di Vincenzo Olita*
Le Regioni: caldeggiarne l'abolizione probabilmente equivarrebbe ad implementarle
Ne siamo convinti, in questo caso, fermamente convinti: prospettare una soluzione ne produrrà l’esatto contrario, dal discredito dei proponenti al contemporaneo rinvigorimento dello status quo oggetto del mutamento.
Certa sarebbe la stura di un sapiente inarrestabile flusso in difesa di una democrazia, snaturata nel suo naturale significato quale metodo e strumento di governo, accresciuta, invece, nel suo espediente retorico come governo del popolo e di servizio per esso. Certa, la strenua difesa del sistema dei partiti a seguito di una presunta offensiva al ruolo, all’efficacia e all’efficienza del loro essere.
L’orgoglio per il nobile baluardo del Dettato Costituzionale funzionerebbe da confine tra l‘esemplare fedeltà alla Carta e un irresponsabile avventurismo proponente un modello di Stato centralizzato retaggio di superati e inattuali ancien régime.
E l’autonomia regionale, la salvaguardia dei territori, la vicinanza osmotica tra questi e le Genti che vi insistono? Sarebbe un increscioso insopportabile ritorno al passato.
Costituzionalisti e politologi, sacerdotali custodi della suprema Carta, non comprenderebbero proposta e dialettica afferenti ad uno stravolgimento istituzionale, con motivazioni extra giuridiche e in primis con valutazioni socio-politiche.
La modifica, nel 2001, del Titolo V della Costituzione (art.114-133) favorita da un’ampia maggioranza parlamentare vedeva nell’autonomia regionalista differenziata un meccanismo istituzionale per frenare una consistente spinta leghista anche con venature secessioniste. Franco Bassanini pur di favorirne il percorso legislativo esprimeva preoccupazione anche per assopite revanches centraliste.
Non ne trascorse molto di tempo per l’affievolirsi dei progetti autonomistici della Lega e del consenso popolare per la diversa impalcatura istituzionale. All’inverso, per la politica crebbero consenso, partecipazione ed ampi orizzonti verso cui cavalcare per strutturare una democrazia sempre più partecipativa.
E la burocrazia? Ampi spazi di moltiplicazione! Del resto se i livelli di governance sono divenuti cinque: Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, l’occupazione nel settore pubblico ha trovato posizioni da occupare, appunto. Di conseguenza ruoli, mansioni, obiettivi in tanti settori si configurano anche come attività neutre rispetto a processi produttivi.
Già negli anni ’70, Habermas individuava l’insidia che in estesi settori burocratizzati si calcificano appannamenti delle comunità e quindi della convivenza civile.
E come non ricordare il pensiero di Emile Durkheim sull’anomia, uno stato di vuoto rispetto alle norme sociali in relazione al disagio procurato dal sistema normativo. Noi aggiungiamo, burocratizzato e non comprensibile dal Popolo Minuto, appropriandoci di una splendida locuzione in uso nella Firenze medievale.
Qui il ragionamento potrebbe incanalarsi sullo Stato e il ruolo d’interfaccia con le sue diramazioni e quindi sulle sue responsabilità che si accompagnano con un perpetuo ribollio istituzionale. Va da sé che prevedere un superamento delle Regioni presuppone una riforma complessiva dello Stato. Ragionamento che posticipiamo per avventurarci ancora nel Moloch del regionalismo.
Tra i cinque livelli, sei, considerando anche le circoscrizioni, assemblee elettive nelle grandi città, e qui, un omaggio a Ugo La Malfa che tanto aveva patito per ridurli a tre, non saltuariamente si innestano frizioni, ricorrenti e notorie come quelle tra Stato e Regioni con il ricorso alla Corte per legittimità costituzionale previsto dall’art.127. Nel 1983 nasce la Conferenza permanente Stato-Regioni che nel tempo si è andato caratterizzando come un imprescindibile organo istituzionale. Ridondante, eccessivo? Consideriamo che non è un incontro tra entità lontane ed estranee esprimenti radicali dicotomie. Siamo ad una dualità di organi interpretati da personale politico distinto nei ruoli, ma, di fatto, collegato e compartecipe nella strategia e nella missione politica delle distinte aree di appartenenza.
