Il remake del patto tra Hitler e il Gran Mufti di Gerusalemme nel 1941
In Italia radicalismo islamico e neonazismo si stanno saldando con obiettivi comuni, anche se si odiano tra loro.
Attenzione, però. Non è una novità legata a dei ragazzini sui social, ma il remake del patto tra Hitler e il Gran Mufti di Gerusalemme nel 1941.

Lo ha svelato l’indagine “White jihad”. Chiamata così dagli investigatori che hanno scoperto chat segrete in cui la simbologia neonazista convive con il materiale jihadista.
Sull’altro versante, le procure inseguono ragazzini sempre più giovani radicalizzati dall’ISIS.
Diciannove minori detenuti per terrorismo jihadista, il quindicenne tunisino di Firenze arrestato che cercava online come costruire una bomba e come raggiungere la Siria.
La cellula “Da’wa Italia” smantellata a Bologna nel dicembre 2024, il minorenne di Bergamo che pianificava un attentato incendiario. I servizi segnalano l’impennata della radicalizzazione jihadista giovanile dopo il 7 ottobre 2023.
Tutto si mischia con un fine eversivo comune, la svastica e la bandiera dell’ISIS, il negazionismo della Shoah e l’apologia del martirio islamico, mescolati in un mix di ideologie convergenti nei fini.
Tra l’altro, la prova materiale era stata addirittura trovata a Gaza, con la copia in arabo del Mein Kampf mostrata alle TV mondiali dal presidente israeliano.
Prosegue un percorso iniziato il secolo scorso. Ritratta in foto è la tredicesima divisione di montagna delle Waffen-SS, composta da musulmani, benedetti dal Gran Mufti e mandati nei Balcani a dare la caccia a partigiani ed ebrei.
Il fez e il teschio delle SS cuciti sulla stessa uniforme. Ottant’anni prima di Telegram.
Cosa tiene insieme due dottrine che si disprezzano?
Il razzismo nazista considerava l’arabo una razza inferiore. Il fondamentalismo islamico vede nel nazista un infedele idolatra. Eppure si saldano.
Si saldano perché hanno un solo nemico in comune e quel nemico cancella ogni distanza: l’ebreo. Per l’uno il complotto della razza, per l’altro l’occupante da ricacciare a mare.
Cambia la teologia, coincide il bersaglio.
Da qui il resto viene da sé. Chi odia lo stesso nemico finisce per copiare i metodi.
I neonazisti delle chat studiano i manuali jihadisti per fabbricare ordigni, ne adottano il culto del martirio e l’addestramento del lupo solitario.
I radicalizzati, a loro volta, rubano al neonazismo l’estetica della potenza, la disciplina del branco, il mito della razza dei vincitori.
Non un’alleanza, un contagio. E il laboratorio è nelle loro camerette da letto. Quella del quindicenne che impagina la svastica accanto al versetto e quella del giovane che studia il metodo per uccidere più infedeli.
È un fenomeno preoccupante e insieme paradossale. I neonazisti vogliono fare piazza pulita degli immigrati per liberare la nazione, mentre gli altri ad andarsene non ci pensano proprio, perché vogliono islamizzare il Paese.
Ora però nessuno tiri fuori la remigrazione, chiesta a gran voce da sempre più italiani.
Rimpatriare chi non ha titolo a restare è una proposta politica, discutibile quanto si vuole, ma dentro il recinto della legge: ha un soggetto che è lo Stato, uno strumento che è la norma, un limite che è la procedura.
Il neonazismo, invece, non chiede nulla allo Stato, lo vuole abbattere. Non ragiona di chi ha titolo a restare, ragiona di chi ha diritto a esistere. Il confine tra le due cose non è una sfumatura, è la legge stessa. E i ragazzini delle chat quel recinto lo hanno scavalcato.
Perché il punto non è l’opinione di destra cresciuta male.
È l’abbandono del terreno su cui ogni opinione vive. Quei minorenni non sono elettori arrabbiati, sono soggetti che hanno smesso di credere che valga la pena votare, discutere, convivere.
Hanno scelto il mito o la religione contro la legge. E il mito, quando combacia con quello jihadista sull’unico chiodo dell’antisemitismo, smette perfino di avere un colore.
Dal 2023 i minorenni finiti sotto inchiesta per terrorismo islamista o odio razziale sono decine. Non un fatto di cronaca, un serbatoio.
L’Italia non ha avuto le stragi che hanno insanguinato Parigi e Oslo e proprio per questo vive l’unico momento in cui qualcosa si può ancora fare: prima del morto, non dopo.
Resta la fotografia.
Il turbante chino sul fucile, il fez accanto al teschio delle SS, lo stesso bersaglio nel mirino. Non stiamo scoprendo niente. Stiamo ricordando male.
La saldatura, che fingiamo di vedere oggi per la prima volta, ha già marciato in uniforme e i nostri nonni la incrociarono per strada.
L’unica novità è l’età di chi oggi la rimette in fila: allora vestiva una divisa, oggi tiene in mano un telefono.





