La protesi identitaria di chi ha perso le gambe e non sa più camminare
Antifascisti immaginari. Benito Mussolini è morto ottantuno anni e un mese fa. Eppure la sinistra non fa altro che parlare di fascismo.
Potrebbe essere un problema psichiatrico o la necessità di rimanere vivi non avendo più programmi e idee.
Questo è un viaggio nel cervello degli antifascisti immaginari. Un cervello con due emisferi ben distinti. Il primo ragiona benissimo. Il secondo no.
Nell’emisfero razionale abitano i cinici. Sanno che il fascismo è morto e sepolto. Sanno che nessun regime bussa alla porta, che nessun confino attende, che nessun tribunale speciale si riunisce in seduta notturna.
Lo sanno ma non possono dirlo, perché sull’antifascismo hanno costruito un’intera economia. Carriere giornalistiche, palinsesti televisivi, collane editoriali, cattedre universitarie, festival estivi con aperitivo e dibattito.
La defunta Michela Murgia ci scrisse persino un manuale con questionario allegato: sessantacinque domande per misurare il tasso di fascismo nel sangue.
Risultato garantito: anche chi risponde da antifascista impeccabile viene schedato come “aspirante fascista”.
Il test non assolve mai. Non può permetterselo. Se assolvesse, si spegnerebbe la macchina.
I cinici sono gente agiata, ben nutrita e in ottima salute che ogni sera indossa in televisione l’espressione del deportato.
Marco Travaglio li ha battezzati “facce da Ventotene”: novelli Matteotti della mutua, barricati in salotti con vista sul centro storico, da dove organizzano una resistenza armata di appelli e sottoscrizioni.
Raccontano quanto vengano censurati dalle frequenze di prima serata. Denunciano bavagli dall’ultima pagina del Corriere.
Aspettano con rassegnazione teatrale che i gendarmi bussino alla porta per deportarli in catene, sperando che sia a Cortina.
Barcollano non sotto i manganelli ma sotto gli insulti dei social network e appuntano ogni offesa sul petto come fosse una medaglia della Resistenza.
Per costoro l’antifascismo non è una fede. È un mestiere.
E come ogni mestiere ha bisogno che il mercato resti aperto. Se il fascismo morisse davvero, definitivamente, irrevocabilmente, un intero ceto professionale finirebbe in cassa integrazione.
Dunque, il fantasma va tenuto in vita. Il fascismo reale, quello capace di minacciare la democrazia, non esiste. La sua ombra proiettata sul muro come in un gioco di bambini.
Fin qui, almeno, si capisce la logica. Cinica, spregiudicata, ma razionale. Il problema è l’altro emisfero.
Nell’emisfero malato abitano quelli che ci credono. Non fingono, non calcolano, non monetizzano.
Vedono fascisti. Li vedono al supermercato, alla fermata dell’autobus, nella maestra dei figli, nel vicino che espone il tricolore alla finestra.
Ogni voce fuori dal coro è un sintomo. Ogni dissenso è un indizio. Ogni elezione persa è un colpo di Stato strisciante.
Vivono in uno stato di allarme permanente, dove la democrazia è ferita ogni lunedì e agonizzante ogni venerdì.
Se esistono i terrapiattisti e i raeliani che pregano gli extraterrestri, se c’è chi è convinto che le mucche possano volare e che gli uccelli siano artefatti meccanici, perché stupirsi che qualcuno avvisti fascisti in ogni angolo?
Questi non sono cinici. Sono malati di una dipendenza ideologica.
La loro mappa mentale si è cristallizzata in un eterno 1922 dal quale non riescono a uscire, come quei soldati giapponesi trovati decenni dopo la fine della guerra ancora convinti di combattere.
L’ideologia ha sostituito il pensiero con il riflesso condizionato, l’analisi con l’anatema, la politica con la liturgia. Il loro antifascismo non è nemmeno più un’opinione. È una sindrome.
Il punto è che entrambi gli emisferi servono allo stesso corpo. E il corpo è una sinistra che non sa più dove andare. Che ha sostituito le fabbriche con i salotti, i braccianti con gli influencer, i diritti con i pronomi e le lotte sociali con la cultura woke.
Quella farneticante bolla autoreferenziale di virtù astratte e indignazione estetica. I sessi non sono più due ma sessantasette e chi ne conta meno è un bigotto. Si assume per colore della pelle e non per competenza e la si chiama inclusione.
Il delinquente è sempre vittima della società e la società non è mai vittima del delinquente. Si censurano parole, si riscrivono libri, film e persino fiabe per paura di offendere qualcuno che non si è nemmeno offeso.
Si corteggiano i voti islamici per disperazione elettorale e si finge di non vedere che la sharia e i diritti civili abitano su pianeti diversi. Si comprava la Tesla quando Musk finanziava i democratici e la si rivendeva indignati quando passava con Trump. Non politica. Guardaroba.
Pier Paolo Pasolini lo scrisse nel 1973, oltre mezzo secolo fa, in una lettera ad Alberto Moravia: l’antifascismo rabbioso sfogato nelle piazze contro un fascismo ormai finito è un’arma di distrazione.
Serve a spingere studenti e lavoratori contro un nemico inesistente, nascondendo la vera minaccia che nel frattempo striscia e si insinua. Pasolini parlava del consumismo.
Oggi si potrebbe dire lo stesso dell’irrilevanza: la sinistra agita il fantasma del fascismo per non dover ammettere di non avere più nulla da dire.
Nulla sulle periferie, nulla sul lavoro, nulla sulla sicurezza, nulla sull’energia, nulla sulla scuola. Su ogni tema concreto il cassetto è vuoto. Ma dal cassetto di scorta si può sempre estrarre Mussolini.
Una volta la sinistra parlava la lingua del popolo. Oggi il popolo non la capisce più. E quando vota dall’altra parte, lo chiama fascista.
L’antifascismo immaginario è questo: la protesi identitaria di chi ha perso le gambe e non sa più camminare.
Non costa nulla. Anzi conviene. Non chiede coraggio, non esige programmi, non impone scelte. Basta un post indignato, un appello firmato, un’espressione sgomenta in televisione.
L’antifascismo storico imponeva la scelta tra la vita e la morte. Quello immaginario chiede solo un divano e una connessione internet.
Winston Churchill, commentando i quarantacinque milioni di italiani, che alla caduta del regime si scoprirono improvvisamente antifascisti, osservò: «Non sapevo che gli italiani fossero novanta milioni».
Oggi la proporzione si è capovolta. Non novanta milioni di antifascisti, ma qualche migliaio di professionisti del lutto che vegliano un morto da trentamila giorni.
E non intendono smettere. Perché se smettessero dovrebbero guardarsi allo specchio. E lo specchio, a differenza del fascismo, è reale.






