La lettura del libro “A Pope and a President” di James MacDonough consente di chiarire un punto spesso marginalizzato nella narrazione della fine della Guerra Fredda. Il collasso dell’ordine sovietico non fu il risultato di un trattato né di un singolo evento decisivo, ma l’esito di una convergenza storica. La pressione strategica esercitata dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Ronald Reagan, la demolizione morale operata da Giovanni Paolo II e la scelta di Michael Gorbačëv di rinunciare alla difesa imperiale produssero un risultato che nessuno dei tre avrebbe potuto ottenere isolatamente. Non un complotto, ma l’allineamento di logiche differenti, accomunate da una visione dell’uomo incompatibile con il totalitarismo.
Quella lezione storica riemerge oggi in forme mutate. La presenza di Leone XIV, primo Papa statunitense e primo proveniente dall’Ordine agostiniano, riapre una questione che la Chiesa cattolica ha sempre trattato con estrema prudenza il rapporto tra fede e potere imperiale. L’assenza, per secoli, di un Papa americano non è stata casuale. Roma ha tradizionalmente diffidato di una coincidenza troppo stretta tra universalismo religioso e potenza egemone. Tuttavia, il mondo che si è configurato dopo la crisi dell’ordine globale liberale presenta caratteristiche profondamente diverse da quelle del Novecento. In un sistema multipolare, attraversato da una crisi morale prima ancora che geopolitica, la figura di un Papa americano assume un valore ambivalente, non necessariamente il cappellano di un impero, ma potenzialmente un ponte tra tradizione dottrinale e missione globale. È in questo spazio di ambiguità che si colloca l’ipotesi di una possibile convergenza, tutta da verificare, tra il Vaticano e l’orizzonte politico che ruota attorno a Donald Trump e alla galassia culturale della politica MAGA.
All’interno di questo quadro, la figura del vicepresidente americano JD Vance appare centrale. La sua conversione al cattolicesimo nel 2019 non si configura come un gesto identitario o opportunistico, ma come l’esito di un percorso intellettuale segnato dalla lettura di Sant’Agostino, mediata dall’influenza di Peter Thiel. Quest’ultimo, figura anomala nel panorama dell’oligarchia digitale, sostiene da tempo che l’Occidente non possa sopravvivere senza una struttura morale gerarchica. Nei riferimenti ad Agostino, Carl Schmitt e René Girard individua gli strumenti teorici per una critica radicale del liberalismo privo di fondamento antropologico. In tale visione, la tecnologia non è neutrale e non può essere affidata né esclusivamente ai tecnocrati né al populismo emotivo. Deve essere orientata da élite morali capaci di riconoscere il limite, il peccato e la responsabilità. Il cattolicesimo agostiniano acquista rilevanza politica, non promette una redenzione automatica, non sacralizza il progresso e non presume l’innocenza dell’uomo. Riconosce la caduta come dato strutturale della condizione umana e la redenzione come possibilità, mai come garanzia.
Qualora Leone XIV dovesse incarnare questa impostazione, potrebbe risultare simbolicamente affine a una parte del conservatorismo americano, non per adesione politica, ma per consonanza antropologica. Ne deriverebbe un rafforzamento dell’idea di una rinascita morale dell’Occidente fondata su radici cristiane, ordine sociale e senso del sacro. Non sorprende, in questo senso, che Vance indichi spesso, accanto a Sant’Agostino, la figura di San Benedetto da Norcia come modello, non il teologo del potere, ma il costruttore silenzioso di civiltà dopo la dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente. La regola dell’“ora et labora” come archetipo di rigenerazione morale in tempi di disgregazione politica e culturale.
La riattivazione di un ruolo geopolitico del Vaticano come forza mediana tra le superpotenze non appare irrealistica, i segnali economici e simbolici emersi negli ultimi mesi indicano che la Santa Sede continua a essere un attore osservato e, in certa misura, corteggiato. Non per il suo potere materiale, ma per la sua capacità di conferire legittimazione morale in un contesto internazionale sempre più frammentato. Si profila così un cattolicesimo di tipo agonico, consapevole della decadenza ma non incline al nichilismo, orientato a una redenzione pubblica che non confonde fede e dominio. In questa cornice, un Papa americano potrebbe contribuire a legittimare la difesa della civiltà cristiana occidentale come fondamento dell’identità culturale americana, non in senso etnico o confessionale, ma come struttura morale condivisa. Ne deriverebbe una politica estera moralizzata, ma non pacifista, una versione post-globale della dottrina reaganiana, più severa, meno ottimista e meno universalista. Non si tratterebbe, in ogni caso, di una fusione tra Chiesa e impero, ipotesi che Roma non accetterebbe mai, ma di un’alleanza simbolica e culturale. Un Papa di sensibilità agostiniana, critico del liberalismo privo di fondamento e attento all’etica della tecnica, potrebbe divenire per la politica MAGA un riferimento morale globale, non per esercitare il potere, ma per offrirne una legittimazione spirituale.
Resta tuttavia una frattura irrisolta, non come accusa, ma come interrogativo strutturale del nostro tempo. In che modo questa visione può conciliarsi con il fascino che il mondo di Thiel esercita nei confronti del transumanesimo? Come può un pensiero che riconosce il limite, il peccato e la finitezza dell’uomo convivere con l’aspirazione a superarlo tecnologicamente? È in questo punto che riaffiora una delle domande teologiche più antiche e, al tempo stesso, più attuali: l’Anticristo evocato da Giovanni non è forse una corrente spirituale più che una figura individuale, una promessa di salvezza senza redenzione, di potenza senza conversione?
In un contesto in cui il potere assume forme sempre più algoritmiche, biopolitiche e tecnocratiche, un Papa capace di parlare alla coscienza del mondo digitale potrebbe svolgere un ruolo analogo a quello di San Benedetto, non opposizione alla tecnica, ma sua riconduzione all’umano. La questione decisiva resta allora questa, se la tecnologia possa assumere una funzione katecontica, come forza di contenimento orientata alla responsabilità, oppure se si trasformi in una scorciatoia per abolire il limite, accelerando quella dissoluzione dell’umano che il katechon, per definizione, è chiamato a trattenere. Dalla risposta a tale alternativa dipenderà se la nuova convergenza tra fede e potere costituirà un argine alla crisi o ne accelererà ulteriormente la dinamica.
Anche in questo snodo si gioca il futuro dell’Occidente. Non tra progresso e reazione, ma tra redenzione e sostituzione dell’umano.







