
di Francesco Pontelli
La Commissione Europea ha preteso nel 2022 come forma di ritorsione successivamente all’inizio della guerra Russo Ucraina di azzerare le importazioni di gas dalla Russia.
Gli stessi vertici istituzionali europei avevano previsto il sicuro default dell’aggressore russo nel giro di pochi mesi (le previsioni per il 2024 indicano il pil russo tre volte quello europeo dopo un 2023 già doppio) .
Contemporaneamente la UE ha imposto una transizione energetica la quale prevedeva un azzeramento dell’utilizzo di combustibili fossili anche attraverso una mobilità sempre più elettrica, arrivando al delirante divieto di produzione di automobili a combustione interna dal 2035.
In relazione alle importazioni di gas russo alcuni stati membri della stessa Unione come Germania e Spagna lo hanno sfacciatamente aggirato attraverso semplici triangolazioni. Viceversa questo obbligo europeo è stato osservato diligentemente dal governo Draghi, il che ha comportato una aggravio di costi notevole, sia per le imprese che per le famiglie italiane, le quali si vedono costrette a consumare gas proveniente da altri paesi con prezzi decisamente superiori.
In questo contesto generale si inserisce la volontà ideologica, appunto, di una transizione della mobilità verso la modalità elettrica la quale richiede investimenti ancora oggi insostenibili sia per le aziende che per i consumatori.
In più questo scenario ha accelerato le delocalizzazioni attraverso le quali le aziende stesse cercano di avviare la produzione di veicoli elettrici laddove i costi risultino inferiori a quelli italiani e non solo per un minore costo della manodopera.
In questo modo si ottengono due obbiettivi in quanto si accresce la redditività degli investimenti (1) e magari si ottiene un prodotto a prezzi più accessibili ampliando un minimo la domanda interna (2) .
Quindi, la scelta di Stellantis di trasferire la produzione da Pomigliano d’Arco ( NA ) in Serbia della nuova Panda elettrica esprime la volontà di perseguire i due traguardi (1e2) e sostenuta da una volontà politica espressa dalla Commissione Europea intrisa di ideologia ambientalista.
L’ effetto finale diventa veramente surreale in quando queste aziende, con l’obbiettivo di produrre questo tipo di nuovi veicoli a costi minori, dellocalizzano le produzioni verso quegli stati i quali possono offrire un costo inferiore di produzione anche grazie alla forniture di gas dalla Russia di Putin avendo rinnovato la fornitura con l’azienda russa nel 2022c(*).
In altre parole, la transizione energetica nella sua applicazione della mobilità spinge le produzioni di questi veicoli verso quei paesi che hanno mantenuto la fornitura di gas russo in quanto assicura minori costi energetici.
Il medioevo intellettuale unito ad un assolutismo ideologico ambientalista in aggiunta ad una assoluta mancanza di competenze ha così raggiunto un livello in Europa modesto come nel nostro paese.
Gli effetti nefasti della politica energetica europea e nazionale si traducono in precisi fattori antieconomici, sconosciuti agli stessi organi istituzionali che dovrebbero operare per il bene del paese e del continente europeo.
La cancellazione di decine di migliaia di posti di lavoro è solo all’inizio di un cataclisma occupazionale senza precedenti e di entità ancora oggi difficile da ipotizzare.
La vicenda della Panda Elettrica e della sua delocalizzazione dimostra il fallimento strategico espresso con l’embargo alle forniture di gas russo delle quali la UE intendeva liberarsi e che ora invece rappresentano un fattore determinante nella scelta dei siti produttivi.
L’unico obbiettivo così raggiunto dalla Commissione Europea rimane quello del progressivo impoverimento della economia industriale europea.





