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OPINIONI

Chi paga le vetrine spaccate

Chi paga le vetrine spaccate

In Italia, da ieri, chi porta un coltello con lama oltre otto centimetri rischia tre anni di reclusione. Chi organizza un corteo che devasta un intero quartiere rischia una multa. Da mille a diecimila euro. Che non pagherà mai.


Il pacchetto sicurezza varato dal Consiglio dei ministri è un documento imponente. Trentatré articoli di decreto, ventinove di disegno di legge. Coltelli vietati ai minori, zone a vigilanza rafforzata, fermo fino a dodici ore, divieto di partecipazione alle manifestazioni per i condannati, obbligo di firma in questura. La domanda che nessuno pone è la più semplice di tutte: perché?
Non perché servano norme sulla sicurezza. Perché ne servano di nuove. L'ordinamento italiano dispone già di un arsenale formidabile per punire chi devasta una città durante un corteo. Devastazione e saccheggio: da otto a quindici anni. Resistenza a pubblico ufficiale. Lesioni aggravate. Porto di armi improprie. Associazione a delinquere. Sono reati gravi, con pene severe. Esistono da decenni. Non vanno riscritti. Vanno applicati.
E qui si apre la voragine.
A Torino, il 31 gennaio, millecinquecento facinorosi organizzati hanno trasformato corso Regina Margherita in un campo di battaglia. Centotre feriti secondo il 118. Un blindato incendiato. Un agente di ventinove anni, Alessandro Calista, preso a calci, pugni e martellate da dieci assalitori mentre era a terra. Il collega che lo ha salvato trascinandolo via si è fratturato il radio.
Tre arresti. Tre. Su millecinquecento.
E i tre arrestati? Già tutti fuori. Due scarcerati con obbligo di firma dopo quarantotto ore. Il terzo ai domiciliari. Il GIP ha convalidato gli arresti ma ha respinto la custodia cautelare chiesta dalla procura. Cinque giorni per rimettere in circolazione chi ha partecipato alla guerriglia.
Non è un incidente. È un modello.
Al processo per associazione a delinquere contro Askatasuna, i pubblici ministeri avevano chiesto ottantotto anni complessivi di carcere. Ne sono stati inflitti ventuno. Assoluzione dal reato associativo. Verdetto festeggiato in aula con cori e abbracci.
A Milano, dopo che i centri sociali avevano messo a ferro e fuoco l'Expo nel 2015, tutti assolti dall'accusa di devastazione.
A Brescia, quattordici accusati per attacchi alla polizia: zero condanne, prescrizione dopo otto anni.
A Genova, assalto a un comizio politico: processo celebrato nove anni dopo, tutti assolti o prescritti.
A Firenze, attacco alla polizia nel 2014: processo otto anni dopo, prescrizioni e pene indulgenti. Al centro sociale Lambretta, devastazione della Stazione Centrale di Milano: due arrestate, liberate dopo due giorni.
La regola è scritta a caratteri cubitali nei fatti. Chi devasta in nome di una causa percepita come "sociale" gode di un credito giudiziario che nessun altro imputato si sognerebbe di avere.
Per comprendere il meccanismo occorre guardare dove nessuno guarda.
L'Italia è l'unico paese europeo in cui l'associazione dei magistrati funziona come un sistema di partiti organizzati. Lo scrive Questione Giustizia, la rivista di Magistratura Democratica stessa: "L'Italia è l'unico Paese europeo ad avere un'unica Associazione nazionale magistrati, che racchiude in sé più gruppi organizzati, correnti, caratterizzati da una diversa visione della giurisdizione e del ruolo del giudice."
In nessun altro ordinamento occidentale i magistrati si organizzano in correnti che replicano lo spettro politico parlamentare, controllano le nomine attraverso il Consiglio superiore della magistratura e selezionano i vertici degli uffici giudiziari con logiche di appartenenza. Nelle ultime elezioni dell'ANM, gennaio 2025, le correnti progressiste hanno ottenuto la maggioranza dei seggi nel comitato direttivo.
Tra gli eletti di Magistratura Democratica figura Marco Patarnello, il sostituto procuratore generale di Cassazione finito al centro delle polemiche per una mail in cui definiva il governo una minaccia per la magistratura più pericolosa di Berlusconi.
Antonio Sangermano, già pubblico ministero a Milano e oggi dirigente al ministero della Giustizia, ha sintetizzato la situazione con una frase che meriterebbe di essere scolpita nel marmo: "Oggi vedo un'ANM trasformata in un partito, il primo partito d'opposizione in Italia."
Il dato non è folklore associativo. È la chiave che spiega tutto. Le norme esistono. Le prove esistono. I video esistono. Manca la volontà di applicarle. E il Governo, non potendo riformare la magistratura per decreto, prova a costruire percorsi alternativi. Il pacchetto sicurezza non è una stretta. È una confessione di impotenza.
Il fermo di dodici ore ne è la dimostrazione plastica. Le forze dell'ordine potranno accompagnare in ufficio, durante una manifestazione, soggetti ritenuti pericolosi sulla base di elementi concreti: possesso di armi, travisamento, precedenti specifici per violenze in piazza negli ultimi cinque anni.
