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L’ARCAICA RETORICA ANTIFASCISTA

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di Vito Schepisi
 
Il fascismo non è mai stato un filone del pensiero politico.
Il vocabolo “fascismo, è nato solo nel secolo scorso ad opera di Benito Mussolini (socialista e direttore dell’Avanti) che capeggiava una corrente massimalista della sinistra storica italiana.
Il Movimento dei “Fasci” Mussolini lo fondò nel 1914, mentre la scissione dal Partito Socialista avvenne nel 1919. Dalla scissione di questa corrente nacque il PNF che nel 1922 organizzò la “Marcia su Roma” e prese il potere in Italia.
Anche il comunismo italiano è nato nel secolo scorso, in conseguenza d’altra diversa scissione, e sempre d’una corrente massimalista della sinistra italiana.
Nel 1920 s’era tenuto a San Pietroburgo il Congresso dell’Internazionale Comunista.
Dai lavori emerse la linea della svolta rivoluzionaria e l’approvazione dei famosi “21 punti” per l’adesione dei partiti socialisti europei all’Internazionale Comunista.
Il settimo punto citava espressamente l’obbligo dell’espulsione di Turati (definito opportunista) e d’altri componenti l’area riformista dei socialisti italiani.
Nel 1921 a Livorno, il Congresso del Partito Socialista respinse la richiesta d’espulsione di Turati.
La corrente massimalista di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Terracini abbandonò pertanto i lavori del Congresso e, riunitasi presso il Teatro San Marco, fondò il Partito Comunista d’Italia.
Alla base del nuovo Partito, c’erano i punti proposti da Bordiga:
“la necessità del ricorso alla violenza rivoluzionaria come unica possibilità per le masse proletarie di conquistare il potere”;
“il rifiuto a partecipare alle elezioni in quanto mera convenzione borghese e priva di reale valore”.
Questa è la verità storica in Italia della nascita dei due pensieri forti (fascismo e comunismo) del secolo scorso.
Tutto il resto fa parte delle narrazioni ideologiche, dell’opportunismo politico, della propaganda, dell’ignoranza e della tipica retorica aderente al lessico di chi si richiama ai regimi auto-totalitari.
Destra e sinistra, riferiti alle scissioni delle correnti dei socialisti italiani, fanno parte di una semplificazione interna a quel pensiero politico.
La Destra Storica italiana era altra cosa: si richiamava ai valori risorgimentali.
Diversa anche la Sinistra Storica che si richiamava al riformismo ed ai diritti.
Il comunismo si richiamò, invece, al pensiero di Karl Marx (1818-1883) che consisteva nella trasformazione sociale ed economica della Nazione, imponendo il possesso collettivo di tutti i mezzi di produzione e l’abolizione della proprietà privata.
Il fascismo di volta in volta s’è rivelato con l’autoritarismo statalista, col nazionalismo, con il militarismo, con la reazione elitaria, con l’accentramento burocratico.
Una forte base comune tra fascisti e comunisti s’è rilevata nello statalismo e nel burocratismo: evidente retaggio della cultura illiberale.
Se col termine “fascista”, nell’immaginario collettivo, s’è voluto sottolineare tutto ciò che di negativo si rilevava nei modi e nei contenuti della politica, non si può non osservare che tutti i massimalismi e tutti gli autoritarismi, come anche il metodo dell’odio e del pregiudizio, sono di fatto “fascismi”.
Anche il comunismo, pertanto, è un “fascismo” per avere la stessa matrice massimalista e per l’uso ricorrente agli stessi metodi.
A differenza del sistema del pluralismo, del confronto, delle soluzioni condivise, che chiamiamo “democrazia liberale”, il ricorrente ricorso alla retorica sul popolo, sul lavoro, sull’uguaglianza, come quella sulla povertà che si estirpa per decreto, fanno parte del sistema populista, statalista e assistenziale di tutti i regimi.
La democrazia liberale, invece, si richiama agli individui, alle opportunità, alla creazione del lavoro, ai diritti civili, al metodo del dialogo e all’uguaglianza dei punti di partenza
Nei fatti, nelle azioni e nei metodi, un po’ meno nella storia (ove è facile che si marchino le differenze per opportunismo) “Similes cum similibus congregantur”.
Tra fascismo e comunismo, però, c’è stata un’assonanza comune nel rifiuto palese o celato della democrazia liberale.
Comune l’intolleranza, l’uso della violenza, l’odio fazioso, l’antagonismo irrazionale (come due squadre di calcio della stessa città).
Il marxismo, ad esempio, come è stato nell’URSS, consentiva allo Stato di controllare e massificare tutto, annullando pensieri, fantasie, aspirazioni, scelte, intelligenze, impegno, volontà e ingegno.
La caratteristica dei fascismi, oltre all’uso della violenza e dell’assolutismo del pensiero, è nell’obbligo a subire le angherie delle carte bollate, mettendo tutti in fila e soffocando la libertà degli individui.
Una sorta di abitudine ad ubbidire, a sottostare, a privarsi di qualsiasi forma di autonomia.
Mi fanno sorridere coloro che pensano d’esorcizzare il “fascismo” usando la violenza (fisica e morale) in nome del marxismo. Fascismo, nazismo, comunismo, stalinismo, infatti, sono un po’ la stessa cosa, anche se rappresentati con argomentazioni ed in contesti diversi
Dovrebbero esorcizzare se stessi!

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