Visionare l’indice ISTAT delle Pubbliche Amministrazioni è come aprire un moderno vaso di Pandora:
Parchi e Aree protette 180
Agenzie per il Turismo 35
Agenzie ed Enti per la Formazione e l’Ambiente 42
Consorzi tra Amministrazioni Locali 171
Fondazioni, Consorzi, Società di Servizi 525
Comunità Montane 300 circa
Tra le Varie:
Agenzie, enti e consorzi per il diritto allo studio universitario
Agenzie ed enti regionali del lavoro
Agenzie ed enti regionali di sviluppo agricolo
Agenzie regionali per la rappresentanza negoziale
Agenzie regionali per le erogazioni in agricoltura
Agenzie regionali sanitarie e aziende ed enti di supporto al SSN
Enti di governo dei servizi idrici e/o dei rifiuti
Enti regionali di ricerca
Aziende ospedaliere, aziende ospedaliero-universitarie, policlinici e istituti di ricovero e cura a carattere scientifico pubblici
Aziende sanitarie locali
Unioni regionali consorzi di bacino imbrifero montano
Tralasciando qualche centinaio di aziende a partecipazione regionale, siamo a qualche migliaio di imprese, tra le utili ed efficienti e quelle ridondanti e inconcludenti con un’utilitaristica partecipazione delle risorse umane che si esaurisce nella loro stessa partecipazione.
Interessante la lettura del vademecum della regione Lazio (non diverso da altri) per la costituzione di consorzi per la gestione associata dei servizi sociali nell’ambito dei distretti sociosanitari. Una plastica visione del livello organizzativo burocratico che impatta gravosamente sui costi gestionali.
Sanità, ambiente, trasporti locali, formazione, agricoltura, sviluppo economico, turismo e urbanistica, sono tra i fondamentali comparti di gestione e di indirizzo politico. Al di là di tutto il conosciuto sulla crisi della sanità, sulla difficoltà dei trasporti, sugli scempi urbanistici, preme sottolineare il cospicuo impegno regionale nel comparto della formazione.
Emilia Romagna e Lombardia sono particolarmente impegnate sui corsi di Gestione delle Emozioni e per Cooperanti di Comunità.
In Toscana, corsi su Intrattenimento e Spettacoli in Luoghi Aperti (Buttafuori)
La Campania si distingue per l’originalità europeista con la formazione per Operatori del Benessere e Acconciatore Abilitato alla Professione in Italia ed Europa.
Tralasciando lo spessore dell’impegno formativo a livello europeo, è opportuno soffermarsi sugli Enti accreditati per la formazione nelle Regioni.
Si tratta di migliaia di organizzazioni, in Campania intorno alle 300, Lombardia oltre 500, Basilicata 91. Molte navigano tra il ridicolo e il faceto, basta guardare le ore di docenza e le materie d’apprendimento, in alcuni casi sono richieste modeste somme per la partecipazione ai corsi, e fin qui, Panta Rei.
È necessario evidenziare il rapporto finanziario che intercorre tra enti accreditati e Regioni, sponsor per una formazione onnicomprensiva e permanente. Ebbene, il sistema si avvale di risorse statali, regionali, comunitarie e fondi PNRR per l’implementazione delle competenze. Si finanzia, l’alta formazione, la riqualificazione professionale e le politiche attive del lavoro, un impegno totalizzante, oneroso e articolato ma foriero di interscambio elettorale e finanziario.
Non si riscontra stesso impegno e stessa accortezza per le grandi criticità che investono i nostri territori, dal semi inesistente piano per l’area vesuviana alle lungaggini per la riqualificazione di Bagnoli, dal sistema idrico-alluvionale della Romagna allo smottamento strutturale di Niscemi. Su questi aspetti il fallimento del regionalismo è insito nella sua inutilità.
Eppure dei cinque livelli di governance quello regionale, di fatto, non soffre per modestia di budget, Introiti per IRAP, Addizionali IRPEF, Trasferimenti erariali, Bolli ed altro consentono tranquille gestioni ma pessimi ritorni per il Paese nella sua complessità.
La nostra concezione del liberalismo ci induce, sul tracciato di Isaiah Berlin, ad aspirare ad una libertà da, una libertà negativa che presuppone la mancanza di coercizione e il regionalismo, oggi, certamente ne è realtà ed esempio.
Altresì, ne siamo coscienti, il sistema politico, malgrado numerose evidenze, non avvierà processi di revisione sulla struttura regionale pena la sua stessa
necessità di una riconsiderazione riformista. Insisteremo, con chi avvertirà sensibilità per questa Utopia - espressione che Platone indica come speranza esistente come non luogo atemporale - attendendo che le Regioni tornino ad essere solo delle realtà culturali.
*direttore Società Libera







