di Antonio Foccillo
Un bellissimo articolo, sul nostro giornale, di Marforius, dal titolo:“Un paese ove la politica è scomparsa ‘grazie’ alla partitocrazia”, mi ha fatto riflettere sull’attuale basso livello del dibattito politico e dei vari commentatori che avviene oggi non solo nel nostro Paese, ma anche nel mondo.
Si ragiona, ormai da anni, solo su slogan e mai sul merito, sull’offesa a chi non la pensa come te, e, soprattutto, si affrontano le varie tematiche all’ordine del giorno senza una adeguata analisi degli avvenimenti, di come si sono sviluppati e sui riflessi che hanno avuto sulla democrazia e sulla partecipazione.
Purtroppo la banalizzazione qualunquistica, non è dovuta a un destino cinico e baro, ma è voluta, studiata e imposta per evitare che si sveglino le coscienze. Meglio distrarre, al massimo impaurire e descrivere un solo pensiero. Oltretutto, l’opinione pubblica, presa da mille problemi quotidiani, non si interessa di quello che accade, ma guarda solo al suo particolare.
Così si generano i mostri e qualcuno arriva a dire che siamo alla fine della storia. Non voglio parlare delle degenerazioni di Epstein e dei suoi compari. Si può solo commentare che il suo metodo criminale sono i sintomi della desertificazione di qualsiasi valore e del buco nero in cui è caduta l’Umanità.
Sono convinto che tutto nasce da lontano, anche se oggi tutto l’interesse viene spostato sul predominio sugli altri attraverso la guerra, dopo che per quasi tre anni è stato il covid a violare qualsiasi forma di libertà e dei diritti. Ma tutto non è nato per caso.
Sarò anche ripetitivo nelle mie valutazioni, ma sono convinto che l’oggi vada affrontato con un’analisi molto approfondita tutto quello che è accaduto in tutti questi anni, per poter valutare con chiarezza cosa si è determinato nell’economia, nella politica e nel sociale.
Sono state approvate misure che hanno assicurato, a chi dispone di risorse, forme di arricchimento senza passare attraverso il sistema produttivo e hanno permesso alle banche nuove e più estese, forme di speculazione.
La cosiddetta finanziarizzazione dell’economia ha creato un aggravio enorme delle disuguaglianze del profitto, con la conseguenza di un arretramento delle stesse forme e tutele politiche ed economiche che erano tipiche delle democrazie occidentali.
Il capitalismo finanziario ha reclamato sempre maggiori utili, con il processo denominato finanziarizzazione dell’economia, in un contesto economico di globalizzazione caratterizzata da una concorrenza molto forte e dura, dove ognuno intende aumentare la produttività, riducendo i costi.
Di conseguenza per far coincidere gli aspetti finanziari con gli interessi del capitale, si è operato e si continua a compiere la riduzione dei salari, dei contributi sociali e del sistema sociale nel suo insieme. Così il capitale ha disdetto lo Stato sociale e ha imposto la priorità delle sue esigenze, fedelmente tutelate dalle classi dirigenti, al punto che la crescita del profitto della finanza è divenuta il centro delle attività politiche ed economiche delle società neoliberiste.uesta cosiddetta finanziarizzazione dell’econo0mia ha creati un aggravui enorme della disuguagianza nella distrubuzione del profitto, con la conseh
La “dittatura” del liberismo senza limiti si è esplicata nella capacità concessa ai mercati di poter influire nella democrazia degli Stati, arrivando a deporre governi legittimi che non hanno attuato in pieno le politiche neoliberiste, per sostituirli con tecnici rispondenti alle loro necessità. E la crisi economica che si è determinata è caduta tutta sulle spalle dei lavoratori, dei pensionati e della gente comune, mentre la finanza ha registrato incrementi di accumulazione di capitale mai visti prima.
Poi per “entrare” e restare nell’Europa del libero mercato dei capitali, il prezzo pagato dalle popolazioni è stato ed è comunque troppo alto: aumento dei ritmi di lavoro, tagli ai salari reali, disoccupazione, lavoro precario, sottopagato, senza diritti, tagli allo stato sociale, aumento della povertà, emarginazione, peggioramento delle condizioni di vita. Tutto questo ha cancellato per molti definitivamente qualsiasi progetto di vita futura, non solo per i giovani, ma anche per i lavoratori in attività.
Il margine di trattativa dei diritti e degli interessi delle categorie sociali termina completamente, perché il capitale finanziario è diventato creditore esigente degli Stati che si sono indebitati per salvare le banche private, sconvolte dalla crisi dei subprime. È diventato assolutamente prioritario per gli Stati il pagamento del debito e il mantenimento della credibilità davanti ai mercati; perciò, i politici non hanno più potuto fingere di agire “nell’interesse generale” e si sono rivelati e lo fanno anche oggi, essere prigionieri del capitale finanziario.
