di Lucio Leante
I recenti episodi di sabato a Torino possono essere visti come il culmine di una tendenza terroristica di piazza eversiva dell’ordine democratrico in Italia e di un’ambigua e tartufesca connivenza di alcuni gruppi sociali e politici. Essi mostrano che lo spettro del terrorismo di strada, analogo a quello degli “autonomi” degli anni ‘70 detti “di piombo” (e che precedette e accompagno quello clandestinio deller BR) sta tornando, col suo passo strisciante, in Italia nella forma dell’antagonismo dei centri sociali contiguo e alleato di quello “pro-Pal” e di quello fondamentalista islamico.
Non a caso la manifestazione di Torino era stata convocata, con l’obbiettivo eversivo di “riprendere l’edificio di Askatasuna”, da una “assemblea nazionale” svoltasi presso l'Università di Torino il 17 gennaio, a cui avevano partecipato circa 750 persone, fra le quali numerosi attivisti delle diverse anime dell'antagonismo nazionale, aderenti al sindacalismo di base, al movimento No Tav e ai gruppi ambientalisti, rappresentanti della Cgil, del partito Alleanza Verdi e Sinistra e della locale comunità islamica. Essa aveva subito ricevuto palusi e solidarietà diffuse nei partiti e negli ambienti di sinistra anche come forma di opposizione all’attuale governo italiano.
Anche il terrorismo antagonista di strada odierno nuota in un ambiente di solidarietà, collusioni e connivenze ideologiche e politiche, che costituisce il brodo di coltura di una eversione strisciante dell’ordine democratico. Il ministro dell’Interno Piantedosi ieri alla Camera è stato chiaro: “Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”. E soprattutto “coperture politiche”.
“Siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo Stato, contro le Forze dell'ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna” - ha aggiunto Piantedosi.
Il ministro probabilmente ha detto anche meno di quello che pensava e che poteva essere detto, perché il problema non sono solo le persone che hanno sfilato alla manifestazione eversiva o quello di ottenere delle “ferme condanne”. Queste abbondano in questi giorni, ma restano spesso solo parole seguite da atti non conseguenti, e anzi contrari. I soggetti ambigui sono molti. Sono gli odierni “tartufi del nuovo terrorismo di piazza” che allo stesso tempo incoraggiano e poi condannano solo a parole la violenza degli antagonisti. Chi sono i nuovi tartufi?
Sono quelli che cominciano le loro frasi prendendo le distanze ed esprimendo con finto sdegno “ferma condanna” per i violenti e, subito dopo, pronunciano dei “ma”, dei “tuttavia”, “d’altra parte”, degli “è anche vero che”, seguti da considerazioni attenuative o giustificative delle violenze commesse.
Sono loro i mandanti morali, quelli che coltivano il clima d'odio, che allattano i violenti dei centri sociali, quelli giustificano coloro che occupazioni illegalmente edifici altrui e vivono nell’illegalità; quelli che esaltano le loro presunte attività culturali a cui attribuiscono un benefico valore sociale e poi prendono le distanze dalle loro violenze fingendosene sdegnati e rammaricati.
Sono quelli che prima e dopo avere espre4sso sdegno aderiscono alle manifestazioni ordite dagli antagonisti con obbiettivi illegalitari e violenti come “riprendiamoci Askatasuna” che era la parola d’ordine della manifestazione di sabato a Torino.
Sanno benissimo che degenereranno in attacchi alle forze dell’ordine fornendo ai violenti gli alibi ideologici e la copertura di migliaia di “non violenti”, in nome della libertà di manifestazione del pensiero e del dissenso. I tartufi della violenza non hanno il coraggio di gettare il sasso, ma lasciano che lo facciano altri al loro posto. Poi li condannano (solo a parole) ma nel contempo strizzano loro l’occhietto e loro “danno di gomito”, occultando una furtiva stretta di mano e un abbraccio. Sono i bravi professorini che giustificano ogni azione criminale dei loro ragazzi: “sono ragazzi, occorre essere indulgenti con loro, mandarli in galera sarebbe molto peggio! Le carceri sono già superaffollate e sonoi scuole di delinquenza”. Lo ha affermato l’ex magistrato ed ex governatore pugliese, Michele Emiliano ammettendo e giustificando l’indulgenza di molti magistrati nei confronti dei giovani antagonisti violenti.
I tartufi della violenza sono anche quei giornalisti per i quali "le violenze in piazza non ci sarebbero mai state senza lo sgombero di Askatasuna", i quali profetizzano che "adesso la Meloni userà la vicenda del poliziotto per sfornare altri decreti sicurezza e comprimere i diritti dei cittadini".
Sono anche quei professori come lo storico Alessandro Barbero che in un’ intervista alla Stampa spiegò che i centri sociali "sono una ricchezza delle città italiane" che supplirebbe alle deficienze della politica culturale dei governi. Una tesi quest’ultima che è diventata un luogo comune della sinistra e di buona parte dell’intellighenzia radical chic italiana. Quei rivoluzionari “da divano” simpatizzano spesso per le illegalità delle frangie più violente della sinistra, degli occupatori di edifici e di case altrui e in generale degli antagonisti ed alternativi di ogni risma. Prima coccolano gli antagonisti, poi si professano non violenti e gridano alla strumentalizzazione e alla repressione. Legittimano i cortei dell'odio, incubatori di un clima di violenza e poi paventano l'alba di un regime poliziesco.
