Home Opinioni 7 OTTOBRE 2025, QUANDO IL TERRORE HA COLPITO LA LIBERTA’

7 OTTOBRE 2025, QUANDO IL TERRORE HA COLPITO LA LIBERTA’

0

di Salvatore Perillo

Perché difendere Israele significa difendere L’Occidente.

Il 7 ottobre 2023 rimarrà nella storia come il giorno in cui il terrore ha varcato i confini della civiltà. L’attacco su larga scala portato da Hamas contro le comunità israeliane ha seminato morte e rapimenti: centinaia di civili uccisi, centinaia di ostaggi trascinati via nelle tenebre. Non è opinione: è realtà documentata, un’azione pianificata che ha preso di mira persone inermi, nelle loro case e nei loro luoghi di vita. Difendere Israele dopo quel massacro non è una scelta ideologica: è una reazione di legittima autodifesa di uno Stato attaccato nella sua stessa esistenza.

Condannare Hamas non è un esercizio retorico come qualche intellettuale vuol farci credere. È riconoscere che dietro la maschera della politica si cela una macchina della morte che usa la popolazione come scudo e il sangue come moneta di scambio. Hamas governa la Striscia di Gaza imponendo regole che limitano libertà e diritti: nella pratica, una leadership che saccheggia le aspirazioni dei propri concittadini per mantenere potere e controllo. Dire che Hamas tiene in ostaggio il popolo palestinese non è solo uno slogan: è il quadro politico che spiega perché la violenza si ripete, e perché la strada per la libertà del popolo palestinese deve passare anche dal superamento del giogo di chi lo opprime, non dal semplicistico riconoscimento di una Stato di Palestina.

Ciò non toglie nulla al fatto che esistono palestinesi vittime della stessa violenza: civili che meritano diritti, sicurezza e opportunità. Ma la distinzione tra la leadership militare di Hamas e il popolo che vive sotto la sua autorità è cruciale. È altrettanto cruciale ricordare che lo Stato di Israele non è un monolite chiuso: al suo interno vivono cittadini arabi che partecipano alla vita politica e accademica del Paese. La presenza di rappresentanze arabe nella Knesset e la crescente partecipazione di studenti arabi nelle università israeliane dimostrano il pluralismo spesso taciuto da chi arma la retorica pro-pal. Questi elementi complicano e smentiscono le letture semplicistiche che vogliono Israele come un’istituzione intollerante.

Nel dibattito pubblico la parola “genocidio” pesa come un macigno. È un termine giuridico preciso che richiede la dimostrazione dell’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale. Per me usare quel termine in modo indiscriminato rischia di svuotarne il significato e di offuscare le responsabilità reali, mentre la priorità immediata dovrebbe restare il recupero degli ostaggi, la protezione dei civili e la ricerca di soluzioni che riportino la sicurezza e la dignità a tutti. Il confronto sulle parole non può sostituire il dovere di salvare vite e restituire libertà.

E infine la pagina più umana e dolorosa: i soldati israeliani e gli ostaggi. Giovani donne e uomini che hanno scelto di mettere corpo e cuore tra il terrore e le loro famiglie. Decine di ostaggi, molti ancora tenuti prigionieri, segnati dalla fame, dalle torture, dalla privazione: simboli viventi di una brutalità che non può essere normalizzata. I militari che oggi combattono lo fanno per proteggere civili e riportare a casa chi è stato strappato via: non un atto di vendetta, ma l’esercizio del diritto di difendere la propria gente. Il loro sacrificio è la barriera che, in questo momento storico, tiene alta la difesa della libertà nel cuore del Medio Oriente.

Se esiste una lezione che viene da quel tragico 7 ottobre, è che il mondo libero non può trattare allo stesso modo chi sceglie la democrazia e chi sceglie la barbarie. Difendere Israele – oggi – significa difendere il principio che la politica si decide nelle urne e nella società civile, non con il massacro di famiglie e il rapimento di bambini. Significa chiedere verità per le vittime, giustizia contro i colpevoli e, al tempo stesso, percorsi che restituiscano autonomia e speranza ai civili palestinesi tenuti prigionieri dall’ombra di Hamas.

Israele resiste.

I suoi soldati resistono.

Gli ostaggi sopravvivono nella speranza che la libertà torni.

E chi, nel mondo libero, vuole ancora difendere il diritto alla vita, alla democrazia e alla dignità, oggi non può che stare con chi lotta per questi valori.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui