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10 MESI PER PROSCIOGLIERE UN CARABINIERE CHE SI E’ DIFESO DA UNA AGGRESSIONE CHE POTEVA ESSERE MORTALE

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10 mesi!

Ci sono voluti 10 mesi per arrivare all’archiviazione del procedimento penale aperto contro il Luogotenente Masini che, la notte di Capodanno, fu costretto a difendersi da una mortale aggressione.

Un calvario giudiziario durato quasi un anno dall’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, per aver causato il decesso di un esagitato che, armato di coltello, dopo aver già gravemente ferito quattro passanti, tentava ripetutamente di sferrargli fendenti letali.

Un anno per chiudere una vicenda che era chiara dopo un minuto.

Un’indagine aperta senza alcun indizio di reato, scaturita per aver agito nel legittimo adempimento del proprio dovere.

Una procedura illogica, mascherata da atto dovuto e generata da un automatismo non previsto da alcuna normativa.

Un atto palesemente contrario all’art 335 del codice di procedura penale nel quale si stabilisce che:
“Il pubblico ministero provvede all’iscrizione nel registro di reato del nome della persona alla quale il reato è attribuito, non appena risultino indizi a suo carico.

Ebbene, quali erano gli indizi a carico del Luogotenente Masini che ne hanno giustificato l’iscrizione e che l’hanno tenuto sotto indagine per 10 mesi?

Ma prima di rispondere a tale laconica domanda, bisogna porsene un’altra: cos’è l’indizio?

L’indizio è un segno, un dato, un fatto o una circostanza certa, che si deve rilevare dagli elementi probatori raccolti.

O c’è nel fascicolo del PM, o non c’è.

Se c’è, il magistrato, ai sensi dell’art 335, iscrive qualsiasi persona nel registro degli indagati.

Se non c’è non può farlo.

E non mi si venga a dire che l’iscrizione serve proprio per verificare la presenza di tali indizi. Perché con tale ragionamento si sovverte la logica elementare.
Nessuno può essere formalmente indagato alla ricerca dell’indizio.

Bensì deve essere iscritto nel registro degli indagati alla presenza dell’indizio.

Ma dirò di più.

Non solo agli atti in possesso del PM non c’era alcun indizio, ma al contrario il magistrato era immediatamente in possesso di più video ripresi dalle persone presenti ai fatti.

E in quei video si notava distintamente il Luogotenente intimare più volte la desistenza all’aggressore che brandiva la lama.

Lo si vedeva esplodere più e più colpi a scopo intimidatorio.  Più e più colpi alle gambe.

E solo alla fine, per evitare di soccombere, venivano esplosi quei colpi che neutralizzano la minaccia micidiale. Una legittima difesa da manuale.

Una legittima difesa che riunisce palesemente i requisiti dell’inevitabilità, dell’attualità del pericolo, della proporzionalità.

Cosa significa questo? Significa che negli elementi probatori in possesso del PM non solo non c’era l’indizio di reato, ma c’era proprio il contrario dell’indizio. Era certificata l’assenza dell’indizio.

E allora, chiedo fino alla nausea, perché indagarlo?  Perché tenerlo 10 mesi sotto processo?

A chi era “dovuto” quell’atto? E soprattutto, quale era la logica di tutto ciò? Nessuna!

E quando la logica abbandona la giustizia, i provvedimenti che ne derivano ne stravolgono il senso.

Ed è a quel punto che la tutela del diritto si trasforma nella sua negazione..

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  • Redazione

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