L’evoluzione del sistema ci ha portato, nella prima fase, (monetarista, deregolamentatrice) della controrivoluzione neoliberista, a un completo svuotamento dei contenuti della politica e nella sua seconda fase, dominata dalla economia del debito, a una aperta sparizione delle forme democratiche annullate da uno stato di eccezione permanente, che continua ancora, prima con la pandemia e poi con la guerra.
Con la vittoria del neo liberismo si è prodotto in tempi brevi una regressione sociale e politica, irreversibile, che ha messo in discussione finanche i principi fondamentali della democrazia.
Certamente il Novecento è stato un secolo che nel suo decorso storico ha conosciuto la nascita e lo sviluppo di sistemi democratico-rappresentativi, compiendo una tappa fondamentale nell’evoluzione del pensiero politico in genere, anche se ha dovuto subire alcune cruente dittature, da cui però si è usciti con il ripristino delle libertà e della democrazia.
Negli ultimi trent'anni, però, la realtà socio-politica è diventata estremamente fluida, con enormi costi sociali, ne è derivato un indebolimento del vincolo sociale; la diminuzione della fiducia; la diffusione dell'alienazione e dell'insicurezza con la conseguenza che il cittadino non si identifica più in questo tipo di società.
A questa caduta di interesse hanno contribuito molti fattori: dal crollo delle ideologie all’abbandono del terreno sociale, quale momento prioritario dell’impegno individuale; una certa riluttanza ad accettare la partecipazione da parte di chi dovrebbe stimolarla; la negazione e il rifiuto di qualsiasi elemento di dissenso; un certo benessere che fa privilegiare gli interessi individuali a discapito di quelli collettivi, una campagna di inquinamento, con la relativa generalizzazione delle valutazioni negative sulla classe politica, che ha generato qualunquismo e disinteresse e una mancanza di modelli ideali.
L’alternativa proposta a questa crisi di legittimità della politica, che prescinde dall’analizzarne le ragioni strutturali e le conseguenze pericolose, è stata ridurre il peso della rappresentanza, sostituendo al politico (come si è fatto anche in Italia con i governi non eletti di Monti, Letta, Renzi, Conte, Draghi) il tecnico o il non eletto, come se quest’ultimo fosse neutrale e di per sé legittimo a governare.
Sono state poche, e lo sono ancora, le voci che mettono in discussione il pensiero unico neoliberista e sono evidenti le difficoltà, ma come suggerisce Seneca a Lucilio: “A volte non è perché le cose sono siano difficili che non si osa, ma è perché non si osa che diventeranno difficili”.
Chi obbedisce acriticamente non si rende conti che la “crisi” è stata causata dalle istituzioni finanziarie che hanno chiesto a noi di salvare il sistema. La cosa più ragionevole da farsi sarebbe stata quella di rifiutarsi di salvarlo, perché esso non soddisfava e non soddisfa le nostre esigenze di libertà e democrazia.
Prima di raggiungere alla realizzazione dell’asservimento totale al pensiero unico dobbiamo riprendere un’azione per far sì che la gente si renda consapevole dei rischi e che si batta per superare la crisi della rappresentanza politica. Essa non è mai stata così avvertita e mai è stata più urgente.
Bisogna che si risolva in una rifondazione della democrazia su una base diversa di quella di oggi. In questo nuovo contesto, si deve riproporre la ripresa delle lotte dei lavoratori e dei cittadini, per imporre il rispetto del dettato costituzionale, mai così offeso e umiliato, per bilanciare il potere di questa nuova e più feroce accumulazione del capitalismo finanziario, ancora più evidente nella guerra che si è scatenata in Ucraina.
Proprio per questo va riflettuto su come ripristinare i valori antichi dell’umanesimo e dell’illuminismo. Sono più che convinto, anche oggi, che nel rispetto delle opinioni di tutti, il pluralismo è il sale della democrazia, e solo l’esistenza di relazioni anche contrapposte, dove ogni soggetto svolga la sua funzione, alimenta e da forza alla democrazia.
Bisognerebbe che la politica e le forze sociale svolgessero la funzione di ripristinare questa cultura, uscendo da un dualismo sterile e inconcludente dello scontro sinistra/destra, riaffermando una nuova concezione di ricostruzione dei valori, per dare vita a un’opinione pubblica che abbia di nuovo voglia di riprendersi gli spazi partecipativi e ridare fiato a regole di una società diversa nella quale, con il contributo dei pensieri critici, comunque si possa realizzare sempre più libertà, uguaglianza dei diritti e democrazia.