Il procuratore generale di Piemonte e Valle d'Aosta ha denunciato pochi giorni fa il problema delle "piazze usate come strumento di lotta con la benevola tolleranza della upper class", dirigenti e intellettuali della sinistra che coccolano quei compagnucci che sbagliano, birichini che rievocano la “gloriosa” epopea rivoluzionaria agitando bastoni e “martelletti”. Li assecondano e li incoraggiano forse per non perdere alla “causa” la loro giovanile energia rivoluzionaria e il voto politico. In vista della “grande causa della giustizia sociale”, certo, una causa che da sempre gronda di sangue.
La sinistra di salotto e di potere, di legalità e rivoluzione, reagisce alle accuse di connivenza con i violenti mostrandosi scandalizzata. E starnazza: "Sono accuse gravi! Fuori i nomi di chi difende i violenti!". Non si accorgono che i nomi sono proprio i loro. Tartufo: de te in fabula narratur.
Sono giornalisti, opinionisti, scrittori, cantanti, attori, fumettari e politici d'avanspettacolo televisivo che prima coccolano i violenti e poi fingono di scamndalizzarsi e ne prendono le dovute distanze.
Sono quelli che "certo la gente che prende a martellate la polizia è imperdonabile, ma vogliamo parlare dei saluti romani ad Acca Larentia". "E CasaPound, allora?”. Una mano lava l’altra?
Sono quelli che condannano i violenti e poi aggiungono: “Il governo avrebbe potuto e dovuto prevenire i disordini. Perché non lo ha fatto? Gatta ci cova!”. Lasciano intendere che il governo non abbia a bella posta prevenuto le violenze per creare un caso di violenza da strumentalizzare.
Intervistato da La Stampa il saociologo Luca Ricolfi parla di "una grave corresponsabilità politica" della sinistra per i fatti di Torino oltre ad avere "ancora oggi, un problema di maturità democratica".
"Tutti sapevano - dice Ricolfi- che lo scopo dell'adunata di sabato era provocare scontri violenti. Se lo sai e aderisci senza un servizio d'ordine, senza una campagna politica preventiva contro la violenza, non puoi cascare dal pero quando succede quello che era previsto e programmato". Scrive ancora Ricolfi: "La sinistra ufficiale di ieri aveva una posizione chiara, e si batteva senza ambiguità contro terrorismo ed estremismo, quella di oggi no: allora avevamo Lama e Berlinguer, mezzo secolo dopo ci ritroviamo con Schlein e Landini. Credono di potersi chiamare fuori condannando la violenza a cose fatte, mentre quel che dovrebbero fare è scendere in piazza contro i violenti e i prevaricatori".
In realtà i dirigenti della sinistra non hanno alcuna intenzione di condurre una vera lotta ai violenti da cui si fingono “danneggiati”. Sono convinti che essi siano una parte del loro popolo. Per questo non chiiamano i loro elettori ad alcuna mobilitazione contro la violenza, come fece il PCI contro l’autonomia e le BR (anche se solo dopo l’attacco degli “autonomi” a Luciano Lama nel 1977 all’Università di Roma, dopo il rapimento-omicidio di Aldo Moro nel 1978 e, in particolare, dopo l’omicidio ad opera delle BR dell’operaio Guido Rossa nel 1979). In realtà - come fece il PCI in una prima fase in cui chiamava i terroristi “fascisti travestiti” e “ compagni che sbagliano”- oggi subisce, come fa una parte del suo elettorato medio-borghese, il fascino rivoluzionario e insurrezionalista degli antagonisti. Fanno parte dell’album di famiglia. E li usano, salvo poi respingere con sdegno le accuse di corresponsabilità.
L’ex presidente della Camera. Luciano Violante ha definito “non giustificatrice, ma comprensiva” l’attitudine della sinistra nei confronti di “spiriti insurrezionali”. Questa comprensione - nota Violante discende dalle tradizioni dell'azionismo, della cultura salesiano-cattolica, e di quella socialista e comunista. “Nella nostra cultura di sinistra c'è un po' questa ispirazione” - ammette.
Ricorrere all’accusa di strumentalizzazione è il miope mantra difensivo con cui i dirigenti della sinistra cercano oggi illusoriamente di apparite immuni dalla responsabilità di favorire la continuazione delle violenze. E tuttavia perseverano nel sostenere le ragioni e le funzioni pubbliche dei centri sociali e di aderire e presenziare alle loro manifestazioni in difesa dell’illegalità come quella di Askatasuna a Torino. Anche dopo gli incidenti di Torino hanno continuato a sostenere quelle tesi favorevoli alle illegalità dei centri sociali. Il pericoloso spettacolo rischia di continuare per la perseveranza dei dirigenti di sinistra. Essi di solito respingono le accuse di corresponsabilità accusando a loro volta il governo e le destre di “strumentalizzazione”. Ma il gioco alla lunga non regge.
