
di Sergio Restelli
La violenza è un comportamento volontario e aggressivo contro determinate persone con l’intenzione di ferire o uccidere, arrecare un danno. L’intera società deve rifiutare la violenza a cominciare dalle sue forme più blande (le violenze verbali) fino a quelle più gravi (l’omicidio), senza cadere nella trappola di considerare le manifestazioni violente come un male necessario e quindi ineliminabile. Di fronte allo spettacolo negativo della violenza nella società contemporanea, si ha la sensazione di essere in un campo di battaglia.
L’uomo visto attraverso la sua violenza è deprimente. Eppure, egli sa anche amare. Un insieme di violenza e amore. Forte come un titano e debole come un bambino. Il futuro dell’uomo è il futuro della sua violenza. Una rabbia impulsiva lo può distruggere e potrebbe cancellarsi assieme a tutte le altre specie e così il pianeta si trasformerebbe in un’enorme roccia nuda che gira folle nel cielo. Credo fermamente alla possibilità di modificare il singolo uomo e le società. Credo ai correttivi…on so che cosa sia la perfezione, ma mi basta essere un uomo”.
La spinta alla violenza, all’odio, alla sopraffazione e alla distruzione dell’altro non è una patologia, ma è come ombra oscura presente nel profondo del nostro io che bisogna scoprire e con cui fare i conti: “Il crimine non è la regressione dell’uomo all’animale, ma esprime una tendenza propriamente umana” e l’umanizzazione non consiste nel cancellare la violenza, ma nel saper rinunciare a essa in nome del riconoscimento dell’Altro come prossimo; essa ci spinge a dire “Io non sono tutto”, ma vivo in un mondo, dove ci sono anche gli altri e quindi accetto di appartenere a una Comunità umana, reprimendo quella che Freud chiamava una “frustrazione narcisistica”.
Il problema di simbolizzare e sublimare la violenza è reso difficile da due nuovi comandamenti presenti nella società contemporanea: il primo è la costante ricerca del nuovo, la spinta a cercare quello che non si possiede nell’illusione che quello che non si ha nasconda il segreto della felicità; il secondo è la ricerca del successo e nessun periodo storico l’ha enfatizzato fino a demonizzare l’errore, il fallimento, l’insuccesso, esaltando la propria immagine narcisistica fino al punto di “utilizzare la violenza, il passaggio all’atto brutale, al posto di assumere su di sé il peso della propria solitudine e del proprio fallimento”.
Già Pasolini aveva messo in guardia di fronte a una “mutazione genetica” degli italiani, per effetto della quale l’individuo potrebbe trasformarsi in una macchina del godimento e, quando questo meccanismo entra in funzione, si forma una miscela esplosiva tra narcisismo e depressione per cui, di fronte al fallimento nell’inseguire il mito del Successo, può nascere la convinzione di essere diventato superfluo e inutile per la società. Questa condizione psicologica può far entrare nel tunnel della depressione e quindi sfociare in atti violenti e ingiustificabili, perché il ricorso alla violenza può essere visto come “il talismano malefico per esorcizzare l’appuntamento fatale con la nostra vulnerabilità e insufficienza”.
L’intera società deve rifiutare la violenza a cominciare dalle sue forme più blande (le violenze verbali) fino a quelle più gravi (l’omicidio), senza cadere nella trappola di considerare le manifestazioni violente come un male necessario e quindi ineliminabile. Di fronte allo spettacolo negativo della violenza nella società contemporanea. Ho la sensazione di essere in un campo di battaglia. L’uomo visto attraverso la sua violenza è deprimente. Eppure, egli sa anche amare. Un insieme di violenza e amore. Forte come un titano e debole come un bambino.
Il futuro dell’uomo è il futuro della sua violenza. Una rabbia impulsiva lo può distruggere e potrebbe cancellarsi assieme a tutte le altre specie e così il pianeta si trasformerebbe in un’enorme roccia nuda che gira folle nel cielo…Credo fermamente alla possibilità di modificare il singolo uomo e le società. Credo ai correttivi…Non so che cosa sia la perfezione, mi basta essere un uomo”. La spinta alla violenza, all’odio, alla sopraffazione e alla distruzione dell’altro non è una patologia, ma è come ombra oscura presente nel profondo del nostro io che bisogna scoprire e con cui fare i conti: “Il crimine non è la regressione dell’uomo all’animale, ma esprime una tendenza propriamente umana” e l’umanizzazione non consiste nel cancellare la violenza, ma nel saper rinunciare a essa in nome del riconoscimento dell’Altro come prossimo; essa ci spinge a dire “Io non sono tutto”, ma vivo in un mondo, dove ci sono anche gli altri e quindi accetto di appartenere a una Comunità umana, reprimendo quella che Freud chiamava una “frustrazione narcisistica”.
Il problema di simbolizzare e sublimare la violenza è reso difficile da due nuovi comandamenti presenti nella società contemporanea: il primo è la costante ricerca del nuovo, la spinta a cercare quello che non si possiede nell’illusione che quello che non si ha nasconda il segreto della felicità; il secondo è la ricerca del successo e nessun periodo storico l’ha enfatizzato fino a demonizzare l’errore, il fallimento, l’insuccesso, esaltando la propria immagine narcisistica fino al punto di “utilizzare la violenza, il passaggio all’atto brutale, al posto di assumere su di sé il peso della propria solitudine e del proprio fallimento”.
Già Pasolini aveva messo in guardia di fronte a una “mutazione genetica” degli italiani, per effetto della quale l’individuo potrebbe trasformarsi in una macchina del godimento e, quando questo meccanismo entra in funzione, si forma una miscela esplosiva tra narcisismo e depressione per cui, di fronte al fallimento nell’inseguire il mito del Successo, può nascere la convinzione di essere diventato superfluo e inutile per la società. Questa condizione psicologica può far entrare nel tunnel della depressione e quindi sfociare in atti violenti e ingiustificabili, perché il ricorso alla violenza può essere visto come “il talismano malefico per esorcizzare l’appuntamento fatale con la nostra vulnerabilità e insufficienza