Ma dell'accompagnamento va data immediata notizia al pubblico ministero, il quale "se riconosce che non ricorrono le condizioni, ordina il rilascio". Non una comunicazione. Un potere pieno di annullamento. Lo stesso pubblico ministero che non chiede la custodia cautelare per chi viene filmato mentre prende a martellate un poliziotto deciderà, in tempo reale, se trattenere per dodici ore chi viene fermato con un casco e una chiave inglese nello zaino. Si può immaginare l'esito.
La depenalizzazione del mancato preavviso di manifestazione segue la stessa logica rovesciata. La vecchia norma del 1931 puniva la mancata comunicazione con l'arresto fino a sei mesi. Nella pratica nessuno veniva mai processato. Anziché pretendere l'applicazione della legge esistente, il Governo la sostituisce con una sanzione amministrativa: competenza al prefetto, procedura rapida, niente sconto del trenta per cento. L'argomento è: meglio una multa certa che un processo che nessun magistrato celebrerà mai.
Ragionamento che sarebbe sensato se la multa fosse davvero certa. I centri sociali e i sindacati di base non pagano le sanzioni amministrative. Non hanno beni su cui eseguire. Non li hanno mai avuti. E con la depenalizzazione si perde l'unico strumento che l'ordinamento ancora prevedeva: la possibilità dell'arresto.
Ma il punto più grave è la norma scomparsa.
Nella bozza originale del decreto esisteva la cauzione obbligatoria per gli organizzatori di manifestazioni. Ventimila euro a garanzia dei danni. L'unico strumento che avrebbe creato un circuito di responsabilità economica al di fuori del controllo della magistratura. L'unico che avrebbe costretto chi convoca la piazza a rispondere patrimonialmente delle conseguenze. L'unico che non dipendeva dalla buona volontà di un GIP.
Quella norma è stata eliminata in sede di interlocuzione istituzionale con il Quirinale. L'argomento è noto: subordinare l'esercizio della libertà di riunione a un deposito in denaro equivarrebbe a una discriminazione censitaria. Un diritto fondamentale non si compra. Il ragionamento è impeccabile in astratto. Nella realtà produce un effetto molto concreto: l'unica via che avrebbe aggirato il collo di bottiglia giudiziario viene chiusa. E chi organizza i cortei che finiscono in guerriglia urbana, in Italia, non è esattamente un campione rappresentativo dell'intero arco politico.
Il paradosso diventa grottesco se si guarda oltre confine.
In sei paesi europei, Ungheria, Portogallo, Paesi Bassi, Slovenia, Svizzera e Svezia, gli organizzatori di manifestazioni sono tenuti a contribuire ai costi dei servizi pubblici impiegati durante i cortei: polizia, sicurezza, pulizia stradale, servizi sanitari.
Lo documenta Amnesty International, non il Giornale d'Italia, nel suo rapporto 2024 sul diritto di assemblea in ventuno paesi europei. In Slovenia un organizzatore si è visto recapitare una fattura da trentacinquemila euro per le sole spese di polizia. In Svizzera è prassi consolidata la polizza assicurativa obbligatoria per la responsabilità civile degli eventi pubblici. In quattro paesi, Belgio, Lussemburgo, Svezia e Svizzera, non basta nemmeno la notifica: serve un'autorizzazione preventiva, che può essere negata.
Nessuno di questi paesi è una dittatura. Nessuno ha rinunciato alla libertà di riunione. Hanno semplicemente stabilito che chi convoca la piazza risponde delle conseguenze. Non serviva necessariamente la cauzione. Serviva una qualsiasi forma di responsabilità patrimoniale dell'organizzatore: una fideiussione bancaria, un'assicurazione obbligatoria sulla responsabilità civile, un fondo di garanzia. Strumenti che non subordinano il diritto alla capacità economica ma responsabilizzano chi convoca la piazza. Nessuno è stato proposto. Nessuno è stato esaminato. La norma è semplicemente scomparsa.
Resta un meccanismo circolare che dovrebbe togliere il sonno a chiunque creda nello Stato di diritto.
Le norme esistenti non vengono applicate da una magistratura la cui associazione rappresentativa, caso unico in Europa, funziona come un sistema di correnti politiche a maggioranza progressista.
Le norme nuove vengono affidate a quello stesso sistema. L'unico strumento che usciva dal circuito, la responsabilità patrimoniale dell'organizzatore, viene eliminato in sede istituzionale. E i beneficiari di questa triplice protezione sono sempre gli stessi.
Domani, quando il prossimo corteo trasformerà la prossima città in un campo di battaglia, ci ritroveremo al punto di partenza. Con un decreto in più e una giustizia in meno. Alessandro Calista, ventinove anni, ha diritto di sapere chi pagherà il conto di quella sera in corso Regina Margherita. La risposta onesta è: nessuno. E il decreto appena varato non cambierà di una virgola questa risposta.

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