Così Elly Schlein ha esprresso “ ferma condanna per i violenti”, ma si è detta “preoccupata” soprattutto “per le strumentalizzazioni” del governo. Poi ha concordato per telefono con Meloni un tentativo di “risoluzione comune”. Ma lei stessa ed altri dirigenti del PD hanno già messo le mani avanti con la più vieta delle ovvie messe in guardia: “le nuove norme non devono comprimere i diritti costituzionali”- avvertono. E certo! Ci mancherebbe! Ma è come a dire al governo: “faremo ogni ostruzione possibile alle nuove norme sulla base dei diritti costituzionali”. Fingeranno solo di cercare una linea comune che - diciamo la verità - con una sinistra che vuole continuare a strizzare l’occhio ai violenti per usarli, non ci può essere.
Il “moderato” e “riformista” del PD Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, ha espresso una "condanna fermissima degli atti di violenza" e "solidarietà massima agli agenti aggrediti" in un'intervista rilasciata a Repubblica, ma ha subito aggiunto che "utilizzare un fatto così grave per attaccare la sinistra e accusarla di connivenza con i facinorosi, è da irresponsabili".
Un altro comodo e tartufesco paravento, è quello dei dirtitti costituzionali presuntivamente violati, che il PD e i suoi predecessori hanno sempre offerto ai violenti. C’è forse sancita in Costituzione la libertà di devastare una piazza e di picchiare i poliziotti?
Anche Conte si è detto “preoccupato” soprattutto per le “strumentalizzazioni” e ha avanzato le solite proposte: il solito aumento degli organici delle forze dell’ordine, come se i problemi emersi sabato a Torino e prima a Roma, Milano, Genova ed in altre città fossero solo un problema di organici. È quello dell’aumento degli organici un altro paravento, della indulgenza della sinistra, verso le violenze degli antagonisti.
Lo chiedono anche Bonelli e Fratoianni: condannando in parte le violenze con molti “se” e “ma”: “Più soldi per le forze dell’ordine” - è la loro tartufesca ricetta.
Per Magi, la sola cosa importante da affermare nella presunta risoiluzione comune sarebbe che “Piantedosi ha fallito”.
Giorgio Cremaschi leader di Potere al popolo nemmeno si perita di condannare le violenze e anzi le giustifica fingendo di volere risolvere il problema alle radici: “viviamo in una società che lascia impunite delle violenze colossali”- dice aggiungendo che quelle del “manifestante violento” ne sarebbero una logica reazione e conseguenza. La situazione gobale, in particolare l'Ice di Trump, è il detonatore originario delle violenze. Non normale che un bravo ragazzo con sete di giustizia reagisca con delle martellate ad un poliziotto italiano? Che volete che sia? Per l’intanto che la giusta violenza dei manifestanti continui.
Tra i giornalisti italiani dichiaratamente di sinistra che in vari modi e misura invertono le responsabilità per farle ricadere sul governo Meloni un esempio estremo è quello del giornalista Massimo Giannini.
L'editorialista di Repubblica, ospite a Che Tempo Che Fa, ha confessato che a preoccupare non sono “le violenze di cento criminali”, ma il governo Meloni. La premier starebbe strumentalizzando quanto accaduto nel capoluogo piemontese per fini oscuri e autoritari. Giannini insinua persino una voluta negligenza del governo: “la domanda che viene è, ma scusa, se sono sempre gli stessi, è possibile che non si riesce a intervenire, ad arrestarli, a metterli in prigione, a fargli pagare i loro conti con la giustizia?”. Secondo Giannini, Meloni è colpevole e avrebbe dovuto “chiedere scusa agli italiani” per quello che è avvenuto a Torino. Fantastico. Giannini si rivela un maestro di tartufesca inversione della realtà.
Tra le categorie che hanno mostrato storicamente una certa ambiguità verso le manifestazioni violente degli antagonisti di sinistra c’è certamente quella di alcuni magistrati.
Per la verità una ineccepibile e tempestiva reazione è venuta ieri dalla Procura generale di Torino, diretta dalla PG Lucia Musto che ha chiesto che nei confronti dei capi del centro sociale venga addevitato il reato di associazione a delinquere, che in primo grado nel marzo dello scorso anno era stato escluso dal tribunale del capoluogo piemontese. Successivamente la stessa Procura, che in primo tempo aveva contestato ai responsabili della feroce aggressione al poliziotto caduto, Alessandro Calista, solo un blando “concorso in lesioni”, ha poi contestato anche il reato di “devastazione” che comporta pene ben più gravi.
Ma nelle sentenze della magistratura italiana c’è stata una lunga tradizione di indulgenza. L'elenco dei processi terminati con condanne poco più che simboliche è lungo: i violenti finiti in carcere si contano sulle dita d'una mano.







