
di Nino Orlandi
Condivido parecchie ovvietà dette da Vannacci.
Dico ovvietà perché rispecchiano il buon senso, la banale evidenza, che è cosa ben diversa dal senso comune. O meglio, diversa da ciò che ci impongono come “senso comune”.
E allora perché delle banalissime ovvietà riscuotono così tanto successo? La risposta è altrettanto ovvia e banale: perché nessuno ha il coraggio di dirle.
Il successo del generale è paragonabile a quello del bambino che, unico tra la folla, ha il coraggio di dire che il re è nudo. Unico perché innocente, mentre tutti gli altri affermano ciò che non pensano, ciò che è il contrario di ciò che i loro occhi vedono, per paura e per ipocrisia.
Ciò che non mi piace è che certe cose le dica un generale. Non perché tema chi porta la divisa, ma perché ognuno dovrebbe fare il suo mestiere. Ed il suo mestiere non è la politica. Non dovrebbe esserlo per nessun generale, tranne forse i rari casi in cui abbia vinto una guerra, come Eisenhower, o De Gaulle.
Il problema, però, nel nostro caso non è il generale, ma sono quei politici che continuano a dire, o lasciar dire senza ribattere, cose a cui non credono né loro, né chi li ascolta e li applaude.
Vedi le voci “green”, ”Ucraina”, “giustizia”, auto elettrica”, “integrazione”, “multiculturalismo” e tante altre.
Il populismo trova terreno fertile quando la politica si allontana dal popolo, si riempie la bocca di paroloni, si dedica a battaglie contro fascismi inesistenti, dedica il suo impegno a problemi come l’utero in affitto, lo jus soli e le pietre aride dell’Adige, mentre i salari non crescono, gli studenti sparano ai professori, per fare un esame medico bisogna aspettare un anno e per rinnovare il passaporto bisogna prenotare con lo spid e poi aspettare sei mesi.





