impasse del fisiologico ricambio generazionale.

Per questo, torno a dirlo ancora una volta, è essenziale ripristinare il senso di comunità attraverso una cittadinanza attiva, e con attiva intendo partecipe delle decisioni sociali del Paese. È necessario tornare a sentirsi protagonisti di un qualcosa di molto più grande, della semplice condivisione di un post su Facebook. È importante ripristinare i luoghi “fisici” per una vera condivisione delle esperienze e del vissuto.

Per farlo bisogna riabituare le persone a confrontarsi e a dialogare, non più dietro uno schermo e i primi a dare l’esempio dovrebbero essere gli esponenti della classe politica. Basta tweet e slogan campanilistici, bisogna tornare ad argomentare e a fermarsi un momento per pensare. I ritmi frenetici, i mille imput della tecnologia tendono a trattenere dalle riflessioni, ma credo, che sia quanto mai opportuno, che le persone tornino a ragionare, qualche tempo, sulle notizie, senza limitarsi a immagazzinarle passivamente. Perché se così è, nessuno più sarà in grado di farsi una opinione propria, ma si lascerà trainare dagli eventi.

Bisogna puntare alla Cultura quale contrapposizione alle certezze. In un contesto simile è strategico il ruolo della scuola pubblica e pertanto va tutelato con tutte le risorse possibili. Sì perché, dopo anni, dove si è tagliato tutto quello che era possibile della spesa pubblica, non deve assolutamente e categoricamente ancora mettere la scuola al primo posto nel mirino.

Soprattutto in determinate aree geografiche non sono possibili riduzioni, perché il ruolo del corpo docente, in alcuni casi, assume una funzione decisiva per le scelte di vita di alcuni studenti. La scuola crea coscienze civili e, il più delle volte, costituisce l’unico momento di socialità e condivisione per i ragazzi, rimasti privi di spazi comuni in cui incontrarsi, oppure perché più attratti dai luoghi virtuali.

Chi non ha ricordo di qualche proprio maestro o professore, che, in qualche modo, ci ha indicato la via o saputo instradarci verso le nostre attitudini e aspirazioni. Eppure la società che viviamo non esita a puntare il dito anche contro i docenti, sminuendone la funzione sociale che ricoprono. Non è concepibile, perché, nonostante le difficoltà di accesso al mondo del lavoro, l’istruzione, a tutti i livelli, rimane comunque il volano per il futuro di ognuno.

È assurdo, però, che ancora oggi questi due mondi, istruzione e lavoro, sembrino non incrociarsi mai. Qui vi deve essere la ricerca della modernità, nel connettere le esperienze formative alle realtà lavorative dei territori, dando forma a quello che si studia e al contempo agevolando l’ingresso di nuova forza lavoro. 

Quindi alla volontà di chi giustamente non sostiene più i ritmi di una vita di lavoro deve, per forza di cose, corrispondere la voglia di chi vuole iniziare il suo cammino nel mondo del lavoro. Di certo non credo che si potrà riuscire con il precariato o in totale assenza di politiche attive del lavoro che, in alcun modo, possono essere sostituite da misure assistenzialiste, che non aiutano a trovare un lavoro e non aiutano il Pil del Paese.

Oggi, come ieri, servirebbe una nuova classe dirigente, che sia in grado di ripristinare una mediazione politica vera, che si contrapponga agli interessi economici e capace così di assicurare le garanzie di una democrazia partecipata e condivisa. È, dunque, necessario un grande impegno, anche culturale, volto a ridare dignità al mondo del lavoro e a rigenerare una politica democratica, nella quale antichi valori possano essere riletti da ciascuno, secondo la propria ottica, con dialogo e tolleranza.

Bisogna ritrovare anche lo spirito della militanza e della mobilitazione collettiva, consapevoli del fatto che, se non si avvia questo cambiamento e, dunque, non si è disposti a giocare una dura lotta contro il sistema neoliberista e contro questa caduta valoriale, allora, sarà impossibile modificare gli attuali disequilibri, ottenendo nulla di più che parzialissimi risultati.

Dobbiamo essere in grado di rivendicare, quindi, la costruzione di un edificio sociale più solido e forte, dove vi sia spazio per tutti, nonché rispetto delle regole e dei diritti, in particolare dei più deboli che ora, invece, stanno di fatto finanziando la posizione dei più forti. Appare opportuno focalizzare l’attenzione su cosa si può e si può fare oggi, a partire dalla politica e dalle forze sociali, di fronte agli eventi socioeconomici e gli eventi di guerra,  che hanno travolto il sistema politico nazionale e l’Europa.

Sono personalmente convinto, che se si riuscisse a colmare fino in fondo le differenze, che pure esistono tra loro, si potrebbe consentire di ripristinare i valori che sono alla base della storia  di questo Paese – vale a dire democrazia, libertà, solidarietà, uguaglianza, coesione e tolleranza – nella difficile partita che si sta giocando per recuperare i diritti dei lavoratori e del lavoro nel contesto sociale nazionale ed internazionale.

Si dovranno estendere i confini della cittadinanza sociale, in modo da assicurare una più ampia equità distributiva della ricchezza e dei servizi, nel riferimento determinante del valore sociale del lavoratore.  Bisogna individuare strategie al fine di tornare ad avere un ruolo centrale nella messa a punto delle politiche economiche del Paese, pur nel rispetto dei ruoli istituzionali e tali strategie devono essere strettamente connesse al modello di società, che si vuole perseguire, per contrastare questa situazione economica, sociale e politica. Lo si può fare! E va fatto!

 

[1]  Device, in italiano significa congegno, dispositivo. Può  indicare uno smartphone, un tablet o altri dispositivi tecnologici. 

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  • Redazione

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