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OPINIONI

L'uomo che volle farsi re

L'uomo che volle farsi re

Da Fini a Di Maio, da Civati a Vannacci: anatomia dello scissionista italiano che si sopravvaluta. Mentre il consiglio federale della Lega è riunito in via Bellerio a Milano, Roberto Vannacci annuncia via Instagram la nascita di Futuro Nazionale. Un partito tutto suo. Il comunicato è solenne, il simbolo è già depositato, l'acronimo programmatico – vitale – è pronto. Il generale lascia il Carroccio portandosi in dote 532.368 preferenze delle europee, sei assistenti parlamentari e la certezza granitica di incarnare il sentire profondo del popolo italiano.
La scena è familiare. In Italia la si vede ciclicamente, con la regolarità di un fenomeno meteorologico. Un dirigente politico di primo piano si guarda allo specchio, si piace, e conclude che il suo consenso personale è più grande del partito che lo ha eletto. Sbatte la porta, fonda una creatura con il proprio nome sul simbolo e si prepara alla marcia trionfale verso il futuro. Poi il futuro arriva, e con esso il verdetto delle urne. Che è quasi sempre lo stesso: la caduta nel vuoto.
Il catalogo dei caduti è sterminato e bipartisan. Merita di essere ripercorso per intero, perché la lezione che contiene è sempre la stessa, e non viene mai appresa.
Cominciamo da sinistra, dove la scissione è sport nazionale, disciplina olimpica, ragione sociale. La sinistra italiana è famosa per le sue scissioni dell'atomo: entrano in riunione tre partiti e ne escono otto. Il caso esemplare è Giuseppe Civati, detto Pippo. Cofondatore della Leopolda nel 2010 insieme a Matteo Renzi, quasi 400.000 voti alle primarie del PD nel 2013, deputato brillante con un tasso di presenze superiore alla media. L'uomo che poteva incarnare il rinnovamento della sinistra italiana. Nel maggio 2015 esce dal Partito Democratico sbattendo la porta sul Jobs Act e sulla legge elettorale. Fonda Possibile, annunciando un potenziale elettorale del dieci per cento.
La realtà racconta un'altra storia. Possibile debutta con 4.773 iscritti-fondatori. Confluisce nella lista Liberi e Uguali per le politiche del 2018: risultato complessivo il 3,4 per cento, di cui a Possibile va un solo deputato su diciotto eletti. Civati non viene rieletto. Si dimette da segretario del partito che ha fondato tre anni prima, dichiarando con candore commovente che avrebbe fatto "politica part time". Oggi gestisce una casa editrice a Gallarate, People, e gira l'Italia presentando pamphlet in librerie di provincia. Nobilissima professione. Ma non era questo il piano.
Passiamo a destra. Gianfranco Fini. Presidente della Camera dei deputati, trent'anni di Parlamento ininterrotto dal 1983, leader storico di Alleanza Nazionale, cofondatore del Popolo della Libertà. Il cursus honorum di un uomo di Stato. Nel luglio 2010 rompe con Berlusconi e fonda Futuro e Libertà, portandosi 43 parlamentari. La stampa lo celebra come l'architetto del Terzo Polo. Sembra l'inizio di una nuova era.
Risultato alle elezioni politiche del 2013: lo 0,47 per cento. Zero virgola quarantasette. Fini, capolista in tutte le circoscrizioni, resta fuori dal Parlamento per la prima volta dopo quasi trent'anni. Un libro uscito recentemente sull'esperienza di FLI - Quella meteora a destra di Carmelo Briguglio, Kimerik 2024 - cristallizza la parabola nel titolo stesso. Meteora è generoso.
Angelino Alfano. Il delfino. Segretario del PdL, ministro della Giustizia, dell'Interno, degli Esteri, vicepresidente del Consiglio. L'uomo che Berlusconi aveva designato come erede. Nel novembre 2013 esce dal PdL con 58 parlamentari, fonda il Nuovo Centrodestra. Alle europee del 2014 prende il 4,38 per cento insieme all'UDC. Da solo oscilla tra il due e il tre. Nel 2017 scioglie NCD, fonda Alternativa Popolare. Che a sua volta si scinde in due tronconi. A dicembre dello stesso anno annuncia a "Porta a Porta" che non si ricandida. Oggi fa l'avvocato, sparito dalla scena pubblica da cinque anni. Non si è fatto più vivo.
E infine il capolavoro, l'apoteosi del genere: Luigi Di Maio. Ministro degli Esteri in carica, capace nel giugno 2022 di portarsi via 62 parlamentari dal Movimento 5 Stelle. La scissione numericamente più grande della storia repubblicana. Fonda Insieme per il Futuro, poi ribattezzato con il più solenne Impegno Civico, usando il simbolo preso a prestito dal Centro Democratico di Bruno Tabacci.
Qui va fatta una precisazione decisiva, perché svela il meccanismo dell'illusione ottica. Quei 62 parlamentari non avevano portato in dote neanche un voto. Erano stati catapultati sugli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama dal meccanismo delle liste bloccate e dall'onda anomala del M5S nel 2018, quando il Movimento prese il 32,7 per cento. Miracolati delle urne. Gente che senza la scritta "Movimento 5 Stelle" sulla scheda non sarebbe stata eletta nemmeno al consiglio di circoscrizione. Di Maio se li porta via come fossero un esercito personale, convinto che sessantadue parlamentari significhino sessantadue collegi controllati. Non significano nulla.
