Su “La Stampa” ennesimo intervento a favore del NO al referendum che verrà. Questa volta scendono in campo Giancarlo Caselli e Vittorio Barosio.
Spiegano che “La legge sulla ‘separazione delle carriere’ è nata dal timore che i Pubblici Ministeri abbiano sui giudici, nel processo penale, un’influenza maggiore degli avvocati difensori”.
Giustamente si preoccupano che i cittadini, “anche quelli privi di competenze giuridiche, siano a conoscenza di ciò su cui daranno il loro voto”.
Questo dovrebbe essere il compito del servizio pubblico e degli organi d’informazione: rendere note in modo asettico e comprensibile le ragioni dei favorevoli e dei contrari.
“Cerchiamo sommessamente, di chiarire i punti fondamentali della legge”, scrivono Caselli e Barosio. Se ne deduce che, se si assumono questo compito, servizio pubblico e mezzi di informazione non lo assolvono; quantomeno non in modo sufficiente.
Per Caselli e Barosio i punti essenziali sono fondamentalmente tre: “La “separazione delle carriere” fra pubblici ministeri e giudici. Si usa sempre questa espressione e la stessa legge parla di “distinte carriere”. Ma tale separazione non è in realtà prevista. Il concorso per l’ingresso in magistratura resta unico, tanto per chi vorrà poi fare il giudice quanto per chi vorrà fare il PM. E restano anche uguali sia la progressione nella carriera sia quella nella retribuzione. Quelle che vengono veramente separate sono le funzioni fra PM e giudici, perché d’ora in poi un PM non potrà più diventare giudice, e viceversa. Ma questa è una riforma quasi irrilevante, perché, di fatto, già in passato meno dell’1 per cento dei magistrati ha voluto cambiare funzioni”.
Se è una riforma “quasi irrilevante” perché si scaldano tanto e la denunciano come pericolosa e minacciosa, un attentato alla Costituzione, all’indipendenza, all’autonomia? E’ “quasi irrilevante…”.
Il Consiglio Superiore della Magistratura, scrivono Caselli e Barosio, fino ad oggi era unico, composto sia da giudici sia da PM. “Ora il Csm viene spezzato in due: un Csm per i giudici e un Csm per i PM. Questi ultimi avranno così un Csm senza giudici e “tutto loro”. Non è fuor di luogo immaginare che il Csm dei PM, senza una componente di giudici che funga da elemento equilibratore, possa agire in modo non imparziale sulle importanti funzioni che gli competono: le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti e le valutazioni di professionalità dei PM. Questi diventeranno così una sorta di “corpo separato”, senza contrappesi e libero da vincoli: con tutti i pericoli che possono derivare ai cittadini dall’operato di qualsiasi organismo che può agire in modo sostanzialmente libero. E i PM, con i loro poteri, possono incidere fortemente sulla vita di tutti noi: si pensi alla loro facoltà di privare un cittadino della libertà personale e di esercitare nei suoi confronti l’azione penale”.
E’ appena il caso di osservare che i pericoli paventati sono quello che già ora accade tutti i giorni, con l’aggravante che i “giudici” sono giudicati e subiscono l’influenza dei PM. Ma l’affermazione di Caselli e Barosio, sotto l’apparente patina del buon senso, rivela assai più di quello che non dica: è questa la concezione che hanno dei PM? Queste sono le minacce, le “libertà” che si potrebbero concedere i PM una volta che non si sentono più “controllati” (pardon: equilibrati) dai giudici? E’ questa l’opinione che hanno dei loro colleghi? A maggior ragione, dunque, vanno sottoposti a qualche forma di controllo e responsabilizzazione, come, per esempio, la responsabilità civile personale.
Ancora: Caselli e Barosio sostengono che “allontanando i PM dai giudici, e quindi dalla cultura della giustizia, li si porterà inevitabilmente nell’orbita e sotto le direttive del potere esecutivo. Il che contrasta con il fondamentale principio della separazione dei poteri…”.
Un momento: prima si mette in guardia dal rischio che i Pubblici Ministeri non più “responsabilizzati” dai giudici si potrebbero concedere qualsivoglia potere e strapotere. Poi, contrordine: verranno vincolati alle direttive del potere esecutivo… Qualcosa non torna.
Infine, l’Alta Corte Disciplinare: la composizione di questa Alta Corte può far nascere dubbi sulla sua effettiva idoneità a svolgere la delicata funzione disciplinare che le viene affidata. Dei 15 giudici che la compongono 3 vengono scelti mediante sorteggio da un elenco di soggetti formato dal Parlamento, e 9 mediante sorteggio fra gli appartenenti alle categorie di giudici e PM. In totale ben 12 giudici dell’Alta Corte Disciplinare vengono scelti per sorteggio. Senza nulla togliere al valore dei nostri singoli magistrati, è sicuro che il sistema del sorteggio sia il più idoneo ad assicurare la bontà delle delicate decisioni disciplinari dell’Alta Corte?
Da una parte “senza nulla togliere al valore dei singoli magistrati”. Dall’altra “è sicuro che il sorteggio sia il più idoneo…”. Mettiamoci d’accordo: se il sorteggio non è il più idoneo, allora inevitabilmente si toglie qualcosa al valore dei singoli magistrati. Tertium non datur.
Nessuno sostiene che con questa riforma si velocizzeranno i processi. Si sostiene che in omaggio al rito che abbiamo adottato svariati anni fa, accusa e difesa saranno sullo stesso piano e si lascerà al giudice la libertà piena di giudicare.
Per velocizzare i processi non esistono ricette magiche. Esistono metodi già in uso in altri paesi democratici, e se ne potrebbe/dovrebbe finalmente discutere. Non sono la panacea di tutti i mali, ma costituiscono la riduzione del danno.




