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Con l’assoluzione di Berlusconi e Dell’Utri, una riflessione è doverosa

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Una democrazia che smette di distinguere tra ciò che è provato e ciò che è semplicemente creduto finisce per trasformarsi in una repubblica delle ossessioni

Tutto cominciò nel febbraio del 1994.
L’Italia stava uscendo dalle macerie della Prima Repubblica e già una parte della ‘nomenklatura politico-giudiziaria’ cercava il modo di commissariare la nascente Seconda.

Fra i primi a lanciare il segnale fu Luciano Violante, toga rossa prestata alla politica. Erano passati meno di dieci giorni dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. E lui, lui – Violante – e non altri, cominciò ad alludere a prossimità mafiose del Cavaliere. Da quel momento – il febbraio del ’94 – prese forma una delle più infami operazioni politico-mediatiche della storia repubblicana.

Il metodo era semplice: insinuare oggi ciò che prometteva di dimostrare domani.
Quel domani, però, non arrivava mai. Non è arrivato mai.

Perchè la prova definitiva restava sempre dietro l’angolo, come il Messia nelle sette millenaristiche che da secoli ne annunciano l’arrivo rimandandone ogni secolo la venuta.

Nel frattempo, entravano in scena i professionisti della narrazione. Gli ‘assassini’ di una perdonalità politica. Gli sfregiatori della storia e del nome di questo povero Paese.

Taluni giornalisti, qualcuno in particolare, inserì quella vicenda in uno dei principali filoni della propria produzione giornalistica. Libro dopo libro, articolo dopo articolo, apparizione dopo apparizione, si consolidò un racconto nel quale il sospetto non era più un punto di partenza ma una conclusione già scritta.

Altri conduttori televisivi, ne fornirono invece la rappresentazione teatrale.
Gli studi televisivi diventano così tribunali popolari in cui il verdetto precedeva il dibattito. Non informazione ma rappresentazione giacobina.

Non confronto ma obbligo all’auto da fè. Non ricerca della verità ma conferma delle convinzioni di un pubblico già rimbambito e convertito.

Per oltre trent’anni una parte dell’Italia ha vissuto dentro questa gigantesca camera dell’eco.

Le stesse accuse.
Le stesse allusioni.
Gli stessi sottintesi.
Gli stessi editoriali indignati.
Le stesse certezze granitiche.

Come quei grammofoni rotti che continuano a ripetere la medesima strofa mentre il mondo intorno cambia stagione.

E, alla fine?

Sei archiviazioni. Ieri l’altro quella definitiva.

E una domanda imbarazzante: che cosa rimane di trent’anni di calunnie, di campagne giornalistiche, di processi mediatici, di prime serate costruite attorno alla convinzione che il grande segreto fosse ormai sul punto di essere svelato?

Una montagna di parole e residui intestinali.
Una cordigliera di carta stampata, oggi utile solo ad avvolgerci il pesce.
Un oceano di ore televisive più opache di una cloaca.

E una verità storica infinitamente più complessa delle caricature con cui la si è voluta sostituire.

Vedete: il punto non è solo difendere Silvio Berlusconi e la sua memoria.
Gli uomini politici appartengono alla storia e alla critica della storia.

Il punto è difendere un principio più antico e più importante: i fatti.
Perché una democrazia che smette di distinguere tra ciò che è provato e ciò che è semplicemente creduto finisce per trasformarsi in una repubblica delle ossessioni.
E le ossessioni, come tutte le malattie, finiscono per divorare anzitutto coloro che le coltivano.

Così oggi, guardando a quella interminabile stagione di accuse, di anatemi e di demonizzazioni, viene da chiedersi se il vero sconfitto non sia stato il dibattito pubblico italiano.

Troppo spesso trasformato in una caccia al fantasma.
Troppo spesso ridotto a una recita morale.
Troppo spesso consegnato a un’antica e assai italiana illusione: che ripetere una tesi per trent’anni equivalga a dimostrarla.

Non è così.
La verità non nasce dalla quantità delle accuse.
Nasce dalla forza dei fatti. Delle idee chiare e distinte.
Ed è una lezione che questo povero, sciagurato paese continua ostinatamente a non voler imparare.

In ultimo, una nota personale.
Anch’io ho pagato un prezzo. Non altissimo, perché certe monete non hanno grande valore. Ma l’ho pagato. Ho conosciuto il gelo delle compagnie rispettabili, l’ostracismo dei benpensanti, le occhiate di compatimento di chi si credeva dalla parte giusta della storia e invece stava semplicemente dalla parte del coro.
Per anni, nel mio ambiente, dissentire era una colpa. Dubitare era un’eresia. Chiedere prove significava essere già sospetti.

Pazienza.

Se c’è una fortuna che il Signore talvolta concede agli uomini, è quella di non dover pensare con la testa degli altri.

E così, insieme a pochissimi amici veri e soprattutto accanto alla donna che amo, ho assistito allo spettacolo dalla mia modesta turris eburnea. Uno spettacolo istruttivo.

Ho visto generazioni di moralisti correre in tondo come scarafaggi attorno a una lampadina, scambiando il proprio ronzio per il rumore della storia.

Li ho visti agitare dossier, articoli, trasmissioni, sentenze immaginate, rivelazioni imminenti e verità definitive che avevano tutte un difetto: none esistevano.

Eppure, quella blatte stercofaghe continuavano a correre.
Sempre più affannate.
Sempre più rabbiose.
Sempre più certe.

Perché non c’è creatura più ostinata di chi ha investito una vita intera in un errore.
Oggi molti di quei sacerdoti dell’indignazione hanno i capelli bianchi. Alcuni hanno perso il pubblico. Altri hanno perso il prestigio. Quasi tutti hanno perso il contatto con la realtà.

Io no.

E se il tempo tornasse indietro, rifarei tutto.
Accetterei di nuovo la solitudine.
Accetterei di nuovo l’incomprensione.
Accetterei di nuovo il dileggio.

Perché vi sono stagioni nelle quali la dignità consiste semplicemente nel rifiutarsi di abbaiare assieme al branco.

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