Risultato alle politiche del settembre 2022: 0,6 per cento alla Camera, 0,56 al Senato. Di Maio perde nel suo stesso collegio di Napoli Fuorigrotta, battuto dall'ex ministro M5S Sergio Costa. L'unico eletto della lista è Tabacci, in Parlamento dal 1992 per vocazione propria, che il giorno dopo dichiara chiusa l'esperienza. Due mesi di vita. Il partito più effimero della Repubblica. Un battito di ciglia nella storia parlamentare italiana.
Cinque casi. Cinque disastri. Due a sinistra, tre a destra. Lo schema è sempre identico, e risponde a una legge non scritta della politica italiana che meriterebbe una formulazione accademica: lo scissionista sopravvaluta sistematicamente il proprio peso confondendo tre grandezze che non sono la stessa cosa.
Primo: confonde la visibilità mediatica con il consenso elettorale. Fini era popolarissimo come presidente della Camera. Civati era una star delle primarie. Di Maio era il volto del governo. Ma la popolarità mediatica è una funzione della carica e della piattaforma, non della persona. Togli la carica, togli la piattaforma, e il consenso evapora come nebbia al sole.
Secondo: confonde il ruolo istituzionale con la forza propria. I 400.000 voti di Civati alle primarie erano voti interni al PD, espressi da un elettorato che votava per il partito e sceglieva un candidato alla segreteria. Non si trasferiscono a un partitino esterno. Le 532.000 preferenze di Vannacci alle europee sono state espresse sulla scheda della Lega. Erano voti per la Lega con la preferenza Vannacci, non voti per Vannacci prestati alla Lega. La differenza è abissale.
Terzo: confonde il palazzo con il territorio. Un partito non è un profilo Instagram con un acronimo accattivante. Servono sezioni, coordinatori provinciali, liste per le comunali, rapporti con i territori, candidati per le regionali, un flusso costante di finanziamenti, militanti che attaccano manifesti e presiedono seggi. Tutta roba che richiede anni. Silvio Berlusconi costruì Forza Italia in sei mesi, ma aveva tre reti televisive, Publitalia come struttura organizzativa e risorse finanziarie illimitate. Beppe Grillo ci mise cinque anni di piazze, Vaffanday e meetup prima di entrare in Parlamento. Giorgia Meloni aveva la base del vecchio MSI-AN, un'identità comunitaria forte e un decennio per consolidarla. Tutti gli altri hanno pensato di farcela con la forza del nome e la visibilità televisiva. E sono finiti a contare i presenti in sale semivuote.
Questo è il contesto in cui va letto l'annuncio di oggi. Vannacci deposita il simbolo di Futuro Nazionale il 24 gennaio. Una settimana dopo rompe con Salvini. Ha un partito con un acronimo, sei collaboratori parlamentari e nessuna struttura territoriale. Zero sezioni, zero coordinatori, zero classe dirigente locale, zero radicamento. Le elezioni politiche sono nel 2027.
I sondaggisti più seri stimano un potenziale realistico dell'uno-due per cento, con un massimo teorico del cinque largamente sovrastimato. Antonio Noto ha chiarito un principio che ogni aspirante scissionista dovrebbe tatuarsi sull'avambraccio: quando si testano partiti inesistenti c'è sempre una sovrastima, perché l'elettore proietta sul nome nuovo tutto ciò che non trova altrove. Poi arriva la scheda, e proiettare non basta.
C'è un dato che rende il caso Vannacci ancora più paradossale. Un sondaggio mostra che solo il 50 per cento degli elettori della Lega ha fiducia in lui, contro l'80 per cento che ha fiducia in Salvini e Zaia. Ma oltre il 65 per cento degli elettori di Fratelli d'Italia dichiara fiducia nel generale. Significa che Futuro Nazionale pescherebbe più voti dall'elettorato di Meloni che da quello di Salvini. Il che spiega perché Fratelli d'Italia ha già dichiarato che un Vannacci fuori dalla Lega è fuori dal centrodestra. Non per questioni ideologiche. Per questioni aritmetiche.
L'unica eccezione recente alla legge dello scissionista è Fratelli d'Italia. Ma Meloni aveva tre condizioni che nessun altro scissionista ha mai avuto contemporaneamente: una base comunitaria solida ereditata dal MSI e da AN, uno spazio politico enorme apertosi con il declino di Berlusconi, e soprattutto il tempo. Un decennio intero per costruire, sbagliare, correggere, radicarsi. Vannacci non ha nessuna di queste condizioni. Ha un nome, un libro, e la convinzione che mezzo milione di preferenze scritte su una scheda altrui siano sue.
Nel film di John Huston, tratto dal racconto di Kipling, Daniel Dravot arriva nel Kafiristan convinto di essere un dio. Il popolo lo acclama, lo incorona, lo venera. Poi scopre che il re sanguina. Che è un uomo come tutti gli altri. E il ponte di corda viene tagliato sotto i suoi piedi.
La politica italiana è piena di ponti tagliati. E di uomini che vollero farsi re.
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