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PD, il partito con la evve moscia

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PD, Partito Democratico

Il dogma di essere il partito dei colti, dei competenti, dei moralmente superiori

PD, il partito che non sbaglia mai. Gli iscritti di quella cosa informe che resta del PCI votano nei circoli e scelgono Stefano Bonaccini come segretario. È il febbraio 2023.

Giusto una settimana dopo, i gazebo aperti a chiunque passi per strada ribaltano il verdetto e consegnano il partito a Elly Schlein.

Come se sui lavori decisi dall’assemblea di un palazzo con 12 famiglie fossero poi chiamati a votare tutti gli abitanti di un intero quartiere e il loro voto contasse di più dei condomini.

Nel mondo reale sarebbe impensabile e, soprattutto, impossibile. Ma il PD è oltre, a volte gli basta mettere un asterisco in fondo a un aggettivo e sono tutti felici e contenti.

Il fatto è che un partito che non affida nemmeno ai propri militanti l’ultima parola sul proprio segretario pretende da ottant’anni di insegnare agli italiani come si vota.

Perché questa bislacca sinistra ha costruito la propria identità su un dogma: essere il partito dei colti, dei competenti, dei moralmente superiori. Gli altri sbagliano per ignoranza; loro, al massimo, hanno ragione troppo presto.

Peccato che la storia racconti l’esatto contrario: una sequenza ininterrotta di scelte sbagliate, compiute sempre con la stessa granitica sicumera.

Si può cominciare dal dopoguerra, quando al confine orientale i comunisti nostrani teorizzavano la cessione di terre italiane alla Jugoslavia di Tito, mentre parlare delle foibe era tabù. Chi ci provava veniva bollato come fascista.

Ci vorranno quasi sessant’anni perché lo Stato dedichi alle vittime un Giorno del Ricordo. Sessanta. Senza che da quelle parti nessuno abbia mai fatto ammenda. E c’è ancora chi lo diserta.

Oppure dal 1948, quando a un Paese appena uscito da una dittatura si indicava come faro Mosca, dove il pluralismo politico era già finito da un pezzo.

Alla morte di Stalin il pianto fu collettivo e organizzato: si commemorava come un padre l’uomo dei gulag e delle purghe. Tre anni dopo, davanti ai carri armati che schiacciavano Budapest e i suoi morti, la scelta fu di stare con i carri.

Qualcuno ha mai chiesto scusa? La domanda è retorica.

Negli anni Sessanta l’infatuazione di una parte della nuova sinistra studentesca si spostò a Pechino: la rivoluzione culturale di Mao, con i suoi processi di piazza, le umiliazioni pubbliche e oltre un milione di vittime, veniva celebrata nelle università italiane come un’alba di liberazione.

Nel decennio successivo, davanti al terrorismo rosso che ammazzava magistrati, giornalisti e operai, si preferì a lungo l’aggettivo “sedicenti”: come se la stella a cinque punte fosse un equivoco.

A rompere definitivamente quella rimozione con la sua vita fu Guido Rossa, operaio, sindacalista e comunista. Denunciò un brigatista infiltrato all’Italsider e per questo fu assassinato.

Poi gli anni Ottanta, con la “questione morale” brandita come clava contro ogni ammodernamento del Paese, mentre i finanziamenti sovietici arrivavano puntuali e il sistema delle cooperative prosperava negli appalti pubblici.

Poi la stagione giustizialista e manettara, quando la sinistra pensò di vincere per via giudiziaria ciò che le urne negavano.

Seguì la lunga teoria di alleanze contratte e rinnegate, fino ai Cinquestelle: ieri “populisti pericolosi”, oggi pilastro parolaio del campo largo.

E in questi giorni assistiamo al capitolo più incredibile. Il partito che sfila per i diritti delle donne va a cercare consenso dove le donne contano meno di zero: candidature costruite esplicitamente sulla rappresentanza comunitaria, nelle comunità islamiche più chiuse.

Venezia lo ha mostrato in modo quasi didascalico, con tanto di propaganda elettorale in lingua. Il femminismo si ferma dove comincia il pacchetto di voti.

E, intanto, mentre si discuteva di asterischi e desinenze, gli operai se ne andavano.

Nel frattempo, ai Parioli i figli di papà della sinistra continuavano a gridare con l’erre moscia: “il poteve deve esseve opevaio” e “fascisti cavogne, tovnate nelle fogne”. Contenti loro.

Le fabbriche che furono roccaforti rosse oggi votano a destra e nei quartieri popolari, dove le sezioni del PCI erano una seconda casa, il partito dei lavoratori raccoglie briciole. Vince nelle ZTL, nei centri storici, tra chi la crisi la legge sui giornali invece di viverla.

All’operaio che perde il posto per le genialate green di Bruxelles si risponde con lo schwa; alla famiglia che ha paura sotto casa si spiega che la sicurezza è “un problema di percezione”.

Percezione: mai una parola ha fotografato meglio l’arroganza di chi giudica dall’attico. Non sono gli operai ad aver tradito la sinistra. È la sinistra che ha traslocato.

Del resto, i traslochi sono una specialità della casa. Ogni volta la stessa liturgia: si cambia sigla, da PCI a PDS, da DS a PD, convinti che basti ridipingere la facciata perché nessuno ricordi cosa c’è dentro.

La cosa informe di oggi è il risultato di quei traslochi: ogni volta si è perso un pezzo di identità, mai un grammo di arroganza.

Ottant’anni di storia pongono una domanda semplice, che nessun congresso ha mai avuto il coraggio di mettere all’ordine del giorno.

Come può definirsi il partito dei migliori chi si è trovato, in ogni snodo decisivo del Novecento e oltre, dalla parte sbagliata?

Berlusconi glielo gridava dai palchi: “Siete sempre e solo comunisti”. Ridevano, lo chiamavano ossessionato.

Poi hanno eletto una segretaria che ha scambiato le aule parlamentari per l’assemblea di un’occupazione studentesca e della quale aspettiamo con ansia il primo tazebao scritto a pennarello, appeso all’ingresso del Nazareno.

Trent’anni di smentite sdegnate e, alla fine, la conferma a Berlusconi gliel’hanno data da soli.

I posteri non dovranno nemmeno faticare a giudicare. Basterà mettere in fila i fatti. È ciò che a sinistra, da ottant’anni, nessuno ha mai osato fare.

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